BARLETTA 3 10 2011

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Urla di dolore.

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Urla di rabbia.

C’è differenza ?

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Un post fatto di sangue, polvere, dolore, sfruttamento e morte.

Ecco.

Esattamente questo, stasera, le mie dita battono sui tasti, svolgendo le funzioni di protesi del mio cuore.

Sangue che forse è il nutrimento di una belva feroce, affamata e famelica, che miete il suo tributo come ogni giorno anche in questo giorno.

Veramente era ieri, o ieri l’altro, ma oggi, qui, quel sangue, scorrendo, lascia le sue tracce come un estremo saluto. Oppure come la denuncia di un oltraggio alla dignità umana.

Ogni volta che muore un lavoratore viene oltraggiata la dignità umana.

E’ qualcosa che va oltre il dolore e la morte.

E’ qualcosa, la morte di un lavoratore, che va oltre lo stesso destino dell’Uomo.

E parlo della morte come paga ricevuta, in un attimo di un giorno fatale, come ricompensa per la vita ceduta.

E’ una transazione, un commercio, ripugnante!

Non è nato per questo l’Uomo!

 

La polvere copre il sangue che è scorso, il sangue degli innocenti, il sangue dei deboli, il sangue delle donne e dei bambini. Lo copre, ma non si mischia a quel sangue.

Il sangue di chi lavora è il sangue degli dei, è il divino che scorre vivo e caldo dentro ogni Uomo.

Meritarsi di essere Uomo non è cosa da poco.

Tutti nascono uomini.

Basta venire al mondo e condurre i propri giorni come non fossero i propri, come non fossero il dono ricevuto dai primordiali antenati che decisero di costruire con le proprie mani il primo riparo, il primo utensile, il primo attrezzo per piegare lo stato animale, il mortificante stato di natura, alla volontà di creare il Destino dell’Uomo.

Che sciocca assurdità il pensiero di un destino scritto da un dio prepotente sul libro della creazione!

Il destino se lo presero nelle mani quei primordiali antenati, quegli Adamo ed Eva che per il diritto alla propria libertà decisero di assaporare il dolce frutto dell’albero della conoscenza!

La vita in quell’Eden così tante volte inutilmente rimpianto altro non sarebbe stata che uno stato di morte animata, una morte da scontare per l’eternità, un’immortalità inferta come una condanna per una colpa non commessa, per una prepotente deliberazione della volontà di un dio crudele.

Oppure … oppure quella tentazione, quella posta così alta, restare in eterno nello stato di incoscienza assicurato dall’obbedienza del dio, altro non era che la prova, la prova più difficile assegnata all’Uomo per meritarsi davvero la possibilità di costruirsi il Destino!

Ecco, meritarsi di essere Uomini non è cosa da poco.

Ed il sangue che scorre dentro ogni uomo ha la forza, il potere di trasformare un essere vivente fatto di istinti e desideri in un essere umano fatto di aspirazioni e volontà.

Ecco perchè la polvere che non s’impasta con quel sangue che ha qualcosa del dio dei sumeri che si sacrificò per dare vita agli uomini, quella polvere che copre quel sangue, quella polvere che lo secca o che lo spegne, quella polvere che sporca quel sangue, quella polvere è immonda, è lorda, è colpa, è peccato.

 

Su quel sangue sporcato è sceso il dolore.

Il velo della morte spegne le luci.

Il buio accompagna nell’ultimo viaggio i corpi lordati, l’impasto scomposto di polvere e sangue, la malta orrenda di carni e miseri frantuni d’ossa.

Il dolore non è solo il pianto disperato delle povere madri, dei poveri padri, dei poveri figli, dei poveri fratelli e sorelle.

Il dolore è anche di più.

Scende come un velo su di noi e ci rende muti e ciechi, come stessimo imparando a poco a poco cosa significhi essere, alla fine, davvero, figli della morte, pasto di quella bestia immonda.

Quel dolore non si sente con le orecchie perchè noi non lo urliamo.

Non si vede con gli occhi, perchè noi non versiamo fiumi di lacrime nei quale annegare i ricordi e le speranze.

Non sale su per il naso, non si tocca con le dita, non si mastica, non si beve.

Quel dolore ci avvolge come una camicia di forza, ci lega come una catena che ci imprigiona in una cella di morte.

Quel dolore ci getta nelle braccia della morte anche se ancora respiriamo.

Quel dolore ci fa sentire cosa significa essere deprivati del diritto alla vita.

Quel dolore è un’altra prova che un dio troppo poco indulgente con le sue creature ha mandato loro per saggiarne la resistenza e la volontà.

