L’ANCORA

Le parole hanno cominciato a colare fuori dalle pagine del libro, sgocciolando, come da un foglio bagnato, da una bottiglia bucata.

Si spandevano come una chiazza d’olio, densa, sul piano del tavolo che si era allagato e poi, lentamente, scivolavano lungo la gamba sinistra, un pò tozza, fino a formare, per terra, una piccola pozza, nerastra, un pò viscida.

Si trattava di parole un pò unte.

Volevano conquistare la libertà, uno spazio tutto per loro.

Stavano sfuggendo al potere ferreo dell’autore.

La forza che doveva tenerle legate, attaccate, alla pagina candida del libro in brossura, un piccolo classico, quella misteriosa forza che mai, prima, nessuno, niente, era riuscito a vincere, adesso, forse, stava cedendo, svaniva e tutto avveniva così, all’improvviso, sotto i miei occhi.

La piccola pozza, il laghetto ai piedi del tavolino, si allargava piano piano, man mano che ognuna di quelle parole fuggiasche si adagiava accanto alla compagna che l’aveva preceduta.

Una a fianco all’altra.

Ordinate.

Una riga dopo l’altra.

Sembrava quasi che una misteriosa manifestazione di protesta avesse cominciato a marciare lì, davanti a me.

Vuoi vedere, pensavo, che c’è una rivendicazione, una vertenza, fra le parole, l’inchiostro, la colla, la cellulosa, la carta, il libro, l’autore ?

Forse le pagine gli stavano troppo strette, a quelle parole.

Forse, avevano bisogno di uno spazio più ampio, di un orizzonte più vasto.

Può darsi che fossero le parole di un libro di viaggio, che, si sa, sta troppo stretto tra le coste di un libro.

Oppure, le parole che fanno una poesia!

Non basta certo lo spazio di una pagina a contenere tanta vita, tanta energia!

Oppure, addirittura, una preghiera!

E per questa, si sa, non basterebbe neanche l’intera faccia della terra, figuriamoci, poi, il ristretto perimetro di un foglio.

Chissà, mi sono messo a fantasticare, saranno parole fuggite ad una penna, non alla stampa.

Forse stavano mettendo in atto un piano per conquistare la libertà assoluta, definitiva, quella libertà che non si può vivere stando stretti nella piccola canna d’inchiostro della penna di uno scrittore.

Avranno pianificato tutto, pensavo.

Nascoste tra le righe di una frase importante, magari in un discorso politico, o nell’esortazione di un generale alla truppa prima dell’assalto, si saranno accucciate lì, per non farsi vedere, parole confuse tra le altre. Per non farsi notare si saranno vestite degli stessi toni di altre parole più obbedienti, forse più rassegnate.

E qualcuna di loro si sarà pure dovuta sacrificare sotto il torchio della stampa, per lasciare spazio alle altre…

No, io adesso sto solo fantasticando.

Guardando, il piccolo lago si è fatto più grande.

Le parole ordinate si sono confuse in mezzo a quelle disobbedienti, a quelle che non vogliono obbedire a nessun ordine, a nessun comando.

Si è creata una tale confusione che le parole, adesso, sembrano combattersi, spingersi, scalciarsi.

La confusione sfocia nel caos, quando diventa totale, e così, ormai, è avvenuto, se poi caos si può chiamare un lago di parole, grasso come una grande macchia d’olio nero, quasi fosse bruciato.

Un brusio comincia, ora, ad attirare la mia attenzione. 

E’ fastidioso, continuo, petulante.

Come quello di una grande scolaresca impertinente, disobbediente.

D’istinto lo sguardo si volge alla finestra, per capire, per vedere se fuori sta accadendo qualcosa di nuovo.

Ma no.

Il sole batte come al solito, sul muro di fronte, un pò sbilenco, di sbieco, disegna la solita lunga linea diritta, diagonale, separando una zona più gialla, colpita dal fascio diretto di luce, dall’altra, più in basso, più scura, un pò grigia, un pò nera.

