MASCHERA

Alessandro Degli Espositi -MASCHERA ALLO SPECCHIO

Appoggiato il volto sul comodino, la maschera attraversò la stanza e si avvicinò allo specchio, poi, pavoneggiandosi lentamente, cominciò a guardarsi con profonda attenzione.

Lo specchio era appoggiato su un mobile d’epoca, messo lì, nell’angolo della stanza, di fianco alla porta; si trattava di un piccolo tavolo, che una volta doveva aver avuto un gran valore o essere appartenuto a gente doviziosa. Aveva le zampe arcuate, tutte decorate d’oro, scheggiate e consumate. Erano i segni del tempo.

Sul piano, che era di marmo color panna, con macchie un pò più scure, come semi di girasole, e altre un pò più chiare, come semi di zucca, sul piano, dunque, che era rettangolare, un pò sbeccato sul bordo destro più corto, c’era lo specchio, nero, quadrato, circoscritto da una cornice argentata, sottile, molto luminosa, come una corona di luce quadrata, che sprizza, zampillando in quella forma geometricamentye perfetta, dal profondo informe delle tenebre circoscritte.

La maschera aveva lineameni davvero fini, delicati, eleganti.

Non si può dire che fosse l’incarnazione della bellezza, quello no, caso mai una cosa del genere si poteva dire del volto ovale appoggiato dall’altro lato, sul comodino di noce scuro, dietro al grande letto che troneggiava al centro della stanza.

La maschera era dipinta con i colori dell’arcobaleno.

L’iride degli occhi era verde, sembravano occhi di un gatto, o di una tigre, o di un mitico animale da bestiario.

Un largo segno nero contornava la forma a mandorla di quegli ovali opalini, come il marcato tratto di una matita o di un carboncino, e sottolineava lo splendore di quelle forme gemelle quasi ipnotiche, al centro delle quali, però, si aprivano due profonde finestre nere, rotonde, due buchi larghi meno di mezzo centimetro, circolari, perfetti, che sembravano dare spazio alle oscurità insondabili di un’anima di cartapesta.

Il naso era un pò aquilino.

Meglio, una leggera incurvatura, un’impercettibile gobba, ne nobilitava la forma triangolare, che sarebbe risultata troppo regolare, quasi finta, troppo geometrica per una maschera che voleva assomigliare ad un volto vero e che di questa somiglianza, vera o presunta, di questo presuntuoso tentativo, aveva fatto l’unica, ossessiva, ragione di vita.

Un neo scuro, piccolo, come un punto d’inchiostro, ingentiliva l’angolo della bocca, socchiusa in un leggero eterno sorriso incomprensibile.

Voluttà, desiderio, l’ombra della concupioscenza o del peccato, non potevano segnare quei tratti scavati con maestria dalla mano del vecchio artigiano veneziano che aveva lo studio in un fondaco scalcinato dove avev amesso su il laboratorio che forniva i costumi di scena e le maschere per gli attori del più grande teatro della città in maschera, sulla laguna.

Un velo d’ombra, una vernice sottilissima, una velatura appena opaca, era stato disteso dal vecchio artigiano per spegnere i vivaci, allegri, caratteri della fisionomia di quella maschera speciale, l’unica a cui era riuscito a dare un’esistenza più vera di quella che aveva avuto, in vita, il volto dell’attore per cui era stata fabbricata.

Quell’ombra era tenue, una sfumatura cromatica appena percettibile, passata dalla mano sapiente dell’artigiano, l’ultima mano di vernice, l’ultimo tocco di magia che aveva attribuito alla maschera l’aspetto vivo, tangibile, di un’icona sacra, l’immagine percepibile della vita di una maschera.

Era un’ombra appena appena più scura del colore naturale, come quella che lasciano certe nuvole nell’aria quando di corsa attraversano il cielo frapponendosi fra il sole e la superficie a specchio di un lago d’argento, lo stesso color argento luminoso, brillante, che rendeva accecante il bordo dello specchio nero al centro del tavolo.

Un’increspatura appena accennata al lato della bocca immalinconiva l’espressione immobile della maschera, come una nota acida nell’impassibile indifferenza con cui la maschera guardava il mondo.

Il volto, sul comodino, spiava, di nascosto, i movimenti della maschera.

Se non poteva dirsi bella, la maschera, certo era dotata di un corpo straordinario, conturbante, di morbida, morbosa,  femminilità.

Le fattezze perfette di una dea dell’amore.

Il volto, sul comodino al di là del letto, aveva due occhi spiritati, nei quali brillava vivido l’ardore del desiderio di possesso, la brama dell’amore incandescente. Stava immobile, assorto, concentrato, ed ammirava le morbide movenze di quel corpo, spiando e bramando l’oggetto di tanto consapevole incanto.

Era stato, quel volto, una volta,  il volto di un attore, il più grande, il più perfetto mentitore che avesse calcato un palcoscenico veneziano.

Il volto che l’attore, perfetta macchina teatrale, aveva sempre voluto tenere nascosto sotto lo schermo protettivo della maschera, fino a confondersi con esso, fino a recitare contemporaneamente le due parti, dividendosi e sostituendosi fra l’uno, il volto, e l’altra, la maschera.

Un attore, si sa, per essere perfetto, una macchina della scena, non deve avere altra personalità che quella del personaggio tenuto in vita sul palcoscenico.

Così, il prezzo pagato da quel volto, un volto di una bellezza superba, efebica, mascolina ma femminilmente delicata allo stesso tempo, era stato un prezzo insopportabile per qualsiasi creatura.

