L’ANNUNCIO

Federico ZANDOMENECHI - A LETTO

 

Cosa cerchi, angelo?

I capelli ebbero un sussulto, biondi, lunghi, avvolti in boccoli che sembravano fiori.

Il sorriso ingenuo, innocente, come il raggio di sole del primo mattino.

Gli occhi intensi come il cielo di primavera.

Il naso sbarazzino, l’aria un pò arruffata, il vento gli soffiava in faccia facendogli accigliare gli zigomi.

Il corpo era alto, forte, slanciato.

Sotto il vestito, che era il vestito candido di un angelo, si indovinavano le forme flessuose del corpo, morbide, leggere, tenere.

S’intravedeva il seno ancora acerbo, ma già pronunciato, come un frutto ancora verde ma già profumato.

 

Cosa cerchi, Angelo?

Al secondo richiamo della dolce voce di donna in fiore, l’Angelo si riebbe dalla prima sorpresa e si girò verso il pergolato, gettando lo sguardo acceso ed acuto verso quella ragazza appena nascosta nella penombra di un mattino di primavera.

Tutto, in questo periodo è in fiore.

La natura rinasce, dopo la stagione della morte invernale, del riposo che pare lungo come un’eternità dalla quale si ritorna per un vuovo ciclo di vita.

Una resurrezione che Madre Natura dona alle sue creature ogni volta che si compie un giro completo del sole.

Una resurrezione che Madre Natura dona alle sue creature perchè è più generosa del dio dei cieli, che invece non ammette ritorno per le sue creature dal viaggio nel gelo dell’inverno. Non c’è primavera, per chi ha assaggiato i rigori di quella stagione senza ritorno, non c’è resurrezione, non c’è altro che il nulla, eterno,per sempre.

 

Bellezza contro bellezza.

Così si potrebbe intitolare la scena.

La bellezza dell’angelo era perfetta, più delicata della più pura bellezza di un fiore sbocciato dal ventre di Madre Natura.

La bellezza di Maria era più pura della pura bellezza di un angelo sceso dal cielo.

La bellezza dell’angelo era come un pensiero senz’ombra, un desiderio senza peccato, un corpo senz’anima.

La bellezza di Maria era acerba e invitava all’acre peccato.

La purezza dell’angelo sfidava la purezza del cielo e invocava una preghiera che le rendesse giustizia.

La purezza di Maria sfidava la purezza di un fiore e invocava una carezza che la recidesse dal gambo.

 

Gli occhi dell’angelo penetrarono nel cuore della vergine Maria.

Il calore del suo sguardo riscaldò quel ventre di fanciulla.

E spuntò un germoglio nuovo di vita.

Gli occhi di Maria sfiorarono il cuore puro dell’angelo.

Il fuoco del desiderio più casto restituì all’angelo l’amore.

E l’angelo pianse, svelando a Maria il suo segreto terribile.

Il fiore nato dal tuo gemoglio, dolce Maria, sarà reciso dalla falce crudele dell’uomo.

E sarà il volere del Padre a muovere la mano deicida dell’uomo.

E sui rami incrociati di un albero morto, arso dal sole, mangiato dalla polvere, giacerà tuo figlio, dolce Maria, madre sfortunata, vittima della volontà crudele di un dio che non conosce pietà nemmeno per un figlio.

 

La verità è dolore, si sa, quando ad annunciarla è la figura di un angelo senza il cuore di un uomo.

Non sa piangere una creatura del cielo.

Non ha pietà, nè misura la pena e il dolore che sperge come una pioggia devastatrice sulle vite dei figli di Madre Natura.

Eppure piangeva, l’agelo inviato dal cielo a dare il terribile annuncio alla spensierata fanciulla che ancora giocava innocente col suo corpo di bimba, in primavera, sotto la pergola secca nel giardino dell’eden.

Intuiva il dolore in quegli occhi di madre che ignoravano cosa vuol dire un dolore di madre.

Erano occhi di madre che non sapevano ancora di essere occhi di madre.

Erano occhi che mai, ancora, erano stati occhi negli occhi di un uomo, gioia nella gioia, piacere nel piacere, corpo nel corpo.