Nessun rumore proviene di là.

L’orecchio, allora, si tende, ad ascoltare, curioso.

Vuole capire, anche lui, la provenienza di quel vociare confuso, indistinto, rumoroso. Anche un pò molesto, maleducato, sconveniente in quella stanza, altrimenti così ordinata.

Tutti i libri sono in ordine sugli scaffali.

Il letto ben rifatto, dalla mattina.

L’armadio ben chiuso.

Le mensole al muro sono perfettamente spolverate, belle lucide, linde.

L’odore di pulito regna nei cassetti della biancheria.

Il piano del tavolino, vuoto.

A parte il libro aperto.

Dal quale scorrono via le parole, sgocciolando lente, una per una, dense, oleose.

Ecco, solo quella vaga traccia di disobbedienza è fuori posto.

Una traccia che è diventata vasta quanto un mare, un mare che si fa ululante, indemoniato, come uno stadio in delirio, una folla infuriata.

L’orecchio, teso, ora percepisce la sottile vibrazione della paura.

E in un attimo, tutto, sono contagiato da una sensazione di terrore che, come un incendio furioso, s’impossessa di me, dando alle fiamme ogni mia capacità di resistere, di lottare, di salvarmi.

Il panico, ora, mi prende e si sostituisce al terrore.

Voglio fuggire.

Vorrei saltato dalla finestra.

Lo farei.

Lo avrei fatto, se non mi fossi ricordato, in un ultimo sussulto dell’istinto di sopravvivenza, che quella finestra si apre sull’orlo dell’abisso, sulla vertigine che sprofonda, dall’ultimo piano di quel fabbricato di periferia dove abito, fin giù sulla piatta strada grigia deserta, ora, di notte e che invece, di giorno è formicolante di auto e pedoni.

Freneticamente mi volto e rivolto sulla sedia, come negli incubi, di notte, nel letto, mi rivoltavo quando ero bambino ed avevo paura ed avrei voluto fuggire dalle grinfie del sonno, quel mostro che nel buio mi faceva restare senz’aria, mi soffocava, mi premeva le mani sulla gola fino a spezzarmi il respiro, stragolandomi, quasi.

L’oceano di parole ora si sta sollevando.

Si alza, come una marea cieca, nera di notte, oscura di tenebra.

Mi prende e mi trascina via.

Mi sbatte contro gli scogli della vita, che poi, in realtà, sono solo le poche, povere, suppellettili che arredano la mia stanza.

Sto annegando.

Ormai sono rimasto senza un filo d’aria.

E, chissà, di lì a poco, anche la stanza esploderà, nell’impossibilità di reggere a quella pressione che si fa di attimo in attimo più violenta.

Ormai delle parole ho solo un vago ricordo, un’impressione, si e no.

Non ricordo neanche com’erano fatte le righe che s’incatenavano l’una con l’altra, formando le pagine di un quaderno, di un libro.

Le parole, ormai, mi sembrano cose inutili, un lusso che non non mi posso neanche più permettere.

Solo la salvezza.

Solo quella è diventata il centro dei miei pensieri.

E così smetto di pensare.

Chiudo gli occhi, forse è la paura.

Immobile, per un’impercettibile attimo.

E in quell’istante un fiotto d’aria mi allarga i polmoni, mi permette d’ingoiare una boccata d’ossigeno, presa chissà da dove, in quella marea grassa che gonfia il mare nero delle parole fuggiasche.

Poi, forse, svengo.

Non ricordo più niente …

Solo dopo, quando sono rinvenuto, saranno stati giorni o minuti, dopo, non saprei dirlo, solo dopo, quando sono rinvenuto, ho sentito una vaga senzasione di unto sulla punta delle dita.

Mi sono guardato le mani.

Erano sporche.

Di grasso.

Come un meccanico.

Sul tavolo, al mio fianco, ancora un libro, una pagina aperta.

