IL RE

Il re dei topi radunò la sua corte.

Con voce roca, il volto nascosto sotto un foulard nero che non poteva nascondere i dentini aguzzi, le zampine col pugno chiuso, tese, protese verso il cielo, la coda nervosa, acuminata come una lancia, un dardo a stento trattenuto.

I baffi grigi.

La punta del naso nera.

Le gote rosse.

Accorsero di corsa i suoi ministri.

Arrivarono dalla riva del fiume, dalle profondità delle fogne, dalle fiamme degli inferi.

Neri.

Sporchi.

Sioprattutto, arrabbiati.

Arrivarono trascinandosi appresso l’intero popolo dei topi.

Sciamavano dappertutto, ora.

Una massa, una marea, una incontenibile moltitudine di topi, di ogni dimensione, di ogni specie, di ogni categoria, di ogni luogo. Topi ci città, topi di campagna, topi di fogna.

I topi di città.

Erano delicati, eleganti, pettinati, profumati. Con gli occhiali, la cravatta sulla camicia bianca, la giacca buttata come un cencio sulle spalle. La rabbia nelle stanghette degli occhiali.

E frustrati.

Mortificati.

Offesi.

Scandalizzati.

Ormai il re dei gatti ed il suo manipolo di complici avevano superato il limite della sopportazione.

Avevano occupato ogni angolo della città, ogni incrocio, ogni accesso, ogni sbocco, ogni uscita.

Le guardie dei gatti fronteggiavano con volti duri ed espressioni violente  la folla di topi che formicolava dappertutto come un’alluvione.

I reparti corazzati, armati di scudi e manganelli, con le divise strette ai polsi delle zampe anteriori, le camionette appoggiate agli angoli delle strade, come mazze per colpire, carri armati per schiacciare il nemico, erano pronti ad entrare in azione al primo ordine del ministro dell’Ordine pubblico.

I topi di campagna erano più piccoli, impacciati, stavano sulla piazza davanti al palazzo del re che ora arringava dal balcone, dimenandosi ed agitandosi, voltandosi spauriti verso la polizia dei gatti che incombeva come una nera nuvola d’uragano, pronta ad esplodere la violenza degli elementi.

Meno male che loro, i questurini del popolo felino ancora non conoscevano la linga di quelle altre povere bestioline, dei ratti, quell’idioma di squittìi acuti e serrati, accompagnato dal gesticolìo nervoso e scattante che il loro re, il re dei topi biascicava come una gomma da masticare, rimasta ormai senza zucchero, ancora attaccata ai denti aguzzi.

Le parole del re dei ratti, gli slogan di rabbia e di incitazione che lanciava come frecce infuocate verso i gatti di servizio agli angoli delle strade, al loro ministro, al governo intero ed al popolo tutto dei gatti di quella città, erano puro veleno, fiamme in una polveriera.

Il cielo pareva infuocarsi al loro contatto e piombare come una massa rovente di odio violento e rancore represso.

Anche i topi di campagna si riconoscevano subito, perchè ancora non s’erano abituati a tutta quella cagnara, a quella situazione di caos, a quella circostanza di rabbiosa confusione.

Portavano l’ombrello al braccio, per ripararsi, chissà, da una pioggia improvvisa, oppure da una randellata imprevista, oppure, chissà, li portavano sempre, solo per quella prudenza atavica che si acquista vivendo una vita in campagna, esposti ogni momento a qualche pericolo nascosto, a qualche rischio recondito, ad qualsiasi variabile volubilità del destino.

Avevano tutti il cappello sulla testa, come un segno di riconoscimento.

Portavano addosso i vestiti della festa, di vecchia foggia superata, di taglio, taglia e colore ormai in disuso da tempo, in città.

Camicie dai colori sgargianti.

Scarpe sporche, impolverate, inzaccherate di fango secco e chiaro, lacerate come le bocche affamate dei topi di campagna durante le lunghe estati di caldo siccitoso.

Le zampine con le unghie che erano nere.

Ma avevano lo sguardo era vispo, intelligente, furbo, fino.

