K.

Max ERNST - LES PLEIADES

La porta si richiuse alle spalle di K. con un lamento prolungato, doloroso.

Era una porta sgangherata, che si chiudeva su una vita sgangherata.

Due locali sporchi, umidi, scrostati.

Cartone, gesso ammuffito e vernice marcia.

Macchie che sembrano offese, le offese di una vita impietosa.

Macchie che sembrano ferite, le ferite della vita su quelle pareti offese, che non proteggevano contro il freddo, contro gli sguardi degli intrusi, contro la vita.

Macchie, fango, marciume, muffa, sulle pareti che appena appena davano la dignità di una casa ad una vita piena di dolore, ad una precaria povertà, ad un’esistenza non vissuta, rinchiusa, ostaggio, prigioniera fra quelle mura annerite di gesso umido, pareti che delimitavano lo spazio di due celle, di due loculi, forse.

I servizi.

I servizi stavano direttamente in giardino, dietro un paravento di lamiera morsa dalla ruggine e dalla fame del tempo.

Un buco fetido nel terreno, testimone dei lubrichi scambi di un corpo imperfetto.

Imperfetto perchè sposo della povertà.

Peccaminoso.

Peccaminoso perchè imperfetto e infetto.

Insomma il povero corpo di chi ha avuto il destino di povero verme della terra.

La cucina non c’era, in quella povera dimora della miseria.

Un verme forse non ha bisogno di tanto.

Ma K. sì, K. ne aveva bisogno!

Un fuoco a gas, sopra un tavolo, era la prova che quel povero corpo offeso dalla vita, oltre ad essere impuro, era anche moritificato dalla fame.

Un cartone era addossato ad una delle pareti ed una coperta, che copriva, più che riscaldare, un duro giaciglio, indegno anche della vita di privazioni di un santo, figurarsi della stanchezza sfinita del relitto di un essere umano.

Sul bel volto d’angelo scesero due grosse lacrime.

Gli occhi, fatti dell’azzurro del cielo limpido, si coprirono di nuvole scure.

Piovve, da quegli occhi fatati.

Due rigagnoli scesero a lavare il bel volto.

Era un angelo, K.

Un angelo, come si dice di quelle creature che la bellezza ha scelto come dimora terrena, come testimonianza del proprio potere, della propria fragilità, come prova delle’goista indifferenza al destino, della cocciuta resistenza alla miseria, della testarda sfida alla morte.

Un piccolo sentiero accompagnava i passi di K. lontano da quel luogo tanto triste, malinconico, indecente, una sentìna indegna di un essere umano.

Nel cuore di quell’angelo baciato dalla cattiva sorte s’era illuminato un barlume di speranza, quando aveva pensato di poter sfuggire al destino che gli era toccato di espiare in terra il peccato della bellezza.

E il destino si era vendicato, di tanto splendore, con l’offesa mortale di una vita di stenti, da accatoni, clochard, derelitti senza nome o memoria.

Nessuna speranza di un paradiso, nè qui, nè altrove, nè in terra nè in cielo.

E d’altronde, con i suoi occhi impastati della preziosa materia del cielo, dell’azzurro dei lapislazzuli, K. poteva ben vedere che nessun paradiso c’era, lassopra, ad attendere un angelo morso dal demonio che mette l’essere umano più in basso di un cane randagio.

Ad un cane che vive per strada nessuno nega un osso, neanche la natura, altrimenti tirchia e irata.

Ad un angelo non si aprono che le strade del peccato.

Il suo corpo vale l’oro che ogni genere di desiderio turpe e immondo mette sul piatto della bilancia del commercio delle indecenze.

La pelle di K., fatta della materia degli angeli, è candida, è l’impasto puro e perfetto della farina e del latte.

La luce della luna la prevade, l’illumina di giorno e di notte, e la rende luminosa, come solo può essere la pelle di un angelo.

E dio lo sa che desideri ardono il cuore e bruciano gli occhi e infiammano le carni di tutti quegli ossessi indemoniati che apostrofano  un povero angelo senza nessuna fortuna, affibbiandogli tutti i nomi più depravati del lussurioso peccato carnale.

Avrebbe potuto conquistarsi regni, imperi, l’intero universo, se solo avesse conosciuto il prezzo del peccato.

Ma nelle carni dell’angelo solo il peccato della povertà aveva potuto trovare alloggio.

Nessun altro segno di impurità vi aveva mai abitato.

Se solo avesse ceduto alle lusinghe di quanti gli offrivano denaro in cambio dell’ora d’amore che può concedere il corpo di un angelo, avrebbe potuto vivere tra pareti d’oro, in palazzi da re, in città di sogno.