 

Piangeva, l’angelo, mandato dal dio piantare il germoglio del suo fiore a primavera.

Piangeva, l’angelo, guardando il fiore che prendeva colore e profumo e facendosi donna regalava il suo grembo ad un nuovo germoglio.

Piangeva vedendo quel fiore che, al prossimo inverno, si sarebbe fatto secca foglia senza più voglia di vita, senza colore e senza profumo.

E’ amaro il destino di un angelo puro, fiore dei fiori, con il libro e la spada.

Sul libro del destino c’è la storia dei fiori, dall’inizio alla fine.

Sul filo della spada c’è il sangue verde dei fiori, fino all’ultima goccia di linfa.

Solo Maria sorrideva, sorpresa, a vedere quell’angelo patire e dolersi.

Il suo fiore era appena spuntato e lei voleva vivere tutta la vita che spetta alla vita di un fiore.

 

Non importa che si tratti di una vita di breve gittata o di un fiore che finisce reciso su un ciglio di strada.

Non importa neanche che un fiore accompagni il funerale di un fiore.

Resta nell’aria il profumo dei fiori e nel cuore lo splendore di tutti i colori.

Resta una vita da vivere, fiori, una vita da fiori, che è più preziosa della vita senza fine di un angelo che annuncia la vita e la morte.

Resta la vita, profumo e colore di un fiore, che un fiore pretende di vivere giorno per giorno, dal’inizio alla fine.

Resta il fiore, dolce fanciulla senza peccato, profumo e colori di donna, destino di donna.

Resta la vita, profumo e colori dei fiori, che ogni fiore pretende di vivere giorno per giorno, dall’inzio alla fine.

 

Cosa cerchi ancora, angelo?

Non hai ancora capito?

Io conoscevo già il tuo annuncio.

Era scritto nel mio ventre di donna, anche se ero ancora fanciulla quando un mago m’insegnò, maestro di vita e di morte, alla lettura del mio libro di donna.

E conoscevo il tuo dolce volto di angelo, fiore del cielo senza peccato.

E conoscevo i rami ed i rovi e le spine e la spada e la croce.

E’ la storia di una madre su questa terra dove i fiori nascono, puri, per potere morire e marcire e tornare, marcìti, alla terra natìa.

Dì al tuo dio terribile, che non gli basterà mandare a morire il suo povero figlio su questa terra di morte.

Non gli basterà piangere per tutto l’eterno la morte di un figlio.

Non potrà mai farsi fiore e come fiore morire.

E il suo destino resterà per l’eterno quello di un dio che piange la morte del figlio che ha mandato morire.

Destino crudele di un dio.

Restare in eterno quel dio che non può potrà mai mettere fine al suo crudele dolore.

A noi, invece, poveri fiori, l’annuncio di morte ci porta l’annuncio della fine di un crudele dolore.

E in più, nei giorni in cui fummo candidi gigli, puri figli di Madre Natura, ci furon dati il profumo, i colori, l’ebrezza da cui ci venne il piacere di non esser altro che fiori, fatti di profumo e colore, fatti per conoscere il piacere, sapere il dolore e conoscere il fin della morte.

9 thoughts on “L’ANNUNCIO

  1. Non so perchè ma il tuo racconto mi ha fatto pensare a Lucio Magris e al suo suicidio teleguidato, questo fatto così come il tuo racconto mi ha lasciato una linea d’ ombra sottile, indecisa, indefinita…un velo di tristezza.
    Ciao Piero.

    Mi piace

  2. Quante riflessioni su questo tuo racconto…
    Sul perchè e sul come della natura umana, sulla sua vera essenza, su quello che forse fummo un giorno lontano, che vorremmo ancora essere ma che riusciamo a cogliere solo per brevi attimi, come flash di una vita passata che ci colgono all’improvviso riportando sentori di antichi ricordi.
    O su quello che mai siamo stati e forse mai saremo.
    Bello, bello davvero anche se, non so perchè, questa storia, la figura di Maria, mi ha sempre lasciato dentro un senso di amarezza. una tristezza la cui origine forse devo ricercare proprio nel mio essere donna.
    E mi torna in mente la stupenda canzone di De Andrè…

    Mi piace

  3. Carissima Paola, è vero, poteva venire in mente Magri ed il suo suicidio teleguidato, come lo chiamo tu.
    Ma non mi rieferivoa lui.
    Quel fatto per me ha avuto un’eco troppo pubblica, in un paese bigotto come l’ìItalia.
    Certo il rapporto con la morte, la scelta della vita o della morte sono temi importanti, difficili, temi che in Italia si devono confrontare con la presenza pontificia che al riguardo è troppo arretrata.