 

Quel dolore è l’anticamera della morte.

Guai a che varca la soglia che separa il regno della vita da quello della morte !

Quel sangue sporco di polvere impura fa sentire la sua voce, racconta, invoca.

E’ una voce che evoca il mondo delle ombre infelici.

Il racconto che sale da quelle voci fuggite a bocche che non possono neanche più piangere è il racconto che non si può raccontare, è il suono che non si può udire, è l’invocazione della morte.

Creatura che vive alle spalle della vita.

Parassita che si annida negli interstizi dove la vita non riesce a fiorire nella sua purezza più cristallina.

Sfruttatrice del sacrificio quotidiano degli uomini.

Sfruttatrice come sono sfruttatori quegli che rubano le braccia, la forza vitale, agli altri uomini, loro consimili, per accaparrare solo il dorato frutto velenoso dell’albero del demonio.

Ecco.

Due sono gli alberi.

L’albero della conoscenza.

E l’albero del demonio.

All’albero della conoscenza mangiarono i primordiali Adamo ed Eva che dovettero fronteggiare l’ira del dio creatore per conquistare a sè ed alla propria genie di dicendenti un destino di libertà.

All’albero del demonio mangiano gli sfruttatori che bevono il sangue dei loro simili per dissetare il desiderio insaziabile e peccaminoso di riempirsi la pancia di frutti avvelenati.

 

Poi c’è un altro albero.

Il terzo.

L’albero della vita.

Quell’albero dà frutti saporosi, ma difficili da cogliere.

Ha spire lungo irami.

E foglie urticanti.

Ma già i suoi fiori anticipano col profumo d’ambrosia il nutrimento di quei frutti che, domani, verranno.

Bendetti.

Ma quell’albero ha un’ombra.

Un altro albero in tutto simile all’originale.

Ma inconsistente, immateriale, indicibile.

Quell’ombra è l’albero della morte.

I suoi frutti, sono l’ombra dei frutti dell’albero della vita.

I frutti dell’albero della vita sono i suoi figli, gli infiniti figli della vita, gli innumerabili figli dell’albero.

L’albero della morte, invece, dà un solo frutto.

La Morte.

Madre e figlia di se stessa.

Albero e frutto.

Perchè nella morte non c’è nulla che si possa separare, nulla che possa nascere e nulla che possa perire.

Quel frutto marcio si nutre di ogni uomo o donna che muore.

Quel frutto di quell’albero è il vero frutto proibito che il dio creatore proibì ai primordiali Adamo ed Eva.

Questa storia è dedicata a Matilde Doronzo, di 32 anni, Giovanna Sardaro, di 30 anni, Antonella Zaza, di 36 anni, Tina Ceci, di 37 anni, e ad una ragazzina di 14 anni, Maria Cinquepalmi, figlia dei titolari del laboratorio tessile di Barletta crollato il 3 ottobre 2011.

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15 commenti Aggiungi il tuo

  1. avevi intenzione di farmi piangere?

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  2. pierperrone ha detto:

    E’ enntrata un pò di realtà, di amara realtà, in questa pagina, cara amica.
    Pingere forse non serve.
    Forse serve solo sapere.
    Non ho certezze, ma questo tipo di cose sono (un pò) il mio lavoro di tutti i giorni. Non ne parlo in queste pagine, di solito.
    E l’ho fatto in … forma indiretta quasta volta…
    Ma alle volte penso proprio che si deve sapere.
    E ci si deve indignare.
    No la sola indignazione è frustrante, passiva.
    Ci si deve ribellare!

    Un caro abbraccio
    Piero

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  3. luciabaciocchi ha detto:

    Racconto forte, commovente, denuncia di situazioni troppo a lungo tollerate, non aggiungo altro!
    Un saaluo affettuoso Lucia

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  4. cavallinoblu ha detto:

    “E’ qualcosa, la morte di un lavoratore, che va oltre lo stesso destino dell’Uomo. ”
    Mi hanno colpito molto queste tue parole.
    E’ vero.
    Perchè il destino dell’uomo è il Lavoro. Se muore con lui muore anche il compito, il Lavoro, sua speranza, suo pane e vita sua e dei suoi figli.
    E’ straziante.
    E’ la battaglia di ogni giorno contro l’ingiustizia, è un’intera guerra persa ogni volta che muore un lavoratore.
    Ho lavorato in fabbrica per alcuni anni, erano i miei primi di lavoro
    enon sapevo cosa volesse dire il degrado della dignità umana, l’ho vista e ancora mi indigno

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  5. cavallinoblu ha detto:

    … come ribellarsi a tutto questo?
    La forza lavoro è la forza dell’operaio, è l’unione, e la sua stessa dannazione e la sua libertà, la sua dannazione e la sua libertà.

