LA MORTE DELLA MACCHINA

La macchina sbatte le fauci.

Di scatto, si ode lo schianto delle mandibole che addentano il vuoto.

Feroci, voraci, fameliche.

Si ode lo scricchiolio metallico degli ingranaggi, affamati d’energia, assetati di lubrificante, rassegnati, ormai, all’immobilità che li ucciderà per sempre.

Nel vasto spazio della caverna in cui la macchina ha vomitato la sua forza immane per secoli e secoli, adesso è sceso il silenzio.

Un silenzio che è freddo, gelido, come il sudario della morte.

Il Buio, solo, il Buio, dio dell’Antiluce, antidio della notte, si affanna, indaffarato, a conquistare quell’immensa voragine che sta per sprondare nell’abisso, a prenderne possesso. Per l’eternità.

Si muove furtivo, ma ricopre tutto col suo pesante manto vorticoso.

Tutto, a volta a volta, cattura e tutto avvolge nelle sue spire di rettile della notte, tutto ingoia, tutto finisce inghiottito nel suo antro oscuro.

Al suo fianco una velata figura femminea, Eco, l’accompagna nei passi incerti.

Coppia affiatata, inciampano avanzando nella conquista del territorio del fuoco che si raffredda.

I neri cavi contorti, che sembrano arterie di un flusso di energie che non batte più, si avvolgono morti ai loro piedi, li legano, li annodano, in un estremo, ultimo, vano, inutile, tentativo di resistere a quella morte.

Anche i tunnel dei tubi che avvolgono il corpo della macchina, il pacco intestinale di quell’organismo che si sta spegnendo, contorti, voraci, senza denti, vacui e vuoti, si dimenano, disperati, sull’impiantito, scossi dall’ultimo lampo del quadro elettrico tenuto in vita dal palpito finale del generatore, polmone d’acciaio animato della caverna.

Gli ingranaggi si dissanguano, goccia a goccia, dentro il ventre della macchina.

Una scia di rugginoso umore denso scorre piano, fin sulle pareti piastrellate sporche, grasse, su cui poggia la morente creatura e sulle quali i segni delle laboriose mani dei sacerdoti della macchina stanno sbiadendo, come orme sulla sabbia.

Sabbia di un deserto rosso di sangue, freddo, nella notte che si è rovesciata sulla caverna, sangue che si raggruma nelle vene immobili della macchina che si spegne.

L’interruttore del quadro elettrico è ancora sul rosso segno della vita, ma nessuna scintilla anima ormai più quei contatti, che, così, si sono affidati alle mani della morte.

Mani differenti.

Mani di sacerdoti, quelle stampate sulle pareti unte di grasso nero e oleoso.

Mani grasse, forti, sicure, abili, mani che sapevano muoversi con maestria e dare forme e movimento all’inerte materia minerale strappata alle viscere della Madre terra.

Mani indifferenti. Mani di morte.

Mani come lame che tranciano e tagliano e lacerano e spezzano e spaccano.

Mani filiformi, scheletriche, glaciali, appuntite, affilate.

Mani come lame e lame senza filo, senza taglio, denti erosi, insaziabili, che aspettano solo un sorso di sangue.

Gli ultimi brividi scuotono la macchina che si sta fermando, gemendo.

Brividi dell’ultima energia che stilla, evaporando.

Brividi in cui si spengono le ultime faville della forza creatrice che mise in moto l’immensa massa metallica che ora si addossa al muro ingrigito, arrugginisce, si consuma, affondando a poco a poco nell’Ombra, sorella del Buio, figlia minore della grande madre nera, Tenebra.

In un requiem di silenzio si spegne l’ultimo cigolìo delle bielle che, con uno spasimo infinito, si raggelano nell’innaturale paralisi della fine.

Batte, la macchina, le sue fauci.

A vuoto.

Per l’ultima volta.

Con l’ultimo scatto, che viene catturato dall’Eco.

Ricadendo, non fanno rumore, ormai, le morte mandibole che ebbero la metallica durezza della forza stritolatrice.

Mandibole che furono porte che a stento trattennero la titanica smania trasformatrice della macchina, ansiosa di cambiare le forme del mondo, di rigirare la grezza materia in utensìle prezioso, per renderla schiava, asservirla per sempre .

Resta uno strano rosso stendardo, slabbrato, mangiato dal vento del tempo, in cima all’alta asta appoggiata alla nera parete, straccio sbilenco, immemore, ormai, del nome che porta.

Una stella, lontana, nella profonda notte che ha ingoiato la macchina, veglia su quello spettacolo inerte.

Solo noi, ancora mossi da un’empito inspiegabile di muta energia, restiamo sgomenti.

I nostri occhi, faville che perforano il buio, trivelle che penetrano nelle viscere del tempo, i nostri occhi soltanto illuminano questo spettacolo che spegne la scena.

E su quelli, cristallizzati in un’immobile torpore, scende il sipario dell’ultimo atto.

Così, ricattucciati nel tetro ventre della macchina spenta, nel mare di oscuro nulla colato sul nostro sguardo gelato, siamo spettatori dello spettacolo di un mostro che esala il suo ultimo respiro.