    Non è detto che non me ne occuperò, quanche volta, anch’io.
    Ma io la mia scelta l’ho già fatta.
    Per quanto laico nell’animo, io per il momento scelgo la vita.
    Non nel senso che la chiesa vuol dare a quella parola. Io non ne faccio una questione di potere sugli uomini o sulel loro anime.
    Io penso che la vita sia … tutto.
    In tal senso, da vivi, sappiamo e possiamo scegliere.
    La responsabilità è nostra. Ne rispondiamo noi a noi stessi.
    Maria, nel racconto, sceglie di assaporare l’essenza della vita. Sa di essere un fiore, fatto di profumo e di colori.
    E sa che come fiore avrà il destino di dolore che tocca ai fiori. E sa anche che come fiore più bello e profumato e colorato di tutti – perchè le tocca essere la metafora di tutti – sa anche che le tocca il più triste e doloroso dei destini. Che comprend, include, anche la conoscenza di un futuro fatto di terribili avveniment.
    Ma ci sno, cara Paola mia, molti altri fiori come Maria, sulla terra, che hanno lo stesso destino e lo vivono fino in fondo. Io non dico che ciò sia una scelta, nè che si fatto per coraggio. Potrebbe anch essere solo una vita vissuta involontariamente, inconsapevolmente.
    Ma ognuno di quei fiori sfida i propri dei, le proprie fedi, i propri credo. E potrebbe anche scegliere, se volesse, o potesse, o sapesse, potrebbe anche scegliere di morire, di farla finitia, come Magri (che però non era, per me, esattamente un fiore come questa Maria, o le altri/altri che vediamo attorno a noi. Ma forse lui soffriva di un dolore più provato, che io non conosco). In questo c’entra il suicidio suo.
    Ma Maria non lo fa.
    Sceglie di essere fiore, fino in fondo, fino all’ultimo.
    Non so perchè.
    Ma non credo fosse importante, in questo racconto, il perchè.
    Maria è un fiore.
    Un fiore non sa perchè è così. Ma sa di esserlo.
    E’ così per me, per te, per ognuno di noi.
    Però continuiamo ad essere responsabili di noi e delle nostre azioni. Fino all’ukltimoe fino in fondo.
    E Maria, pur sapendo tutto, vuol vivere.
    Qualcun altro invece avrebbe scelto un’altra strada. Magari la disperazione, o il fallimento, o la fuga, o la pazzia, o l’eroismo, o il riscatto, o la morte…
    Vedi quante strade diverse?
    Maria ha percorso quella che le era più naturale.
    Solo questo.
    Un abbraccio, Paolè, e buona domenica.
    Piero

    Mi piace

  4. Cara patrizia, si pieno di cose il tuo commento, di cose pensate e non dette.
    Mi piace così.
    Solo una cosa.
    La tristezza, di cui parli, che deriva dall’essere donna.
    Io non posso certo capirne le implicazioni profonde, perchè in quell’intimo che vi fa così differenti da noi, non sono ammesso; la natura mi ferma alla porta.
    Ma perchè la chiami tristezza?
    E perchè la leghi a quel tuo essere?
    Nell’eser maschio c’è il fuoco, la scintilla, la vitalità che arde e si spegne, brilla e s’adombra, sorge e tramonta.
    E’ il ciclo della natura, l’eterno ritorno dei ritmi che il fuoco porta con sè, con la sua forza immensa e la sua intima e connaturata sconfitta.