    Unabbraccio
    Minè

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  6. pierperrone ha detto:

    Cara Lucia, ogni anno muoiono centinaia di persone sul lavoro, poco meno di mille (e quella soglia è stata abbattuta solo recentemente)!
    Si accetta questo fatto come una fatalità, come pure viene ritenuto casuale, fortuito, in genere, l’infortunio sul lavoro. Scivolare da un’impalcatura, essere schiacciato da un peso quando un cavo si spezza, o peggio…
    Capita tutti i santi giorni, o maledetti, quei giorni, se li vedi da quel punto di vista.
    Purtroppo può capitare a tutti.
    Ma nella drammatica storia delle donne di Barletta c’è anche un’eco più antica, l’arretratezza di certe zone dell’Italia, c’è lo sfruttamento del lavoro da parte di padroni orchi, c’è … c’è quello che nella canzone del gruppo musicale degli Zezi fa esplodere la rabbia e la disperazione.
    Perchè quello che avviene, la tragedia, il dolore che ne deriva, non sono fatti occasionali ma sono sempre gli stessi.
    Ogni notizia di morte data dal telegiornale è uguale a quella di anni fa! Potresti cambiare soloi nomi delle vittime. Poi resta tutto uguale!
    E questo non può essere!
    Vuol dire che si fa finta di non sapere, di non sentire.
    Che dire ancora?
    Dal 1999 ci lavoro in questo campo.
    E purtroppo mi rendo conto che è difficile risolvere questo problema. Sono anni che … rifletto sul senso, se mai ne può avere una storia tragica così, di queste morti, di queste ferite alla dignità dell’uomo.
    Ma certe volte mi monta la rabbia dentro.
    e allora quella canzone con la sua chiusura dura, cattiva, feroce, forse esprime una rabbia che è come la mia.
    So che la rabbia è, alla fine, frustrante, perchè non risolve i problemi.
    Ma cosa opporre alle grida di dolore, alle lacrime ?
    Almeno un urlo di rabbia!
    Almeno quello ci sia concesso!
    Poi sopravviene la riflessione e si dovrebbe … costruire qualcosa di realmente utile a … curare questo cancro.
    Già…
    Ma qui, interviene quello che dice poco sopra la cara Minetta!

    Un abbraccio,
    Piero

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  7. pierperrone ha detto:

    Cara Minetta,
    riparto da te.
    Come ribellarci?
    Hai ragione, come ribellarci, se poi ognuno sta da solo e non c’è più solidarietà?
    La fabbrica chiude. Si resta da soli.
    Soli restano anche quelli che non lottano, che non hanno mai lottato.
    Minetta cara, domanda terribile, la tua.
    Come si fa a ribellarsi?
    Sai, penso che forse la ribellione sia un istinto incontrollabile, un moto dell’animo che non si può reprimere.
    Oppure un moto che non c’è. Come sul mare piatto.
    Come l’oggi di questa nazione.

    Hai colto bene il senso di quella frase.
    La dignità dell’uomo sta tutta nel lavoro. Potrei usare le maiuscole. Ma non sono necessarie.
    Ti aggiungo una poesia, che mi pare spieghi molto meglio di tante parole.

    Bertold Brecht, “Domande di un lettore operaio”

    Chi costruì Tebe dalle Sette Porte?
    Dentro i libri ci sono i nomi dei re.
    I re hanno trascinato quei blocchi di pietra?
    Babilonia tante volte distrutta,
    chi altrettante la riedificò? In quali case
    di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?
    Dove andarono i muratori, la sera che terminarono
    la Grande Muraglia?
    La grande Roma
    è piena di archi di trionfo. Chi li costruì? Su chi
    trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
    aveva solo palazzi per i suoi abitanti?
    Anche nella favolosa Atlantide
    nella notte che il mare li inghiottì, affogarono
    implorando aiuto dai loro schiavi.

    Il giovane Alessandro conquistò l’India.
    Lui solo?
    Cesare sconfisse i Galli.
    Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
    Filippo di Spagna pianse, quando la sua flotta
    fu affondata. Nessun altro pianse?
    Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi
    vinse oltre a lui?

    Ogni pagina una vittoria.
    Chi cucinò la cena della vittoria? Ogni dieci anni un grande uomo.
    Chi ne pagò le spese?

    Tante vicende.
    Tante domande.