Si nascondevano un pò, esitavano, si guardavano intorno un pò spaesati.

Ora, si deve sapere che la piazza sotto al balcone era davvero grande ed i gatti all’angolo del corso erano abbastanza lontani da lasciare aperta ancora qualche via di fuga da quella parte.

Il re dei topi stava facendo un discorso contro le prepotenze dei gatti.

Era evidente il senso delle sue parole.

I felini erano prepotenti, avevano occupato tutti i posti liberi nella società, si scambiavano favori l’un con l’altro, si proteggevano, erano complici e sodali.

Gestivano tutti gli affari importanti. Erano diventati i padroni delle fabbriche, delle banche, dei terreni e delle fattorie, in campagna, e delle amministrazioni.

Ormai comandavano tutti i reparti dell’esercito e della polizia.

La città, ormai, apparteneva a loro, ai gatti.

Erano eleganti, agili, vestivano abiti costosi, indossavano soprabiti di ottima taglia ed avevano tutti la stessa aria di evidente tronfia superiorità.

Neanche parevano più accorgersi dei topi che correvano sempre trafelati, sudati, un pò puzzolenti e sciatti per le vie della città.

Le guardie di servizio sotto al balcone del palazzo da dove il re dei topi stava arringando, furibondo, il suo popolo infervorato, invero, un pò annoiate e distratte, neanche stavano a guardarequel sovrano nano e goffo che gesticolava ed imprecava sporgendosi pericolosamente verso la piazza, a rischio, ormai, di piombare come una pigna secca sulla testa dei caporioni del popolo dei topi radunati di sotto.

Lui arringava che sembrava un tribuno.

Minacce di morte, fumogeni, bombe carta, attentati, kamikaze…

Era un crescendo di minacce.

Parole dure.

Espressioni di rabbia.

Ingiustificabili, si, ma che ormai rotolavano giù da quel balcone senza che nessuno facesse qualcosa per fermarle.

Rotolavano come palle di cannone, rotonde e roventi.

Pronte a colpire.

Pronte a ferire.

Pronte ad uccidere.

Qualcuno, prima o poi, le avrebbe raccolte. Oh, sì. Di certo !

Bastava che rotolassero libere, incoscientemente incontrollate.

E il re dei topi, imparentato, come tutti i re, che sono imparentati fra di loro, con il re dei gatti – tutti e due avevano anche parenti nel regno dei cani, laggiù, lontano, dall’altra parte del regno dei pesci; quancuno dice che avessero sposato due cagne, due figlie di scrofa, due maialone, due zoccole, che era anche un altro modo per dire … topolone… dalla qual cosa il re dei topi evinceva la superiorità della sua razza animale su tutte le altre presenti sull’intero pianeta –  ecco, il re dei topi, ormai, era diventato come una bocca da fuoco senza controllo più alcuno.

Le sparava sempre più grosse, una appresso l’altra.

Sembrava una bombarda, poi un obice, infine un cannone pesante.

Un topo di fogna si era avvicinato al limite della transenna, sotto al balcone, proprio vicino vicino al capo dei caporioni del re dei topi, là, sotto al balcone.

Puzzava.

Si era unto della migliore colonia che si poteva raccogliere nel fiume di liquami che scorreva là sotto, nel  villaggio, sotto la strada, proprio in adiacenza con il tombino che faceva l’occhiolino al balcone del re.

Puzzava.

Il capo dei caporioni lo apostrofò pesantemente, nel linguaggio volgare dei centurioni del re dei topi.

“Vai via! Bestiaccia. Vai in bocca ai gatti. Avvelena uno di loro !”

Il discorso del re dei topi grandinava fuoco e fiamme sulla piazza intera.

Il topo di fogna, grigio, pesante, con il pelo arruffato e impomatato, era come ipnotizzato.

Neanche si accorgeva del capo dei caporioni che lo spingeva lontano.

Era assorto in quello strano stato d’animo di rabbia e vergogna che si prova quando si capisce che non sei nessuno, quando ti accorgi che sei l’ultimo degli ultimi, quando non ti senti dentro altro che la voglia di fargliela pagare a questo mondo pieno di infami e prepotenti.