    Nel tuo esser femmina, invece, c’è il lento fluire delle maree, il respiro profondo dell’universo, l’infinito espandersi degli spazi che ci creano da un seme … nero di papavero per germogliare e poi morire. E poi rinascere per morire di nuovo.
    Non riesco a vedere una differenza in questo alternarsi dei ritmi naturali. Anche se si tratta di forme che assumono differenze profonde.
    Come i due dei creatori dell’universo.
    Il Cielo e la Terra.

    Forse è l’esser donna, è là la differenza.
    Donna non vuol dire femmina.
    Donna è un ruolo, non una natura.
    Può esser triste, si. Perchè un ruolo può esserlo.
    E forse in questo racconto c’è questo velo di tristezza che accompagna, che copre, il ruolo di Maria in questa storia.
    Non potrebbe essere diversamente.
    Nè potrebbe, il racconto, essere uguale con Giuseppe.
    Chissà, dovrei scriverlo anche al maschile, per sapere come sarebbe.
    Che ne pensi?

    Ma io non so scrivere a comando.
    Nè so decidere il finale delle storie dall’inizio.
    Le mie storie vivono davvero.
    Nel senso che nascono da una scintilla, da una sensazione, da un sentimento, da uno stato d’animo. Qualcosa che scocca all’improvviso, oppure che cova nel profondo, in quell’insondabile che se ne resta invisibile ad ogni vista.
    E quando nasce vive di vita sua.
    E muore come crede. Come deve.
    Chissà, se nascerà, una volta, anche un Giuseppe?
    Non so perchè, c’è una forte componente di femminilità in molti miei scritti. Molti personaggi, quelli che mi sento più vivi, sono personaggi al femminile. Sarà che il maschile, oggi, è un ruolo confuso.
    O forse, io vedo quel ruolo così.
    O forse lo vedo in quei dei, in quegli angeli, in quei personaggi che partono, viaggiano, decidono, ma sono scomposti in mille frammenti, in schegge, in tessere che non sanno farsi un intero mosaico.

    Ma forse è proprio così che deve essere.
    Io non solo non posso vere tutto intero il mio essere. Neanche solo la parte maschile che lo riempie e lo fa.
    Io posso solo vederne le schegge che mi passano davanti agli occhi, qualunque cosa la parola “occhi” voglia significare.
    Io, poi, come tutti, sono mille moltitudini diverse, che si affollano dentro di me, mi affollano di essere, di esistenza, di vita.
    E per ognuna di quelle diverse “identità”, io posso solo vedere frammenti…

    Un abbraccio,
    Piero

    Mi piace

  5. MIa carissima Minù,
    i tuoi versi liintuisco, più che capire.
    Ma hanno un intenso e profondo sapore di terra, l’odore del legno, il profumo dell’erba, il colore della montagna.
    La montagna è come una grande madre.
    “Si idu an’in su mundu tantu amore
    ca amare est sì tantu dolore.”
    In questo sentire mi pare di sentire gli echi della Sardegna. Non so perchè. Non riesco a collocare da una parte le tue parole.
    Ma come hai fatto a sapere che amo la Sardegna terragna, quella delle calure che bruciano, delle terre nere, dei legni, delle pietro che si consumano a poco a poco…
    Ecco, in quelle tue parole, io sento queste radici.
    Di amore e dolore.
    E proprio l’incaopacità di tradurle in parole con un significato preciso resta il magico potere del suono, la muscia di sentimenti che vanno da capo all’altro dell’animo senza mai spezzarsi, ma facendosi due cose diverse.
    Un’eco, appunto.
    Suoni che si confondono, ma ammaliano, affascinano, conistano.

