SILVIA

Arrampicata lassù, sta in piedi, al centro di tutto, sulla corona del sole.

Una bambina col visino smilzo, gli occhi vispi, l’espressone sbarazzina che hanno tutte le bambine che sanno salire fin lassù, sulla cima più alta del cielo.

E’ esile e leggera, lieve, sfilata come una silfide, una zanzara che si libra nell’aria, senza peso.

E’ una dolce figura innocente, si, una figura senza pensieri di bambina.

Una donna che ancora non ha maturato il suo tempo.

Un bocciolo che cova in seno il seme della vita senza sapere, ancora, di essere un fiore, ignorando che domani sboccerà, ignara ancora dei suoi colori e dei suoi profumi.

Se ne sta lì, al centro dell’universo, senza neanche accorgersi di avere rubato la scena a chi, fino ad un attimo prima, era il più grande degli astri.

E’ semplice, non conosce malizia, è senza pensieri, senza peccato.

E’ l’immagine dell’umanità prima che il serpente la drogasse col veleno del peccaminoso sapere, perfido, odiato dal dio.

E’ allegra, così spensierata che le mani si alzano per seguire il corso del vento, per donare una carezza, un bacio leggero al tempo che passa di là, come un fiume d’aria, un ruscello che gorgoglia senza bisogno dell’acqua.

Il sole si è fermato per baciare quel fiore.

Ha abbassato le luci, si è fatto tiepid0, l’ha accolta in un abbraccio senza farle del male, in una stretta di gioia felice in cui l’intero universo si è unito.

Si è fatto pallido, il sole, sfiorisce al cospetto dell’acerba bellezza della Silvia dei boschi.

E’ l’epifania di una dea.

La sua ipostasi materiale è intrecciata di sottili corone d’avorio, adornata di tenere carni delicate, impreziosita dall’ambra trasparente della morbida pelle giovanile. La chioma serpentina promana mille riflessi abbaglianti. E’ il fuoco che arde e insieme la frascura della rugiada che disseta.

E’ una nuvola che si leva, che prende forma per andare libera nel cielo, trasportata dalle onde di una musica che vibra in quel corpo perfetto.

E’ un mazzo di fiori, che sboccia ad ogni istante e riempie l’aria del profumo inebriante della bellezza non ancora matura, della natura forte e del potente slancio vitale.

E’ la volontà di ferro dell’essere il centro di quel palco di luce, l’unico centro che spetta alla vita, perchè lei, Silvia, lo sa di essere la sorella più bella di Afrodite, la perfezione, la Venere corretta, fatta di spuma, cosparsa di velluto, coperta di schizzi di cristallo, sorgente di scintille ardenti di luce, di lingue di fiamma, di vampe di desiderio e passione.

Ora tutte le creature le si stringeono attorno.

Contornano la corolla del sole come i petali si affollano attorno al loro fertile pistillo, l’abbracciano come le sponde contengono le chete acque del lago, nell’ombra fra i monti, sotto le alte chiome acuminate degli alberi.

Le si stringono attorno inn abbraccio di bellezze gemelle che si conoscono e si appartengono.

E’ un trionfo di occhi, di guizzi, di langidezze che si sfiorano, si tengono strette, si accarezzano, si baciano come gl’innamorati che si fanno un solo corpo, un solo respiro quando il sole dell’amore li scalda.

Adesso è diventata una donna vera, una donna di città, una donna che conosce la vita.

Lì, adagiata sulla corolla del sole fa a gara con lo splendore eterno,  a chi brilla più forte.

E’ denso, ora, il suo respiro, profondo il suo sguardo, vellutata la voce, languido il portamento.

Il suo seno è come un germoglio corposo, fragrante, profumato.

Stringe una sigaretta tra le labbra.

Volute di fumo sensuale l’accerchiano, le ornano come un morbido velo il volto di ombrosa Maddalena.

Un cappellino di traverso appoggiato sui capelli di serpente di fiamma.

Rossa, la chioma è una vampa che vuole ardere nel braciere di un cuore innamorato.

E’ cambiata, adesso, la luce dell’universo.

Ora è sbilenca, livida, chimica ed acida, gialla come certe insegne dei locali notturni di città.

Non c’è più, in giro, il brillante splendore del cristallo adamantino, quella magica atmosfera di delicato candore che illuminava le viscere dell’universo, le distese senza fine dell’indefinita immensità del creato.

Le ombre sono allungate, giocano con il fumo di quella sigaretta che si consuma poco per volta, piano, mentre il ritmo del tempo batte i suoi tamburi al ritmo dei giorni, delle ore, dei minuti, degli istanti, che scorrono, alla fine, impalpabili fra le dita di Silvia, che si  fa sempre più bella, matura come un frutto appeso al ramo di un albero, che ti ammicca furtivo per essere colto.

