LETTERA AGLI ITALIANI

Giorgio NAPOLITANO

Sembra strano, ma in questo anno, l’anno delle celebrazioni del 150^ anniversario dell’unità d’Italia, la storia ha fatto sentire agli italiani la sua mano.

Uno schiaffo ed una carezza.

E così, in modo imprevisto, all’improvviso, agli italiani è toccato il compito di cercare di girare le pagine della storia.

Ho parlato di imprevisto e di eventi improvvisi nel senso che nulla sembrava poter modificare il corso politico, economico, sociale e civile su cui si era avviato il passo di questa povera nazione.

Crisi politica, disfacimento economico, degrado etico e morale della società sembravano solo scalfire la coscienza degli italiani e non parevano in grado di smuovere il macigno che gravava su di essa.

Ma il mondo intorno a noi corre, si dimena, scalcia, come un cavallo imbizzarrito e quei popoli, maldestri cavallerizzi, che non sanno stare in sella vengono disarcionati da quello stallone indomabile e presto sono costretti ad assaggiare l’onta della polvere.

Così è stato per la povera Italia.

L’evidente mancanza di pratica nella cavalleria da parte delle forze politiche vittoriose nelle ultime elezioni politiche è stata fatale al loro destino.

E così, adesso, doloranti ed impolverati, sono stati accantonati.

Ma, certo, ancora si sente il loro livore rabbioso battere e, se ben si guarda, si può anche cogliere qualche segnale delle loro nuove strategie per ritornare a cavalcare quella bestia che li ha da poco messi al tappeto.

Io, però, non penso a loro.

Io vorrei rivolgermi a tutti gli italiani.

Ho faticato, e, chissà se a torto o a ragione, ho sofferto a sentirmi italiano, in questi anni.

Non solo gli ultimi anni.

E neanche solo quelli della cosiddetta seconda repubblica.

Io dico che ho faticato e sofferto ad essere italiano da quando la coscienza civile mi ha fatto percepire la necessità che la normalità politica di un popolo è quella che non conosce ideologie, chiese, verità preconfezionate.

Ciò mi è accaduto da quando ho maturato la coscienza di cittadino.

Ho desiderato il governo dell’alternanza, che vuol dire la libertà dalla dittatura di buoni e cattivi pregiudizialmente definiti e vuol dire anche amministrazione della giustizia, nel senso del riconoscimento del merito e del premio per i migliori.

E, con quella coscienza, ho vissuto grandi speranze e cocenti sconfitte.

Ho vissuto, sono cresciuto nella stagione che ha avuto, e mi ha dato in dono, una grande libertà, la più ampia libertà, quella di mettere in discussione e criticare ogni lato ed ogni aspetto della civile convivenza.

In quegli anni, i sessanta/settanta del secolo scorso (ormai si dice così), avevamo la forza e l’energia, la volontà e la passione per conquistare il mondo.

Sarà per questo che, allora, la conquista degli spazi siderali sembrava il trampolino la liberazione da ogni catena. Non era la prova, il test più micidiale, della potenza guerrafondaia.

Non mancavano le guerre, ma lottavamo contro.

Non mancavano le utopie, ma lottavamo per realizzarle.

In quegli anni abbiamo anche commesso errori gravi e clamorosi. E forse non li abbiamo mai riconosciuti abbastanza.

La violenza che negava la democrazia.

Provocazione o cedimento alla provocazione e folle delirio di onnipotenza o ubriacatura ideologica…

Morti, feriti, sconvolgimenti e dolori abbiamo disseminato intorno a noi.

Ma anche quelli, forse, erano errori che venivano compiuti, che compivamo, in un’ottica di … partecipazione collettiva.

Non uccidavamo per una rapina che arricchiva il rapinatore. Veniva fatto, senza scusanti, ma per un’utopia che voleva conquistare il mondo.

Eravamo stupidi lo stesso, ma forse più sinceri.

Poi gli anni sono passati e sono passati i decenni.

Il secolo ventesimo è finito.

Il fatidico 2000 si è portato via ogni nostra innocenza.

Siamo rimasti nudi di fronte a noi stessi.

E abbiamo creduto che tutto potesse avere un prezzo.

Anche noi stessi.