    Un bacio,
    Piero

    Mi piace

  6. Infatti Piero, non credo ci sia nessuna differenza nell’alternarsi dei ritmi naturali. Uomo e donna: due entità distinte, ognuna con le proprie peculiarità e caratteristiche. Ciò che mi dà quel velo di tristezza nella storia di Maria è la sua non-scelta. Anche da parte della divintà ci leggo un uso strumentale in un certo senso, un’imposizione. Che Maria accetta certo, felice anche ma quanto consapevole di quello che davvero significherà quell’accettazione?
    Ci ritrovo la storia infinita delle donne. ci leggo come una sorta di continuità che forse mai riusciremo a scrollarci di dosso. Forse ho allargato troppo il discorso cogliendo nella storia di Maria qualcosa che ci ha tenute legate per troppo tempo ad una concezione che sì, associa l’essere donna ad un ruolo, mentre personalmente rivendico l’essere donna come ad una natura. In questo non sono molto d’accordo con te, Perchè un ruolo è sempre qualcosa che prima o poi diventa limitante e costrittivo. Anche Giuseppe è costretto ad un ruolo e anche se in modo diverso, anche lui diventa semplice strumento. Ma la sua accettazione è se vogliamo più libera, almeno a me appare così. Se facciamo diventare Maria e Giuseppe due metafore dell’uomo e della donna in generale, in cammino del tempo, quali considerazioni potremmo trarne?
    Probabilmente, come spesso avviene, sono uscita fuori dal senso del tuo racconto, ma una cosa mi viene da pensare leggendo il tuo testo e poi il tuo bel commento: Come sarebbe bello se uomo e donna potessero esprimere liberamente la loro natura…
    Scusami se non ho compreso nel modo giusto il tuo scritto e per queste lunghe e squinternate divagazioni…🙂
    Un abbraccione

    Mi piace

  7. Cara Patrizia, è davvero con piacere, invece, che leggo le tue … squinternate (come le chiami tu) divagazioni.
    Non c’è cosa che mi piace di più che le divagazioni.
    E le tue, poi, lo sai, non sono squinternate.

    A proposito di Giuseppe.
    In un libro bellissimo di Saramago “il vangelo secondo Gesù”, a Giuseppe tocca un ruolo strumentale e drammatico, che lo porta a morire crocifisso. E’ la parte forse davvero più straordinaria di quel libro.
    Il dramma che vive Giuseppe è quello del senso di colpa per non aver dato la voce per l’imminente strage degli innocenti, della quale, invece, lui era stato informato (da un angelo, dice il vangelo sacro, in altro modo, dice Saramago, ascoltando per caso la discussione fra alcuni centurioni). E anche Gesù se la prende con lui, sotto lo stesso senso di colpa…

    Ma qui non importa la storia di Saramago, bellissima, comunque.
    Importa il ruolo.
    Ruolo come strumento, come gabbia, come mezzo, come immagine rappresentativa, come pregiudizio…
    Insomma, il ruolo di Maria, ruolo di donna, e quello di Giuseppe, ruolo di maschio, sono qualcosa di esterno alla loro natura, qualcosa di culturale, di posticcio, di sovrapposto.
    In questo siamo sicuramente d’accordo.
    Che poi si debba, credo per forza, essere rappresentati e rappresentativi da e di un ruolo forse è pressochè inevitabile. E lo dico nel senso più neutro del termine, inevitabile, cioè che non si può evitare. Anche se, come dici tu, sarebbe molto bello se ognuno fosse solo se stesso, fosse solo la propria natura…
    Ma … da un altro punto di vista, tutto, di ciascuno di noi, anche la nostra stessa biografia, è qualcosa di molto vicino ad un ruolo. Anche ciò che chiamiamo coscienza di noi, autorappresentazione, ha in qualche modo una funzione, è espressione di un ruolo, rappresenta un’esigenza che va oltre, che supera, la natura di cui siamo fatti.
    E forse questa stessa contrapposizione, natura/coscienza (autocoscienza), è di per sè segno di quella inevitabilità: se fossimo solo natura, poniamo, come un insetto, o un cane, o un albero, non si potrebbe porre la questione.
    Ma la questione, certo, si pone, con evidenza. E in quella questione, in quella questione che è una contrapposzione, una frattura, un’opposizione, c’è lo stato di fatto della coscienza che si pone come ruolo, come parte, come finzione, in un certo senso, come alter-nativa alla natura.
    Due nature, si potrebbe quasi dire.
    Natur-natura (o natura naturans, come direbbe qualche filosofo) e natur-cogens (res cogitans, sempre secondo quel filosofo).
    Due.
    Appunto.

    Un abbraccio, cara Patrizia (come vedi, in quanto a … divagazioni non te la dò mica vinta!),
    Piero

    Mi piace

I COMMENTI SONO GRADITI

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...