DARDO CHE DALL’ARCO SCOCCA

Quando ti taci, mia nobile Musa, il silenzio arresta l’infinito moto dell’aria, si ferma l’irrefrenabile corsa dei raggi di luce, la circolare rivoluzione degli astri negli spazi celesti, d’improvviso, s’arresta

Oh, ma non è la quiete di morte, no, non è quel nulla che tutto consuma e tutto annienta, tutto rende vano per sempre.

No.

E’ la sospensione del tempo,l’intervallo, la fiduciosa pausa delle cose.

E’ il mondo che si mette in attesa, in ascolto, disteso, che giunga, di nuovo, ancora una volta, l’eco lontana della tua voce.

A volte, si, è un tuono, il tuo comando, un ordine, una voce impetuosa, un turbine, una tempesta che regala emozione, orgasmo, singulto.

Sgorga dalla tua bocca il rombo di quella cascata che tutto travolge, di me, fragile stelo in balìa del tuo desiderio.

A volte, sì, rendi schiavo il tuo artigiano, che, con lo scalpellino delle parole o la sgorbia dei colori, scava nella materia della vita le curve formose della tua figura.

Si, padrona, a volte, tu ti fai, per concederti al modo, per donare il frutto del tuo ventre puro e prezioso.

L’angelo che ti annunciò il tuo frutto vorrei io essere.

L’amante tuo, vorrei io essere, quando tu ti facesti sua amante ed egli, avendoti nel modo più pieno, t’ingravidò, mettendo nel tuo seno il seme di quel che di più prezioso il mondo può ricevere in dono.

Amante che non è figlio del mondo terreno, non è fatto di carne e non conosce la morte.

E tu, amante sua, non sei figlia del mondo terreno, ma madre sua, e non sei fatta di carne e non conosci la morte.

La voce tua può spazzar via come un fuscello l’uomo che per bocca tua parla, come l’uragano fa con il fragile giunco.

Eppure non è sollievo il tuo silenzio, non è pace la tua assenza, non è calma quiete la tua lontananza.

Non teme la morte il poeta tra le scosse tue che scuoti la terra. Tra le tue braccia vorrebbe trovare la morte, da ardito, da eroe, per conquistare l’ultimo brandello, l’anelito estremo, di libertà che porta il tuo dominio, o padrona di tutte le cose.

E così, senza paura, il tuo umile servitore è sempre in attesa del tuo comando, per servirti, fedele, fino alla fine.

Ma non è sollievo il tuo silenzio, non è pace, non è calma quiete.

Quando ti taci, mia nobile Musa, il silenzio arresta l’infinito moto dell’aria, si ferma l’irrefrenabile corsa dei raggi di luce, la circolare rivoluzione degli astri negli spazi celesti, d’improvviso, s’arresta.

Oh, ma non è la quiete di morte, no, non è quel nulla che tutto consuma e tutto annienta, tutto rende vano per sempre.

No.

E’ la sospensione del tempo, l’intervallo, la fiduciosa pausa delle cose.

E’ il mondo che si mette in attesa, in ascolto, disteso, che giunga, di nuovo, ancora una volta, l’eco lontana della tua voce.

E in quello sguardo che non si posa, in quella luce che non si accende, in quel colore che non brilla, in quell’armonia che non vibra, in quella forma che non si sposa con la materia, non vi è spazio per l’angoscia che raggela, per il timore che paralizza, per la dolorosa solitudine, per la lontananza che sperde e confonde.

Io so che in quel silenzio sta germinando il suono della tua nota più dolce.

Io so che in quel silenzio si compone la melodia che sarà scritta sullo spartito del mondo.

E che importa se il poeta, impaziente, esasperato, stremato, porterà come un macigno il peso di un’attesa tanto gravosa e pesante.

Che importa.

Come se bastasse desiderare di udire la tua voce, come se bastasse invocare il tuo imperio, come se si potesse ordinare a te di espugnare una fortezza così fragile!

Che importa se un poeta si prosciuga fino a seccarsi come una sorgente nell’arsa estate del deserto !

E che importa se la luna si ferma, se smette di stuzzicare gli amanti con il suo sguardo ammmiccante, se non può più smorzare, pudìca, i loro gemiti d’amore con il suo velo di pace notturna, se non riesce nemmeno più a coprire con il suo manto di luce d’argento le loro intrecciate nudità discinte.

Che importa tutto questo e che importa tutto il resto delle cose, di tutte quelle cose che io, nel tuo ineffabile silenzio, non so più dire ?

Che importa, se io so che tu, mia nobile Musa, stai per scoccare dal tuo arco il tuo prossimo dardo?

7 thoughts on “DARDO CHE DALL’ARCO SCOCCA

  1. Io non so quale sia la tua musa, la mia ascoltando la struggente Moon light e leggendoti, non può essere altro che la morte…qualsiasi morte, anche di un amore finito.
    Ciao.

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  2. Nessuna morte, Paolè. Nessuna morte.
    Il chiaro di luna di Wolfgang è struggente, nota a nota. Ma è proprio nello spazio tra una nota e l’altra che si nasconde la mia Musa. E’ lì. Basta saperlo. Come quando a un bambino la mamma gli dice: adesso esco a fare i servizi. Torno fra poco. Tu stai buono e aspetta.
    Ecco, noi giochiamo sereni, tranquilli, inconsapevoli e incoscienti, in quello spazio, sospesi tra un colpo di martelletto ed un altro, fra la vibrazione di una nota e l’altra, fra un’onda sonora e l’altra…
    e in quei silenzi nascono le nostre emozioni, che poi trovano il modo di saltare a cavallo dellamelodia e volarsene là dove Beethoven ci vuole portare…
    Ecco, Paolè, cosa può essre, per me la mia Musa.
    Niente a che vedere con la morte!
    Anzi, tutta vita !
    Un caro abbraccio e buonissime feste,
    Piero

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  3. Estasi dell’anima … ” l’anelito estremo, di libertà che porta il tuo dominio, o padrona di tutte le cose”.

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  4. Cara Minù, grazie sempre per la tua presenza.
    In questo periodo sono abbastanza stanco e non riesco a badare al blog.
    Ma gli auguri te li ricambio di cuore.
    Un abbraccio,
    Piero

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