Anche la nostra coscienza.

Ed abbiamo creduto di poterci comprare il nostro presente.

E poi, ancora, ingordi, insaziabili, abbiamo voluto comprarci anche il futuro nostro e dei nostri figli.

E in questo mercato globale abbiamo trasformato noi stessi in merce e moneta.

Nulla ha resistito a questa demoniaca conquista del mondo.

Imperi, Stati, Chiese, partiti, società, individui.

Tutto si è trasformato in moneta del diavolo, in polvere, in rovina.

E qui da noi, in Italia, siamo pian piano stati catturati dal vuoto, dal silenzio, dall’insignificanza di ogni valore umano e collettivo.

Tutto pensavamo di poter mercanteggiare.

Tutto potevamo conquistare senza alcun ritegno o scrupolo etico, o morale.

Di questo si è fatto una bandiera.

E di questa bandiera si sono fatti portabandiera i politici.

E sotto questa bandiera si è schiera per lunghi anni il popolo che si è fatto bue pensando di farsi macellaio.

Poi, d’improvviso, è crollato tutto.

Gli scricchiolii e le crepe che già si udivano e si vedevano dappertutto sono stati ignorati, come i segni della natura che è tornata, in Italia, a mordere, come una fiera affamata, riempiendo di ferite dolorose il territorio ed il popolo d’Italia.

In questa tempesta tormentosa, nella quale si sono perduti tutti i segni d’orientamento, solo una stella ha brillato alta, mostrandosi la più luminosa degli astri della galassia.

Il Presidente Napolitano.

Una contraddizione in tutto.

Un vecchio signore.

Un uomo di orgini meridionali.

Un comunista, diventato ex.

Un politico.

Un titolare dell’organo più notarile della Costituzione italiana, eletto da un Parlamento al limite dell’impossibilità di funzionare.

Ma ha saputo vedere e dire e fare cose da uomo normale.

Ha capito che doveva parlare agli uomini normali da uomo normale, dicendo le cose normali che normalmente si dicono guardando preoccupati il pericolo che si avvicina.

Perchè, sì, cari italiani, che il pericolo si stesse avvicinando, era davvero ben visibile ed i segni erano evidenti veramente per chiunque li volesse vedere.

Quale pericolo si stava avvicinando? E’ questa la domanda?

La crisi.

Si, la crisi, ma non tanto quella economica, pure grave, o forse catastrofica.

La crisi del popolo italiano, la disgregazione, il tarlo, il cancro.

Essere un popolo vuol dire, pur nelle differenze che distinguono ciascun cittadino dagli altri rendendolo unico, credere che l’unione fa la forza e che se si è soli si è più deboli.

E a questo gli italiani hanno smesso di credere.

Tanto da renderli più deboli di fronte alla crisi che il mondo intero sta attraversando, di fronte alle trasformazioni radicali, epocali, storiche, che rendono affascinante, ma molto pericolosa, la navigazione nel mare della storia di questi giorni, di questi mesi.

In questo mare, quel faro, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha saputo illuminare una rotta di sicurezza.

Oggi, abbiamo di nuovo un salvagente allacciato alla cintura.

Abbiamo cominciato lasciar cadere la zavorra morale che ci appesantiva, anche se rendeva le apparenze quotidiane della navigazione più rassicuranti.

Io non so se in quel mare, domani, sapremo navigare ponendoci al sicuro dai pericoli.

Non lo so.

So che, sentendomi molto solo, nella sofferenza di sentirmi, o di non sapermi sentire più, cittadino di un popolo che aveva, ormai, sciolto tutti i vincoli di appartenenza, ho dato vita a questa repubblica indipendente, a questa zattera nel mare della storia.

Forse più che una zattera, una bottiglia lasciata andare nella corrente per portare, chissà dove, un messaggio.

Il mio messaggio.

Il messaggio, una richiesta di aiuto, in realtà, di una coscienza che voleva continuare a restare cittadina di qualcosa.

Oggi ho un pò più di speranza.

I fatti di questo ultimo anno, l’anno del 150^ anniversario dell’unità d’Italia, anniversario che, di per sè, non mi diceva molto, oggi, questi fatti. mi autorizzano a nutrirne di nuova, di speranza.

