BAOBAB

BAOBAB NEL FUOCO CHE BRUCIA L'ARIA

Si è voltato dall’altra parte per non vedere.

Muto.

Senza parole.

Senza più occhi nella testa.

I denti spezzati.

Il fiato come un rantolo.

Il buio, la notte, la solitudine nel cuore.

Nero di pelle e buio nel cuore.

La solitudine, solo quella, ad abitare le desolate praterie di una vita senza scampo.

Nero, sporco, il marciapiede, vasto come una piazza, sembra scappare davanti al suo passo incerto, sembra voler sfuggire a quel fantasma senza speranza, a quel mostro che ogni uomo vorrebbe evitare.

I muri scrostati della vecchia scuola abbandonata dietro ai quali il marciapiede corre a rifugiarsi,  sono feriti, sanguinano, piangono perchè qualcuno li ha piantati lì e non possono correre, anche loro, a nascondersi.

Sull’altro lato della strada, dall’altro lato del fiume di tristezza che corre fra un marciapiedi e l’altro, c’è il cancello arrugginito di una vecchia fabbrica, tetro, sbarrato, come la porta di una prigione che si oppone all fuga di un uomo in catene.

Solo che quello, l’uomo in catene, sta da questa parte, imprigionato nell’aria immobile, fetida, fredda, in questa bolla grigia che si addensa sulla strada.

E’ questa la cella della prigione che rinchiude l’uomo, sta da questa parte, in questa bolla d’aria in cui l’uomo annega, dove piange muto, nero e solo, ferito come una bestia, randagio, disperato.

Il bianco degli occhi è come segnato dal demonio, dal marchio di un destino di dannazione iniettato di sangue malato.

Malattie, d’altronde, l’uomo ne conosce tante.

Quella del padre, che aveva uno scolo di sangue al posto del piscio e una mano morta.

E quella della madre, infettata nel corpo e nell’anima da quella strana malattia che si chiama vergogna, contagiata da un soldato di passaggio che l’aveva presa come una bambina viva, innocente, con il sorriso negli occhi, e l’aveva lasciata sulla strada, come una bambola da buttare, con la morte fra le gambe.

Malattie ne aveva viste tante.

Malattie dei corpi degli uomini, nei campi di guerra, di povertà, di fame, là, nella terra dove le foreste pudicamente nascondono agli occhi degli uomini la lenta agonia che consuma la vita.

E malattie dell’anima, in giro per il mondo, dove le luci, i rumori, le voci, i visi, nascondono impudicamente la lenta agonia che consuma la vita.

Nero, solo, nella notte, nel buio non cercava scampo.

Il sole del tramonto lo aveva ferito accompagnando i colpi del bastone che lo aveva colpito.

Il destino lo aveva ferito a colpi di bastone, come un cane, una bestia, un randagio qualunque.

La mano che conduceva la danza dei colpi era bianca, candida, pura, immacolata, senza colpa e senza peccato.

Poteva chiedere e dispensare l’assoluzione da tutte le colpe meno dalla miseria.

Poteva chiedere e concedere il perdono per qualsiasi peccato, tranne per quello di essere nero.

Ma, poi, nero, giallo o marrone, che differenza c’è ?

La mano percuote sapiente ogni differenza.

Annulla ogni sfumatura, uniforma la diversità, rende piatto ogni rilievo di colore che piaga la pelle di un misero relitto d’uomo.

Il bastone cade e bastona e cade di nuovo e spezza le ossa che incontra sul suo cammino.

Non si odono grida.

Nessuno accorre e nessuno cerca di fuggire via.

Anche la paura è morta.

Nessuno vede.

Nel buio delle città perennemente illuminate a giorno nessuno sa che si consuma la vita, in quei vicoli stretti, in quei viali infiniti, in quelle piazze sconfinate.

Nessuno osa guardare.

Anche lui ha voltato lo sguardo sconvolto dall’altra parte per non vedere.

Il bianco è diventato rosso.

Il sangue gonfia le orbite cupe e gonfie.

Copre la mano candida come un guanto porporino.

Scorre sulla strada, denso, fiacco, viscido, sporco.

La polvere, secca, trascinata da un colpo di vento improvviso, s’invischia nell’umidità densa della cieca nebbia che avvolge e cancella le strade della città.

Brillano, nelle vetrine, le immagini riflesse da qualche lontana televisione che nessuno può più guardare.

Il buio ha conquistato il centro della scena.

Come il finale della rappresentazione della tragedia perfetta sul palcoscenico della vita.

Scende silenzioso il sipario di silenzio.

Nessuno applaude, nessuno fischia.

Nessuno osa sfidare il silenzio della morte.

Solo, resta, il bianco dell’occhio riverso, che guarda nel vuoto con la diperazione dell’ultimo sguardo che si spegne.

Povero vitello nero, strappato alla sua vacca magra, alla sua erba rada, alla sua savana arida.

Povera anima, rubata al suo spirito nascosto dietro ad un baobab.

Povero baobab, che arde nel fuoco eterno che incendia l’aria e consuma la vita.


6 thoughts on “BAOBAB

  1. E’ molto duro questo tuo racconto, forte…non fa sconti. E sconti infatti non vanno fatti. A nessuno. Va bene così. Scrolliamo con forza le nostre coscienze, urliamo loro contro, prendiamole a schiaffi… facciamo sentire loro tutto l’orrore di ciò che siamo. Forse dirai che anche questo commento è forte. Qualcuno forse penserà:- E io che c’entro? – Ma quelle mani bianche sono anche figlie nostre. Risultato di un nostro errore…di tutti noi…
    Ciao Piero, un abbraccio.

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  2. E’ difficile capire l’uomo. Io per esempio non lo capirò mai. Ma ciò non toglie che come uomo io debba cercare di fare quel poco che posso per denunciare ciò che accade.
    L’amore, anche quello, appartiene all’uomo, come anche il male.
    Inseparabili gemelli.

    Un abbraccio, Popof.

    Piero

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  3. Cara Patrizia,
    è dura la realtà, certi giorni. E’ dura e senza vergogna.
    Le nostre mani, che sono strumenti straordinari, sanno anche fare il male.
    E sanno anche essere vili, sfuggenti… sanno correre a nascondersi … appena dopo aver lanciato il sasso.
    Non è duro il post nè la tua risposta.
    Sono lo specchio di ciò che è accaduto.

    Un abbraccio, Pat, carissimo, anche a te.
    Piero

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