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  8. teoderica ha detto:

    Racconto toccante. Barletta , che non ho mai visto, era nel mio immaginario per la famosa disfida dei Cavalieri che poi vennero a morire nella battaglia di Ravenna…ora Barletta sarà nella mia memoria come città in cui i diritti civili, quelli dell’alòbero della Vita, vengono calpestati.
    Ciao.

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    1. pierperrone ha detto:

      Cara Paola,
      la storia delle ragazze morte a Barletta è una storia davvero tristissima.
      In questa povera Italia da farsa e melodramma non c’è spazio per soffrire.
      E senza sofferenza forse, neanche i ricordi si condensano per formare una coscienza.
      Non lo so, non voglio fare il filosofo.
      Mi limito a dire che è davvero uno scandalo che possano accadere cose così.
      Diremmo che si tratta di cose del terzo mondo, se non fossero accadute qui, da noi.
      O forse dobbiamo solo correggere la carta geografica del terzo mondo?
      Un abbraccio e buona domenica.
      Piero

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  9. girasole ha detto:

    Racconto davvero bello, a leggerlo ribolle dentro qualcosa, quel qualcosa che forse potrebbe essere lo strumento, come lo fu tanti anni fa, per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. La rabbia muove il motore dell’avanzamento sociale, Ma la rabbia la prova solo chi vive sulla propria pelle certe realtà. E’ questo il punto, il nodo fondamentale credo: superare questa settorialità e far diventare la rabbia un sentimento generalizzato. Allora e solo allora, forse riuscirà la leva con cui sollevare il mondo. Mi chiedo però, se questo sia ancora possibile o le sia mai stato davvero.
    Un saluto affettuoso

    Mi piace

    1. pierperrone ha detto:

      Cara Patrizia,
      si, la rabbia, forse hai colto bene il senso che c’è al di sotto di questa storia.
      La rabbia.
      La rabbia che dovrebbe ormai scuotere le fondamenta di questo edificio marcioe traballante!
      L’edificio qui, bada, non è solo l’Italia.
      Non li senti i gemiti degli architrvi che si stanno spezzando in tutta Europa, negli Stati Uniti, nei mercati dei popoli che una volta erano i più ricchi del pianeta?
      Ora le voci di rabbia vengono dal sud del mondo, dall’est. Dall’Africa mussulmana, con le sue donne del Nobel della pace, dall’America Latina, dalla Cina, dall’India…
      Ma mette anche paura quella rabbia, che è anche fame di ricchezze, appetito di riempire con il potere degli scambi commerciali il digiuno dei diritti dell’uomo e dei lavoratori.
      Per questo spero che la rabbia contagi anche la parte più sensibile del nostro organismo, ormai sazio e satollo.
      Aspetto al varco i giovani.
      Si sentono forti i fermenti che ormai stanno cuocendo la loro pozione. Li sento, qui, nella mia torre d’rgento.
      E tu, nella scuola, li senti?
      Un abbraccio,
      Piero

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  10. popof1955 ha detto:

    Gli infortuni mortali nel 2010 sono diminuiti, dicono le statistiche INAIL. E’ diminuito anche il Lavoro. Per sopravvivere ci si adegua a tutto, anche a lavorar sotto terra, ma per uscirne da vivi alla sera.

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    1. pierperrone ha detto:

      Caro Popof,
      la crisi economica non solo riduce il lavoro.
      Abbassa anche gli investimenti in sicurezza.
      Ma nasconde anche i morti ed i feriti.
      Che in un paese di false legalità diventano troppo spesso incidenti domestici o stradali!
      Purtroppo come bestie nella tana si lavora anche sottoterra.
      Ma, Popof, non si diceva in giro, forse era solo una leggenda, che l’uomo non era una bestia da soma?

      Un saluto (lo sai che leggo sempre i tuoi post, vero? Da abbonato al blog tuo, li riveo tutti in posta elettronica. Sai che condivido moltissimo quello che dici)
      Piero

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  11. semplice1 ha detto:

    Carissimo Piero, condivido ogni tua parola! La tua rabbia, la tua ribellione, la tua frustrazione, la tua amarezza, il tuo dolore, le tue riflessioni e conclusioni, le tue speranze, sono anche le mie…Sarà mai possibile, un giorno, cambiare tutto questo senza essere tacciati d’utopia? Forse sì… e quel giorno l’uomo avrà veramente dignità d’esistere.
    E’ un incanto leggerti…davvero!!

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  12. pierperrone ha detto:

    Si, sarà possibile, cara Vera, sarà possibile.
    Speriamo solo che arrivi presto e che possiamo avere il piacere di vivere a lungo in questo mondo più giusto.

    A presto,
    Piero

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