UNA SERA QUALUNQUE

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CARAVAGGIO - LA CHIAMATA DI SAN MATTEO

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“Stasera è una sera qualunque, una sera come tante altre”.

Negli occhi del giovane dai capelli lunghi passa questo pensiero, si vede scorrere furtivo, come un’ombra, un pò annoiata, una nuvola grigia, magra, senza pioggia, che passeggia senza meta in quel cielo di periferia senza tempo.

“Stasera … non so cosa farei … sento mille voci… ma non le capisco … non parlano la mia lingua … nessuna si ferma a farmi compagnia … solo un attimo … scappano via … intorno a me resta il silenzio … il buio … io, da solo … una candela spenta …  come sempre”.

La sera è appena cominciata.

All’orizzonte, in quell’orizzonte dove la città non sa decidrsi a finire, tra creste di alti palazzoni irregolari e lunghe strade senza sbovvo, in quell’orizzonte vuoto e chiuso, ancora vacilla una fiammella, una’eco di luce, flebile, una macchia giallastra, rugginosa, uno spiraglio bruciato di sole.

La sera è lunga da passare.

A casa, Magdalène è già al lavoro.

Il primo cliente è arrivato con una moto rombante.

Cromata.

Molto grossa.

Sicuramente rubata.

Fischiava spensierato mentre entrava nel cortile, si grattava il cavallo dei pantaloni, di dava delle arie, ma si vedeva che faceva così, per darsi delle arie. Era spaventato.

La bocca di Magda era rossa.

“Quello della moto aveva una paura fottuta di morire troppo presto, prima di riuscire a succhiare tutto il miele di quella bocca così dolce.”

Nella tasca dei pantaloni un rotolo di banconote grosso come una pietra e pesante era la prova dei loschi traffici che avevano messo quella moto tra le gambe dell’impaurito cliente di Magda.

“Quello, lo sa tutto il quartiere, non ha mai lavorato. Metà dell’anno lo passa al riformatorio. L’altra metà tra l’ospedale e le puttane. Stasera tocca a Magda.”

Il ragazzo dai capellilunghi era uscito dalla porta e si era allontanato sbilenco, senza farsi vedere dal cliente impaurito. Non gli piacevano quei bulli che non sapevano farsi una puttana. Quelli, però, proprio per quello sapevano dare bene di coltello. Senza una ragione. Così. Solo per farsi passare la paura. Solo per convincersi di essere forti, cazzuti, potenti. Poi, morivano troppo presto fra le cosce di una troia.

“Stasera non vado dagli amici … il tavolino … il bar … è sempre la solita noia … la solita gente … i soliti amici … neanche Magda mi vuole, stasera. Ha già un paio di appuntamenti …”

Guardando in quella chiazza di luce si sentiva abbagliato e attratto dai bordi del cielo che si restringeva in cima allo scatolone di cemento che gli premeva sugli occhi, come l’umido arrugginito del soffitto, sul letto, che cercava di soffocarlo quando non riusciva più a tenere gli occhi chiusi sul mondo.

Quella luce, al confine fra l’immenso volume della noia e la profondità paurosa del cielo, non era ancora così fioca da riuscire a mostrarsi nuda davanti a quegli occhi indifesi, che, spauriti, sbattevano sotto una frangia di capelli tinta di biondo elettrico e tagliata male.

Perciò abbagliava. Costringeva a tenere strette strette quelle fessure, come bocche silenziose, pugni serrati, finestre chiuse.

Ma da quelle entrava uno strano vento.

Penetrava dal buco sottile delle pupille nere, che non riuscivano a tenersi nascoste del tutto, al sicuro, e quel vento scendeva dentro, come un fiotto acido, ancora più dentro, fin dentro  nel dentro dell’anima.

Il ragazzo non l’aveva mai saputo di avere un’anima e neanche c’era un canale che univa quella parte calda e morbida del suo essere con il lago ghiacciato dei suoi occhi neri.

Non aveva mai saputo che una corrente irrefrenabile, ogni istante della sua vita, trasportava, come tronchi pesanti, le immagini del mondo attraverso quel canale.

Questo durante il giorno.

E non aveva neanche mai saputo che, di notte, lungo quel canale, ma con un percorso opposto, la lunga teoria di immagini sconclusionate che gli uomini chiamano sogni, fluiva dal fondo dell’anima fino alla superficie gelata degli occhi chiusi dietro le sbarre del sonno, protetta dalla grata di lamiera delle palpebre serrate a doppia mandata.

Il giovane dai capelli lunghi si sentiva attratto da quel lucore brunito.