E invece non aveva mai saputo dire di si.

Le lacrime gli scorrevano lente, sporcandosi, allo spettacolo di tanto squallore, di tanta miseria.

Nell’ultimo sguardo gettato all’umile rifugio che K. aveva chiamato casa, s’era impressa l’ingannevole immagine di un paradiso nostalgico, che invece, in relatà, aveva le forme d’un inferno.

Aveva sperato di andarsene, di partire, di riuscire a conquistare lo spazio degno di un angelo puro, lontano, in un mondo migliore, più … degno di un angelo.

Un paradiso al di là del mare.

Oltre le vette dei monti.

Più in alto del cielo.

Aveva creduto di potersi costruire la vita che tanti esseri umani avevano ricevuto in regalo, senza fatica, per miracolo, o per dono, senza dover fare niente per doversela meritare.

Era stato tanto ingenuo da credere di poter chiudere in una valigia di cartone la sua speranza.

Povero angelo.

K.

Neanche un nome aveva avuto in eredità.

Solo un suono che moriva nella gola quando veniva pronunciato.

Così la sua vita, povero cristo.

Crepata in gola a sua madre, come il suo nome.

Che poteva essere Kristian, o Kristin, o Kristel, o anche solo Kristh…

E forse poteva essere il segno di un destino più fortunato.

Un sogno.

Abitare in un tabernacolo, adorato da tutti, invidiato.

Povero K., povero angelo, povero cristo.

L’eco del sordo rumore della porta di legno sbattuta contro le marce pareti non si era ancora spenta che un ululato tagliò l’aria immobile e nera della notte.

Un lampo.

Un urlo.

Il mondo si era deciso.

Il silenzio era scappato.

La vita aveva cominciato a prendersi la vendetta per  quell’innocente tentativo di fuga, per quella vana speranza di salvezza.

L’angelo rinchiuse le ali e alzò gli occhi verso il nero di quella notte tremenda.

Un fremito scosse il flessuoso corpo troppo perfetto per K.

Un brivido percorse le membra portando il gelo dal cuore alla punta delle dita.

Un lupo gli balzò addosso in un istante.

Aveva l’uniforme d’un lupo, la rabbia di ogni belva, la fame d’ogni randagio, il desiderio represso di ogni disperato.

Azzannò K. proprio dove il desiderio dovrebbe farsi tenero piacere.

L’angelo non riuscì neanche a difendersi.

Il dolore lo stordiva, senza finire.

La vergogna lo mortificava, l’offesa lo rendeva un povero brandello di carne gelata.

K. stette come un agnello tra le grinfie del suo macellaio.

Docile, inerte, immobile.

I sussulti del lupo davano strappi alle sue carni.

La sua intimità era lacerata dalle zanne affilate che affondavano nel suo corpo senza pietà.

Il peccato, inoculato con tanta violenza, lo contagiava, come il virus rabbioso che i morsi selvaggi del lupo iniettavano nel suo corpo innocente, che fino a quel momento era stato puro come quello di una gazzella.

Aveva smesso di piangere, perchè il dolore del corpo violato dai morsi della bestia affamata non doleva come il dolore che aveva provato un attimo prima.

Aveva pianto quando s’era deciso a lasciare il mondo nel quale era sceso quando aveva lasciato l’Eden nel quel era stato concepito, il ventre di una madre sconosciut che l’aveva curato per nove mesi di fila e che nove mesi dopo l’aveva abbandonato nelle braccia del mondo dei poveri, un mondo che aveva fatto, per K. da madre e da padre.

Adesso il lupo le faceva da sposo.

E il mondo assisteva a quelle nozze di sangue, davanti la porta appena socchiusa di quella povera casa di gesso marcito.

Una pozza, oggi, si offre davanti alla casa.

Si vende come uno spettacolo di pura forza vitale.

Una pozza rossa, come il sangue di K.

Quel sangue che sfuggì dal ventre squarciato dai morsi del lupo.

Se ne va in giro per il mondo, quel fiume di sangue, alla ricerca di un posto tranquillo.

La pozza è come un fiore.

Sbocciato sul luogo in cui la vita di K. è stata recisa, in quel giorno tremendo, dalle zanne furiose del lupo selvaggio.

Un fiore di purezza è sbocciato, in quel luogo d’immonda miseria.

Un fiore nato dalle ali recise di un povero angelo, che, per salire al cielo, ha dovuto cedere il suo corpo per un’ora mercenaria d’amore assassino.

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