Mi sono alzato per andare a urinare.

Quando sono tornato ho buttato uno sguardo al libro.

Aperto.

Sul tavolo.

Alla pagina.

Bianca.

Vuota.

Inutile.

Come una cella senza prigionieri.

Come una gabbia senza preda.

E, per caso, l’occhio mi è andato ai piedi del tavolo.

Ed ho visto una macchia.

Nera.

Grande.

Che copriva il pavimento di legno.

Grassa.

Unta.

Come le punte delle dita.

E un’immagine mi è corsa davanti agli occhi.

La cabina di una nave.

Di notte.

Nella burrasca, nella tempesta.

E il mare, l’oceano, di notte, nero, denso come l’inchiostro, che sta inghiottendo quel piccolo, inerme, guscio di noce.

E il capitano.

L’ultimo superstite.

Quasi annegato.

Svenuto.

Incosciente.

Poi … più nulla.

E, in quel vuoto dei miei pensieri, si è svuotata la cabina.

E, nella semplicità del vuoto, ha trovato la salvezza, il capitano.

Ed io, in quel vuoto, semplicemente vuoto, come il silenzio, quasi annegato, quasi ancora svenuto, quasi come il capitano, ho trovato la mia salvezza.

E a quella mi sono aggrappato.

Alla mia àncora.

6 pensieri riguardo “L’ANCORA

  1. Eh però potevi stare un po’ più corto, è sera e io casco dal sonno, mi piace l’ idea delle parole che scivolano via, infatti tranne pochi quanta robaccia si scrive, ma che importa, ciò che conta è scriverle e poi possono volare dove vogliono o sciogliersi in una macchia untuosa.
    Ciao Piero stammi bene e respira un po’ di sana giovinezza da tuo figlio e te l’ ho già detto da me, fagli un regalo che rimanga tale anche con gli anni, non fare il tirchio che poi te ne pentirai un giorno.
    Ciao.

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  2. Ma Piero, Piero …
    ma l’àncora sta in fondo al mare, e non so perchè mi viene in mente anche Bukowski. Perchè? Di rimando potresti saperlo, certo sì, perchè no, ma anche di prima mano, potrebbe essere che … eri lì , eri tu …
    no, non può essere… oh sì, potrebbe eccome … ma non lo saprò mai, o forse adesso …
    Mi dirai non è importante.

    ‘Dalle cronache del delirio’
    Minetta

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  3. Essendo un’irrecuperabile individualista, mi cucio addosso questo tuo splendido ed inquietante racconto. Credo che le parole, intese come atto dello scrivere, ci amino più di quanto noi amiamo loro e a volte scappano da noi, quando si accorgono che la nostra anima ha bisogno di silenzio,di ritrovare quel che c’è da dire veramente.
    Scivolano via, si rimescolano, creano confusione, diventano per noi quasi incomprensibili mettendoci in uno stato di angoscia. Ma quella macchia che rimane è il ricordo di quel caos da cui si genera una nuova autenticità.
    Mi scuso per aver letto questo tuo racconto in chiave personale privandolo sicuramente del suo vero significato, ma mi è piaciuto davvero molto…
    Ciao e buona domenica…

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  4. Cara Minetta, nell “cronache del delirio” non riesco a leggere. Mi dispiace. Non riesco a rispondere.
    Ho cercato Bukowsky in google, e il mare, o l’ancora, ma nessuna risposta si collega a questo post di parole.
    Solo un mare di sbronze, di birre, di alcol. Che pure potrebbe avere un legame onirico con questo post… chissà.
    Intanto, ti abbraccio,
    Piero

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  5. Mia cara Patrizia,
    io non ho nessun significato generale per questo racconto. Come per nessun altro racconto. Ognuno può interpretare come vuole questa… fuga di parole.
    E poi, non credere, hai detto con le tue parole quello che sento anche io.
    Solo che tu lo hai detto in poche parole, io … ho dovuto rincorrerle.

    A presto,
    Piero

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