Era come se una immane forza calamitasse i suoi occhi, premesse sulla cristallina superficie di quegli specchi per entrare, urlando come urla la polizia quando vuole fare un arresto.

“Altolà! Nessuno si muova!

Questo è un ordine!

Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe!

Vieni qui, piano, brutto stronzo!

Dove vuoi andare!?

Devi venire via con me!”

“Voglio stare un pò da solo”, pensa il ragazzo.

Aveva gli occhi freddi e spenti.

Lui non sente lavoce dell’anima, perchè non sa di avercela, l’anima.

“Ho solo una terribile voglia di stramene un pò da solo, ma che cazzo vuoi, nuvola d’oro arrugginito, perchè non te ne vai anche stasera, come hai sempre fatto in questi fottuti anni?”

“Non so cosa mi prende, stasera”.

Ho guardato la lunga bocca rossa di Magda ed ho desiderato mangiarla, come le ciliegie.

Ho guardato le sue pere sugose ed ho desiderato di sbucciarle e morderle, per saziarmi della loro polpa dolce, nutriente, fino a morirne.

Ho guardato le sue lunge gambe, sinuose e provocanti come serpenti.

Ho guardato fino alla fessura dove si nasconde la lingua biforcuta del serpente, dove sono nascosti i due denti aguzzi che iniettano il dolce veleno dell’amore.

Ed ho desiderato di farmi avvelenare, di morire, straziato dai suoi morsi.

Ho sentito scosse dentro di me, violente, crudeli, che mi hanno lacerato le carni, mi hanno spezzato i polsi, mi hanno fatto tremare le gambe.

Così si deve sentire un traliccio, crocifisso alla terra dal cavo dell’alta tensione.

Il ragazzo non sapeva che i suoi sogni, attraverso le finestre aperte degli occhi, erano il frutto dei suoi pensieri e, quelli, il prodotto dei suoi desideri, il riflesso del suo inconscio.

Non sapeva cos’era un inconscio, come non sapeva cos’era un’anima.

Anzi, della seconda ne aveva sentito parlare, dal prete nero, che gli aveva spiegato l’appartenza a Dio di ogni cosa e dell’anima, che era il pegno che Quello aveva lasciato in ogni uomo come segno del Debito di ognuno.

Ma il ragazzo vedeva che nessun Dio abitava in periferia, fra palazzoni così sgangherati.

Lì nessun Dio era mai venuto a fare l’amore con Magda.

Nessun Dio poteva avere un Debito con i miseri scheletri dimenticati sul bordo estremo della città.

Nessun Debito poteva essere così stupido da avere la speranza di essere il Debito di gente così. Nessun Debito sarebbe mai stati onorato, da gente così.

E infatti nessun’anima riusciva mai a volare in cielo, ad attraversare quell’altro canale che, dagli occhi, tappati da una coltre di ghiaccio duro come pietra e nero come lava, portava, diritto diritto, fino all’alto dei cieli.

Il ragazzo non sapeva dell’inconscio, non sapeva dell’anima, non sapeva dei pensieri, non sapeva degli occhi e non sapeva del cielo, nè del gelo, nè del fuoco che brucia quando un ragazzo, come il ragazzo dai lunghi capelli, ed una ragazza ,bella come Magda, si stringono, si uniscono, si prendono, fuoco col  fuoco, fino a diventare una sola fiamma, un solo corpo, un corpo solo, senza più, neanche, un pensiero, senza nemmeno un frammento d’inconscio, senza un solo brandello d’anima.

La luce marrone lo tratteneva e lo costringeva in una strana posizione. Di sbieco. Un passo avanti all’altro. I pantaloni che gli stringevano le gambe. I capelli biondo elettrico, sfrangiati molto male, a zazzera, tiravano fino a  fare quasi male. I denti sghembi, gialli, storti, neri.

La sigaretta quasi spenta del tutto fra le dita.

Brillava, la luce di brace, nel vento, ancora, fioca, ma stridula.

Come un lampeggiante della polizia.

“Bastardi!”

Ggli era bastato confondere quell’ultimo lucore malato con un lampeggiante per sentire nelle orecchie lo stridore delle sirene, per provare l’istinto folle di fuggire, come una belva braccata,  per sentire i morsi rabbiosi dei denti della trappola che lo azzannavano, lo paralizzavano in quel punto della strada cieca, fra i mammut di cemento che si alzavano davanti a lui, che avanzavano, terribili e pesanti, verso di lui, che, temibili, stavano ormai per travolgerlo, calpestarlo, schiacciarlo.

Puzzava l’aria di smog, di fumo di copertoni che bruciavano da qualche parte, di fogna e di cenere della sera.

