IL VERBO

Pieter Paul RUBENS - TESTA DI MEDUSA

“Lo hanno catturato!”

La voce come il soffio del ghibli ha attraversato le immense distese rosse di sabbia e di sangue.

Un rauco respiro dalle viscere della terra, in alito di morte, un rantolo disperato.

Non posso fare a meno di ricordarlo.

Il momento in cui è penetrato dentro di me, si è impossessato della mia innocenza, ha violato il mio spirito, ha absato della mia purezza.

Ha attraversato ogni mia barriera, ogni resistenza, ogni tentativo di respingerlo.

Il Male.

L’Assoluto che si è fatto Niente.

Si nutre di me, ora.

Circola nel mio sangue.

Guarda attraverso  i miei occhi.

Mi ha fatto suo.

“Lo hanno catturato!”.

La notizia ha volato veloce come la saetta.

Ha attraversato le piatte piane aspre di sabbia bruciata, vaste come oceani sconfinati e ardenti come mari di lava.

Nei cuori si è spalancata la voragine che ha inghiottito ogni senso di umana pietà, d’improvviso, come accade ogni volta che il Mostro spalanca le sue fauci, affamato, famelico, goloso di sangue.

Un centurione ha urlato al cielo la fatale notizia.

Ha stretto ancora le corde intorno ai polsi del prigioniero fino a lacerargli le carni.

Ha mostrato alla folla che lo accerchiava il volto dagli occhi iniettati di sangue della preda appena afferrata.

Gli ha sputato nel bel volto di giovane rigato di sangue.

Lo ha lordato della polvere cinerea raccolta col pugno dalla terra piangente.

Ed ha sentito l’alito della vendetta corrergli freddo sul collo.

“Lo hai catturato!”

Dal cielo piovve la voce pesante come una montagna.

Una voce tonante, prepotente come il destino, che aveva attraversato le oscure profondità dell’universo.

Cadde in mezzo agli uomini, quella voce mai prima ascoltata da timpani umani.

Cadde colpendo come il maglio che spezza le più possenti mura alzate a difesa dell’idifendibile debolezza umana.

La voce del dolore.

E colpì forte, proprio lì, in mezzo a loro, precisa come un dardo, fiammeggiante come una folgore.

Sollevò gli occhi, il centurione, cercando, con una mano di opporre resistenza a quel tuono possente che penetrava nella sua testa attraverso il varco vibrante dei timpani spossati.

Accecato dal bagliore si accasciò, lasciando cadere il capo della corda che ancora legava il priogioniero insanguinato.

Come un colpo di frusta la dura canapa intrecciata ferì la nuda terra polverosa.

“Mi hai catturato!”

Un’espressione di rassegnata calma copriva il volto del prigioniero.

Che all’istante, d’improvviso, come colpito dalla violenza di un pugno invisibile, si tramutò in disperata rabbia.

Il cammino che doveva segnare il tragitto dell’uomo sulla terra, la sua rotta nell’esistenza, era stato interrotto dal sacrilego gesto di quel centurione inconsapevole.

Una forza imprevista lo aveva deviato dal suo cammino.

Non la forza di una povera creatura umana che vestiva i panni di un centurione. No non era quella la forza che poteva allontanare il figlio del dio dall’itinerario che gli era stato assegnato dall’altissimo padre.

Abbassando lo sguardo verso la misera polvere in cui si era gettato il povero soldato, il prigioniero conficcò i dardeggianti suoi occhi nel buio delle voragini che si erano spalancate sotto la fronte alta del centurione.

Si congiunsero due nature inconciliabili.

Il Pieno ed il Vuoto.

L’Eterno ed il Cadùco.

L’Infinito ed il Limitato.

Si toccarono.

Si intrecciarono, come due mani che cercavano il conforto di un appiglio.

“Lo hai catturato!”

La presenza dell’imprevisto, dell’impossibile, dell’increato, si fece voce e si manifestò.

Non era Niente.

Non era Qualcosa.

Era ciò che nessun dio aveva potuto immaginare.

Era ciò che era nato dall’unione impura del Male e della Brama.

Il figlio immondo del Sangue e della Morte.

Che si era posto all’incrocio delle vie del destino che il dio aveva tracciato per l’uomo e che lì aveva creato l’inciampo per il progetto divino.

Aveva spezzato la catena che non poteva essere spezzata da nessuna creatura.

Il centurione si dimenava come un corpo posseduto da mille demoni.

Il prigioniero, ancora con gli occhi infissi in quelli del suo cacciatore, era come una preda che stava per menare l’ulimo colpo, il fendente che avrebbe lo definitivamente reso libero di adempiere al suo dovere di essere sacrificato sull’altare dell’uomo.