Il rantolo che ci sale alla gola è quello che spegne, infine, per sempre, la macchina.

L’ultimo soffio che dona l’immobilità eterna all’immensa spenta caverna del mondo dà un’ultima scossa al rosso drappo che, attonito, resta a guardarci.

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9 Replies to “LA MORTE DELLA MACCHINA”

  1. Che brutto momento per Termini Imerese. La fiat ha utilizzato fondi statali a iosa e ora butta via come fosse un giocattolo rotto chi l’ha fatta crescere. Una certezza, la crisi attuale è solo un mezzo per diminuire il prezzo del lavoro, per poter attaccare le conquiste.
    E pensare che l’Alfa ad esempio, negli anni 80 la voleva la Ford, invece no, Fiat, ecco il risultato, dopo il monopolio la fuga col malloppo.

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  2. Sono giorni duri ma tornerà la serenità, intanto moriamo un poco, poi si vedrà.
    Una grande industria è una grande trappola, una piccola industria è una piccola trappola.
    Sono giorni in cui forse si può ripensare il lavoro, dargli un indirizzo diverso, più umano, senza schiavitù, perchè alla fine è sempre così che va a finire.
    Chi decide non è mai l’operaio. Ed è un peccato perchè l’operaio sa benissimo cosa va bene e cosa no.
    Ciao amico mio
    Minetta

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  3. Mi piace questo tuo modo di scrivere che dà una veste letteraria ai problemi di oggi. Certo, questi ultimi, veste letterartia o meno, sono molto pesanti gravi. Il video de Il Fatto mi mette addosso una grande tristezza e conferma il mio scoramento per il futuro prossimo.
    Ti auguro una buona serata.
    Carmine

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  4. Vivo a terni, ex città industrilae, dove la crisi si avverte ogni giorno, conosco bene la morte di queste macchine, la PRESSA campeggia alla Stazione come simbolo di una industria che non ce più. Hai saputo dare una veste poetica a problemi gravi che ci attanagliano.
    Un saluto

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  5. Racconti la fine della macchina come un mito, infatti ormai lo è…ma ci sarà un nuovo mito, ci sarà e sarà migliore, ora è difficile crederlo perchè siamo in un periodo di transizione…guardo avanti con fiducia.
    Un sorriso che ti contagi…ciao.

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  6. Si, caro Popof, la nostra storia industriale è la sotria di un declino.
    L’ultimo “successo” fu il made in Italy. Che ormai è rimasto solo come uno slogan vuoto. Quel che ne rimane se slo stanno comprando i francesi.
    L’industria pesante, la grande industria, è finita. La FIAT è destinata ad andare via dall’Italia. Qui potranno rimanere alcune produzioni, qualche stabilimento, ma… il mondo ormai gira da un’altra parte e la FIAT lo seguirà.
    La piccola indistri,a i servizi… per quelli serve una società evoluta, all’avanguardia, colta, piena di stimoli e di fiducia nel futuro.
    Ti sembra questo il ritratto dell’Italia dell’ultimo trentennio?

    Io però penso che le ruote girino.
    E quello che un tempo stava sopra poi va sotto. Ma poi torna di nuovo sopra.
    Ecco, vediamo se l’impressione di un’italia che si sta svegliando sarà confermata nei prossimi mesi e nei prossimi anni.
    Altrimenti ai nostri figli toccherà andarsene all’estero per trovare un futuro.

    Un abbraccio,
    Piero

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  7. Cra Minetta, si è un momento triste, questo della morte della mocchina.
    La fabbrica è la macchina al massimo grado. E sta finendo di esalare i suoi ultimi respiri.
    Gli operai sono i sacerdoti di quel tempio.
    Ma anche a loro sono negati i poteri sovrannaturali.
    I miracoli non possono farli, anche se sanno quale può essere il bene.
    Cosa ci rimane?
    Una società complessa, in cui ognuno dovrebbe saper fare qualcosa e metterla a disposizione degli altri.
    E’ facile da dire, ma forse è anche vero.

    Un abbraccio.
    Piero

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  8. Caro Carmine, cara Lucia, si problemi grandi, molto grandi. E spero che gli italiani abbiamo capito. E si siano decisi a rimboccarsi le maniche.
    Nessuna scorciatoia è possibile più, ormai!
    A presto e grazie delle vostr parole così belle per i miei scritti.

    Piero

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  9. Paola cara, si è una mito, ormai la macchina.
    Ed io l’ho raccontata proprio così, perchè adesso serve un altro mito.
    Io penso che questo sia “l’uomo”.
    Il prossimo mito è lui, l’uomo.
    Questo me lo sento forte, dentro.
    E perciò guardo avanti anche io con ottimismo.
    Si realizzerà un nuovo mondo, molto presto, se l’uomo tornerà al centro del palcosecenico.
    Ci riuscirà?
    Questo lo credo.
    Ma bisogna avere fiducia nell’uomo, in questa povera bestiolina tanto bistrattata in queso periodo.
    Io ce l’ho!

    Per questo … sto qui.

    Un abbraccio,
    Piero

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