“Altolà! Nessuno si muova! Questo è un ordine! Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe! Vieni qui, piano, brutto stronzo! Dove vuoi andare!? Devi venire via con me!”

Stavolta la voce si era fatta sentire.

Prepotente, roca, cattiva.

Nessuna carogna al commissariato aveva mai avuto un tono così.

Perentorio, assoluto. Un ordine.

Nessun caramba, nessun secondino potecva abbaiare così.

“Ma che cazzo andate trovando, stasera?”

I demoni non si mossero.

Stavano nascosti e stettero bene attenti a non mostrarsi.

Erano rossi, o forse neri, puzzavano di zolfo e passvano il loro tempo a starsene rintanati nella testa del ragazzo, nascosti dietro la zazzera d’oro fasullo dei lunghi capelli.

Il ragazzo era come la fotografia sopra un giornale, come le  foto delle notizie che parlano di storie di qualsiasi periferia sconosciuta, oltre i margini della città, oltre i confini del mondo, oltre il linmite della realtà.

Era in bianco e nero.

Troppo contrasto, rendeva la sua tensione insopportabile.

Non sapeva che la voce della sua anima stava cercando di parlargli, prima di fuggire.

Non sapeva che anche la voce dell’inconscio voleva dirgli qualcosa, prima di abbandonarlo, disperato, dopo aver passato un’esistenza inutile a nascondersi dentro qualche anfratto, dentro qualche recesso in quella vuota persona, dentro il vuoto che riecheggiava nella testa del ragazzo dai lunghi capelli come, le strade, riecheggiano, vuote, di notte.

Non sapeva che i suoi pensieri volevano parlargli, dirgli qualcosa, anche solo per una volta, una volta sola, prima di partirsene, con le valigie pesanti, piene di sogni mai visti.

“Altolà! Nessuno si muova! Questo è un ordine! Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe! Vieni qui, piano, brutto stronzo! Dove vuoi andare!? Devi venire via con me!”

Sembrava la chiamata di un dio.

La chiamata di un dio che chiama nella sera, in una puzzolente periferia che sta a metà fra il mondo degli uomini e l’inferno dei dannati.

Un dio che chiama colui che non sa di avere orecchie.

Un dio che ordina, quando chiama, come ordina una madama.

Un dio dal quale bisogna scappare, come bisogna scappare quando c’è un pericolo, il pericolo della madama, coi lampeggianti accesi e le sirene spiegate.

Una madama che ha la voce dura del dio delle periferie, dei demoni della vita.

Una voce che assegna, volubile e insindacabile, le colpe e il perdono.

Le colpe a tutti, lì, in quelle strade senza uscita.

E il perdono, invariabilmente a nessuno.

La voce del giudice che condanna, senza pietà, inesorabile, chi, da non vivo, annega, di sera, con lo sguardo di ghiaccio, in un lago di luce, in una periferia dura e falsa come una metafora, ma vera e terribile, come l’inferno senza fiamme di una periferia, dura e falsa come una metafora.

“Altolà! Nessuno si muova! Questo è un ordine! Mani bene in vista, sopra la testa! Gambe larghe! Vieni qui, piano, brutto stronzo! Dove vuoi andare!? Devi venire via con me!”…

3 thoughts on “UNA SERA QUALUNQUE

  1. I tuoi racconti, così veri, così spietati spesso mi colpiscono come schiaffi in pieno viso: No, non è la crudeltà delle parole bensì quanto di vero esse contengono! Quanta sofferenza, quanta solitudine e mal di vivere alberga dentro le vite degli uomini..e spesso non vengono percepite da chi frettolosamente e distrattamente ci scorre accanto..e spesso nessun Dio vede.

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  2. … già, cara Vera, dell’indifferenza degli uomini potremmo anche rassegnarci, ma di quella di un dio, no, mai.
    Sarà per questo che, al dolore di un dio sordo e cieco, preferisco la solitudine dell’uomo senza dei consolatori.

    Un abbraccio,
    Piero

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  3. ” amor ch’a nullo amato amar perdona”
    potrebbe essere il nome del quadro che hai scelto, così lo vedo io,
    hai notato che il personaggio raffigurante il Cristo ha i piedi incrociati nella penombra? Verosimilmente quindi si è girato, dunque chi ha chiamato?
    Chi ha risposto?
    Piero, Piero, quante domande mi sollevi!!
    Un post che merita davvero tante considerazioni, ma lo sai, non ce la fò..
    Ti va ancora Benigni con Dante? …amor che a nullo amato amar perdona…

    Un abbraccio
    Minù

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