Era necessario soltanto un ultima spinta ed affondare gli occhi indagatori, rassegnati, rabbiosi, acuminati come la punta di una lancia, piantarli nel fondo cuore dell’uomo in uniforme, gettato come uno straccio putrido ai suoi piedi, che gemeva, implorava la pietà, chiedeva la carità di avere salva la vita.

“Sono stato catturato”.

La fine che si era immaginato da sempre il centurione era quella di ogni soldato.

Colpito al petto, nel durare di un duello con il più fiero dei nemici.

Un petto da eroe, che doveva finire spezzato in due come un albero da un fulmine.

Ma la folgore non era arrivata in quel modo, questa volta.

Stramazzato a terra si sentiva schiacciato, sotterrato dal suo stesso gesto di vana gloria umana, più ancora che militare.

Era stato l’uomo dentro la sudicia uniforme di milite che aveva stretto il laccio intorno al piede del prigioniero, tendendogli l’agguato fatale.

Ma era non era stota sua la destrezza del braccio che aveva mirato il lancio del cappio che aveva stretto il figlio del dio nell’imprevisto aguato che il destino gli aveva teso, contravvenendo alle leggi ineluttabili che erano state imposte dal suo potente padre.

Con un gesto da eroe disperato, il centurione prese la daga al suo fiancoe l’affondò nella coscia del suo prigioniero, là, ancora a sua portata.

Poi spirò.

Nel sangue del figlio del dio annegò il suo ultimo respiro.

E senza quel sangue anche la vita del figlio del dio si consumò lentamente, come la fiamma di una candela che si esaurisce insieme all’ultima favilla dello stoppino che si spegne inesorabilemnte.

L’imprevisto allora se ne tornò nel suo regno dell’Impossibile, fiero dell’impresa compiuta.

E  sedette di fonte al dio a cui aveva rubato una carta dal mazzo con cui giuocavano quella partita senza posta e senza quartiere.

“Adesso riprendiamo la partita”.

Disse possente una voce.

Ma non si comprese quale delle due ombre avesse proferito il verbo.

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8 pensieri riguardo “IL VERBO

  1. Salve.
    Ho letto con attenzione e partecipazione questo racconto, che mi ha lasciato una forte impressione. Il ripetersi della notizia della cattura, il lessico, il tema stesso dello scritto…elementi che combinati tra loro hanno dato vita ad un racconto affasinante.
    Un saluto.
    Carmine

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  2. Forse entrambe?… Forse le due ombre hanno la medesima voce?…
    Forse non ho capito niente? Molto più probabile la terza ipotesi. Però il racconto mi è piaciuto molto
    Buon fine settimana. Ciao 🙂

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  3. Carmine, grazie.
    Mi fa piacere che ti sia piaciuto.
    Il racconto, forse, è anche una riflessione, ma su cosa e come e in che direzione non sono sicuro. Ho cercato sentire quello che mi gira dentro. A partire da…lla voce delle tv che in questi giorni urlano della cattura e della morte di Gheddafi.
    Non entro nel merito.
    Solo che io sono contro la morte, ovviamente. E ovviamente contro la pena di morte. E anche, ovviamente, contro la guerra. Eccetera.
    Ma non sono un ideologo.
    Mi piace … sentire… e raccontare.
    Se torni mi farà piacere davvero. Questa repubblica è aperta a chiunque voglia farsi concittadino.
    Passerò da te a leggerti.
    A presto.
    Piero

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  4. … ecco. lo vedi? Hai colto il centro della questione: io penso che l’ipotesi giusta sia … la … (suspence)… saà la prima? … o la sencoda…. oppure …. sei tu….
    scerzo, scherzo…
    Io penso che le due ombre siano la due facce di qualcosa che è una cosa sola.
    Cosa sia non lo so.
    Un principio di dualità. Dicamo così, in modo che l’uno ed il due siano una cosa sola.
    Ma … io volevo (di più) dare voce ai moleplici punti di vista di ciò che accade e che ci trascende, che va oltre, che supera tutto e tutti…
    Dare voce all’eco.
    Come le campane dell’altro post.
    Eco, vibrazioni, voci… a queste voglio dare evidenza, suono, parola.
    Un abbraccio,
    Piero

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  5. Racconto emozionante e difficile come sempre, ma in questo momento dove la morte è così indegnamente spettacolarizzate, il ripetersi della parola “catturato” mi fa riflettere, bravo come sempre!!
    Un saluto affettuoso 🙂

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