Si era perduto d’amore, immedesimandosi nella maschera, diventando uno con essa, fondendo la sua camaleontica personalità con quella vuota ed astratta che il vecchio artigiano veneziano aveva impresso alla cartapesta con le sue magiche mani, scavando ed incurvando con la punta delle dita, con i polpastrelli delicati e sensibili, l’impasto ancora umido della colla e della farina.

Aveva perduto il nome, insieme al cuore e l’essere, cercando l’amore.

Aveva dichiarato il suo perduto amore a quella, quel volto gentile, facendosi dono assoluto, schiavo d’amore, ancor più di quanto uno schiavo possa farsi schiavo per il suo padrone.

E quella, maschera egoista e insensibile, senza pietà nè spazio per un cuore, aveva riscosso il suo guiderdon d’amore.

E, come si fa con un fiore, una rosa rossa d’amore, raveva preso, reciso, il volto dallo stelo del giovane attore e, presone il posto, si era installata come la naturale escrescenza di un naso, come le ovvie cavità oculari di un volto qualunque, come l’umida fossa profonda incorniciata dalle rosse labbra del giovane attore.

Triste, rassegnato, abbandonato, lontano, sul comodino dall’altro lato della stanza, il povero volto scavato osservava le carezze che la maschera donava al suo corpo da dea Afrodite.

Niente era più naturale in quel gioco di perversi riflessi nel nero specchio della follia.

Tutto aveva mutato il suo posto, tutto era confuso, tutto era falso e niente era vero.

Il corpo, riverso nel letto, dormiva di un sonno profondo.

I sogni si erano impadroniti dell’ultimo barlume di coscienza sensibile e la spaventevole confusione del mondo di Morfeo ormai si era impadronita di piccolo universo notturno, richiuso dietro la porta di legno consumata dal tempo.

Movimenti lenti e respiri soffocati, lamenti sommessi e sospiri profondi, si confondevano fra sogni di desiderio e ricordi di dolente abbandono.

E l’umana tragedia di un cuore vendutosi per amore prendeva le sembrianze farsesche di una maschera senza sentimenti.

Scorreva la notte, fra lo specchio appoggiato sul tavolo ed il letto immerso nel buio.

Ogni tanto il bagliore degli occhi di quel volto, come un singhiozzo, ma muto, ardente come il guizzo della lingua di una candela, brillava, come la scintilla che sembra una stella nel buio,  nell’universo rinchiuso fra quelle pareti.

Solo i raggi di luna si riflettevano sulla nera superficie dello specchio e donavano una carezza a quella scena malamente recitata nel cuore della notte.

Anche il bagliore della cornice dello specchio quadrato, a poco a poco, si era acquietato.

Alla fine, con lento movimento di studiata voluttà, il corpo nudo della maschera si voltò.

Si era sollevato dal letto su cui era stato appoggiato fino a quel momento.

Parve animarsi, per un attimo.

I seni appuntiti, il tenero pube, la candida pelle fremente si rispecchiarono sulla nera superficie dello specchio.

Una mano si appoggiò, sulla spalla, dapprima, poi, lenta discese a prendersi la proprietà di quello che da sempre gli era appartenuto.

La nera superficie dello specchio non rimandava le immagini di quell’amore che, senza alcuna speranza, si consumava, ogni notte, nel buio di quel mondo in cui i sogni diventano una realtà senza storia nè nome.

Solo, nella prima luce del primo mattino, sembrava assopito lo stanco volto del giovane attore, là, appoggiato sul comodino al fianco del letto disfatto.

Ed anche la maschera, di fronte allo specchio, aveva smesso di guardarsi e toccarsi e, immobile, ora, giaceva, spenta, come il volto di un morto.

L’ombra, anche, si era fatta più morbida, scivolando lenta sul pavimento e risalendo, dal bordo del letto, fin lontano, laggiù, per abbracciare, nell’angolo, sul piano scuro di noce del comodino, il giovane volto d’attore, per donargli un ultimo bacio, prima che il sole, indiscreto, potesse fare svanire per sempre quella visione d’amore.

Annunci

5 Replies to “MASCHERA”

  1. Cara Luisa … sarà che mi si apre il cuore ai ricordi? O al presente? Forse non sono mai morto. Forse ho voglia di conquistare te. O, chissà, mi piace vedere cosa c’è anche là, dove batte il cuore.
    Amore, passione, baci … mica me li sono scordati, mica mi chiedo: ma a che serviranno mai!
    Ma i fantasmi, le maschere, le anime, anche loro si scambiano amore, passione, baci.
    I fantasmi veri siamo noi, quelli di carne ed ossa che non sanno che fare dell’amore, della passione o dei baci.
    Loro, le maschere, i manichini che perdono i pezzi, gli uomini (o le donne, è solo questione lessicale, il contenuto è lo stesso) che non sanno muoversi tutti insieme nella stessa direzione o nello stesso momento, loro sono divorati dall’amore, dalle passioni, dal desiderio e dalla frenesia dei baci!
    E sono questi fuochi che li smembrano, li fanno deragliare, li scardinano, li disarticolano, come marionette che tagliano i fili ai loro manipolatori.
    E vuoi che mi preoccupi, io, adesso, a quest’età, se, imparando a camminare da solo, dopo aver tagliato i fili con cui mi ero legato ai miei manipolatori, adesso, oscillo, inciampo, cado, mi faccio in mille pezzi, mi disintegro in mille e lille identità?
    E cosa mai potrei desiderare di più se non cercare di conoscere meglio tutte quelle identità che brillano sperdute?
    Non potrei essere io una guida per loro e loro una guida per me ?

    Un caro abbraccio, Luisa mia,
    Piero

    PS. Mi fa piacere che ti piaccia la nuova facciata (del blog, suppongo)

    Mi piace

I COMMENTI SONO GRADITI

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...