Prudentemente, mi posso guardare intorno.

E comincio a riconoscere di nuovo, attorno a me, i segni di un cambiamento.

Io so che c’è una forza misteriosa nei popoli.

E’ la forza che fa la storia.

Nessuno sa e nessuno può controllare quella forza.

Ma essa appartiene ai popoli.

E così, armati di quella forza, incoscienti ed inconsapevoli, i popoli, alle volte fanno la storia.

E forse, questa volta, questo momento è uno di quei momenti.

Il momento in cui un popolo si è messo nuovamente in marcia per fare la storia.

E quel popolo, può sembrare strano a dirsi, potrebbe essere il popolo italiano.

Questo è il debito che dobbiamo onorare per i nostri figli.

Questo è il compito che siamo chiamati a svolgere, oggi, per loro.

Ci maledirebbero, domani, se vigliaccamente, oggi, tornassimo a sederci, disfatti e disillusi.

E invece, fattivi e col cuore pieno di speranza, proviamo a lasciare un segno sulla pagina bianca, a scrivere una nuova pagina nel grande libro della storia.

Domani, potremo dire, lo abbiamo fatto noi.

Anche noi!

Così, possiamo completare il lavoro iniziato molti anni fa, negli anni sessanta/settanta del secolo scorso (si dice così, oramai), lasciato da noi colpevolmente interrotto.

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8 Replies to “LETTERA AGLI ITALIANI”

  1. Se riuscissimo a scrivere quella pagina per i nostri figli, sarebbe il compimento, metà del compimento. Cosa non faremmo per loro? Ma come? Non leggeranno le nostre parole. Se lo faranno non capiranno, ma questo sarebbe già qualcosa. E non capendo ci abbandoneranno e in questo modo ci distruggeranno, ed anche questo sarebbe già qualcosa. Il nulla è quello che riesco a fare perchè li guardo e rimango senza parole. Cerco in tutti i modi un moto di partecipazione alla speranza, ma quando ne ridono so cosa vuol dire. E mi domando cosa ha provocato questa incredulità, e mi rispondo perchè mi sembra di saperlo. Ed io compresa. Ma forse sbaglio solo il modo, per questo non faccio che interrogarmi sul come. Perchè le speranze di cui parlo si possono solo immaginare, e l’immaginazione non si insegna, anzi, ce l’hanno insegnato com’è facile distruggerla, annientarla per fini che non hanno nulla a che fare con l’essere umano. Scusami, questa sera non so che mi prende, ma i figli, compagnia bella e tutti del resto sono un argomento delicato per me.
    Da te come va?

    Tua Minetta

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  2. che cosa serve alla nostra Italia?
    cultura?
    certezze?
    lavoro e serietà?
    Io personalmente ho sperato in Napolitano, vecchio e saggio come pochi…
    Adesso spero in una rinscita, spero che questo non sia solo un traguardo ma una partenza!

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  3. Minè, sei troppo pessimista, stasera.
    Incomunicabilità.
    Questo dici? Certo, si può non comunicare nulla con i figli, con i cari, con gli amici, con tutti.
    Certo.
    Ma ci vuole una ragione, è una scelta, forse.
    E’ una situazione di fatto, uno stato di cose.
    Ma non è una situazione generale, assoluta, definitiva. Dpende sempre da quello che si vuole e che si sente dentro.
    Non so bene i fatti che ti hanno portato a questo stato.
    Quindi poco posso dire concretamente, ma, più in generale: sei sicura che non si possa fare niente per cambiare quello stato di fatto?
    Qualcuno deve chiedere scusa? Oppure qualcuno ha commesso un torto imperdonabile? Oppure…
    Resta che si può perdonare, come pure chiedere scusa, oppure voltare pagina e aprirne una nuova, oppure …

    I miei sono solo esempi. Per la realtà fai tu.
    Io dico solo che se si ha qualcosa da dire, in genere si riesce a trovare il modo per farlo.
    Non sono neanche necessarie le parole. Anche il silenzio parla.