Era in trance, ormai.

Quasi.

Forse.

Forse era arrivato il momento di fare qualcosa.

Il momento in cui la disperazione ti afferra il cuore e te lo soffoca, te lo strozza, ti strizza, ti fa sanguinare.

E allungò, senza neanche farci caso, la sua zampina destra verso la prima palla di cannone che passava nelle vicinanze, mentre gli sfiorava la posteriore sinistra, così vicino che lo avrebbe ustionato, in altri momenti meno concitati.

Era il momento delle decisioni fatali.

Era il momento di riscrivere la storia.

Lui.

Il topo di fogna.

Il fratello della topolona preferita dall’infoiato re dei gatti.

Lui avrebbe riportato moralità e fede in quel puttanaio !

La dignità dei topi di fogna e dei topi di campagna e di quelli di città, la dignità di tutti topi di tutti le razze di tutti i topi della città, ormai era lì, nelle sue zampe.

E aveva la forma di una palla di cannone.

Sarebbe bastato un attimo !

Ancora meno.

Ancora più facile.

Sgattaiolare in mezzo a quella folla confusa e formicolante, e andare a metterla sotto la porta principale del palazzo del re.

Quanto chiasso, quanto baccano avrebbe fatto, al momento giusto quel parolone così rovente che era diventato grosso, gonfio e rotondo  come una palla di bombarda !

Non sapeva decidersi.

Il re dei topi era lì vicino.

Appena sopra il suo capino.

Snocciolava chiassosamente le sue contumelie indirizzate contro tutto e contro tutti.

Le sue parole, come fuochi d’artificio, pirotecniche orazioni, prendevano tutte le tonalità delle fiamme e tutti i colori che assumono ogni volta i discorsi inferociti dei capi di stato quando istigano il loro popolo alle guerre, alle conquiste, alle vittorie !

Mai un topo aveva osato tanto !

Mai un re dei topi aveva alzato tanto il tiro ed armato il suo popolo contro un re dei gatti ed il suo popolo !

Il topo di fogna cominciava ad esitare, forse per paura, forse per debolezza.

L’indecisione divenne stanchezza, una stanchezza sfibrante.

I paroloni che rotolavano dal balcone sopra di lui gli annebbiarono a poco a poco la vista.

La responsabilità gli incuteva un terrore mai provata prima.

La bomba vibrò.

Colpito dall’ultimo parolone del re dei topi.

E la palla di cannone, con un gan fracasso, all’improvviso esplose. 

Fece un boato spaventoso.

La piazza, subito, si riempì di urla.

Ci fu il parapiglia, un fuggi fuggi generale.

Nessuno aveva visto cosa fosse davvero successo.

Nessun gatto s’era avvicinato al palazzo dei ratti, questo era chiaro a tutti, topi e gatti.

La polizia fece ricerche accurate.

Fu creata una commissione congiunta di ratti e felini per appurare chi avesse così crudelmente progettato e realizzato un attentato tanto cruento quanto sanguinario.

Del re dei topi non fu trovato altro che un anello, restato attaccato alla falange di una zampina ancora insaguinata.

E fu grande la sorpresa, quando, sotto le macerie del crollo del palazzo fu trovato anche il corpo del re dei gatti, che ancora rantolava, biascicando parole incomprensibili ormai, avvoltolato in una improbabile pelliccia da topo di fogna.

Non fu possibile salvarlo.

Non fece a tempo, la bestia, neanche a pronunciare la sua ultima parola da re dei gatti, un vero miagolìo.

La polizia interforze, creata apposta per l’occasione, dopo un’animata e convulsa riunione del governo del popolo dei topi in teleconferenza con il governo del popolo dei gatti, fece tutte le indagini de caso.

Fu acclarata una verità.

Una sola.

La sola possibile verità, in quella città spartita fra topi e gatti.

Un kamikaze!

Chissà.

Venuto, forse, da fuori.

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