Il profumo si spande intorno come una cortina di nebbia.

Il sangue ribolle, anzichè scorrere libero nelle vene s’invischia nei passi di una danza che sussulta, ormai, irregolare.

Il corpo di Silvia si mostra, via via più conturbante. 

E’ una Salomè, che danza la danza dei veli che ormai svelano un corpo che ha il sapore dei pomi.

Era già bella, l’armoniosa bambina.

Ora si è fatta una donna.

Dalla sua pelle fluiscono gli effluvi di magiche alchimie d’amore.

Dai suoi capelli scaturiscono riflessi di luna, ammalianti, argentini.

Le curve dei suoi passi di danza non riescono a restare nei  movimenti di una danzatrice.

La ballerina innocente con gli occhi di bimba diventa una pantera lucente, una tigre dai riflessi ferini, una leonessa agile e prepotente.

I suoi occhi ammaliano, attraggono, avvincono. Sono astri, quelli, pericolosi, di una misteriosa creatura mitologica che gli dei hanno scatenato per rubare il cuore degli uomini.

Sul palco della corolla del sole si adagia, adesso, molle, candida manna che nutre la carne.

Si intravvede il pallore di marmo della pelle d’avorio.

Ammalia, ipnotizza, il profumo del suo miele d’amore.

Si spande d’attorno l’irresistibile potere di femmina che s’impadronisce del mondo, se ne appropria, lo piega al suo volere, lo strapazza e lo getta, lo strazia e lo riprende per accarezzarlo, per innalzarlo su un piedistallo che giunge alle stelle, per renderlo eterno e farlo, alla fine, eternamente disperato.

Ora è diventata, la Silvia dei boschi, la stessa corolla solare.

E’ la cocchiera del carro che porta, ogni giorno, la luce del giorno.

E’ lì, in alto, fiera, sul suo trono, immortale.

E’ Silvia, la Bellezza che tutte le dee vogliono rubare.

Adesso è arrivata la pioggia.

Cade battente.

Schiaffeggia la terra.

Pietre, dal cielo cadon pesanti.

Pesante, ora, Silvia, si dibatte nella tempesta.

La sua pelle sembra rigata da colpi di frusta.

Le gocce di pioggia sono rosse, come il sangue, come il vino maturo, come i grumi di vita che non marciscono mai.

Silvia, però, non soffre per quei colpi, non la colpisce quella tortura che voleva essere la vendetta del mondo contro la sua piena bellezza.

Lei si fa sempre più bella.

Ora nei suoi occhi brilla inbtero lo splendore del sole.

La sua pelle si ammanta di luce di luna.

Il suo sorriso si colma di riflessi dorati, come  il campo si riempie, in estate,  dell’oro delle spighe di grano maturo.

La sua danza si è fatta, ora, più lenta.

La cadenza dei passi rispetta, adesso, ha il ritmo dei giorni, il dolce ondeggiare dell’altalena delle stagioni.

La musica che lei sta danzando è vera come la vita.

Urla.

Urla e ride.

Ride ed è viva.

Chitarre, violini, arpe, tamburi, timpani e trombe.

Il ritmo si è fatto brutalità del suono.

Il tempo della danza spezza le gambe e le braccia.

Il fiato si rompe.

Ora Silvia è il demonio.

Silvia è la forza che nessuna forza riesce sconfiggere.

Silvia è la corolla del sole su cui si era adagiata quando era ancora bimba innocente.

E’ la placida faccia della candida luna che bacia le onde del mare, di notte, che culla i marinai cantando ninna nanne ai pesci d’argento.

E’ la fiamma che riempie il cuore dei vulcani.

E’ la musica, è il mondo, l’universo, è tutte le cose.

Ora forse si ferma, è pallida, stanca, stremata.

Ora si volge guardare da un’altra parte.

Ora tutta sè stessa sta ad ammirarsi alla finestra.

La sua immagine adesso si specchia nell’eterna materia della bellezza carnale.

Anche la sua ombra le s’è stretta addosso e forte l’abbraccia, la stringe, la riempie di baci e carezze e, innamorata, le strappa mille promesse.

Ora, finalmente, Silvia è diventata immortale, è incarnazione del tutto e del niente.

Finalmente.

Ora.

Ora, Silvia, prendimi !

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4 pensieri riguardo “SILVIA

  1. Molto bello questo post, sensuale come la danza, composto ed elegante, ma passionale fino in fondo. Nella variazione della seconda versione musicale trovo un che di liberatorio, di autentico, un senso di riscatto individuale che bene si accorda con la seconda parte del tuo scrivere di questo. Molto bello, mi è piaciuto assai.
    Tua
    Minè

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