    Un abbraccio forte,
    Piero

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  4. Mia cara Luisa, io penso che ciò che serve all’Italia sono i giovani.
    Quelli come te, amica mia, quelli come mio figlio, quelli che hanno il fuoco dentro e il futuro negli occhi.
    Non vi sopporto quando sembrate più disfatti di me, più disillusi, come tanti creditori a cui il debitore sia già sfuggito di mano.
    Lo so, siamo noi che vi abbiamo rubato il presente, siamo noi che dobbiamo risarcirvi.
    E allora?
    Non vi incazzate?
    Non ci venite a prendere?
    Ve la cavate solo con la vostra neutralità, con la vostra distanza, con la vostra fredda indifferenza, già stanchi di lottare prima ancora di cominciare a farvi e farci male?

    Della protesta di questi giorni, gli indignati, i draghi indignati, o incazzati, non so, mi sconcerta una cosa.
    Il rancore lo posso capire, la rabbia pure.
    Non posso capire la disillusione, la mancanza di speranza che leggo in troppi slogan.Sembra che siate, essi siano – scusami Luisa, io metto la tue bellissima età tra di loro (quella lì sta al suo posto) ma poi mischio te insieme con quelli (senza rispetto per le tue idee, per mia volubile … volontà), scusami ancora, ma è solo un modo di parlare – dicevo, sembra che siate senza speranze, senza sogni, senza utopie, senza la forza di abbattere il nostro muro e senza l’energia di correre oltre.
    I Pink Floyd avevano fatto un disco/concerto, negli anni 90, in cui finivano per cantare dietro un muro, rendendo così visiìbile, fisica, l’incomunicabilità, la distanza, la barriera, la chiusura.

    Loro avevano una sensibilità dolorosa, a volte. E facevano male quando raccontavano la loro verità. In quella verità c’eravamo anche noi, che avevamo alzato quel muro, dietro al quale, ormai, ci nascondevamo.
    Mea culpa!
    Io, che sono un ottimista, spero che voi riusciate a romperlo, finalmente, quel muro!
    Io vi aspetto di fuori!

    Bacio,
    Piero

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  5. In questo momento di grande confusione, la lettura del tuo post e le parole dei commenti, mi hanno convinto ancora una volta, che dentro molti di noi c’è voglia di lottare e credere in un futuro migliore. Il nostro Presidente ne è l’esempio, le sue parole devono farci pensare e riconoscere gli sbagli commessi,
    Un saluto affettuoso
    Lucia

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  6. Grazie dell’affetto, Lucia.
    Si, è un momento davvero particolare.
    E forse gli italiani lo hanno capito molto bene.
    Non così i populisti berlusconiani e padani.
    Non so in che mondo vivano.

    A presto,
    Piero

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  7. Se potessimo davvero scrivere qualcosa con un minimo potere di variare il corso degli eventi forse andremo a comprare una biro o una stilografica come si usava un tempo per firmare documenti importanti.
    Ognuno di noi deve “seminare” qualcosa di buono nel suo orticello e al momento opportuno il raccolto sarà oltre le aspettative.
    Sono ottimista come te.
    Dopo tanti studi effettuati sull’agricoltura (per il mio modesto orticello) mi sta appassionando che Fukuoka abbraccia la teoria del MU (cioè del nulla) è migliore dei fertilizzanti e insetticidi.
    Avvolgiamo tanti semi in palline di argilla e spargiamole dappertutto , quando pioverà , e pioverà, l’argilla si bagnerà e i semini cominceranno il loro lavoro.
    L’unica cosa da scegliere sono i semi giusti !
    e ci siamo capiti …
    Un abbraccio
    Roberto

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  8. Si, Robè, l’importante è seminare i semini giusti, concordo.
    Per questo bisogna avere fiducia nel tempo e nel futuro.
    Adesso, questo periodo, questi giorni, si sta scrivendo la pagina di qualcosa di nuovo.
    Sarà bello leggerla, fra qualche tempo.
    Magari non sarà esattamente come ce l’aspettiamo, ma sarà certamente strordinario l’essere stati tra quelli che, milioni e milioni, l’anno scritta con il loro continuare ad esserci, ad essere normali, a non essersi piegati.
    Un abbraccione, caro Roberto, anche a i tuoi.

    Piero

    Roby, ma la tua ragazza, non è anche lei diventata maggiorenne in questo periodo? In questi giorni mio figlio compie i fatidici 18! Auguroni anche a te.

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