I PASSI

Non riconosco più, ormai, la mia città.

I miei occhi si sono fatti opachi.

Un velo è sceso a coprire quanto di più caro avevo conosciuto, un velo sul cuore, sulla memoria, piuttosto che sugli occhi.

Non riconosco più le strade dove avevo poggiato i miei passi prima di diventare un uomo e, dopo, quando i cambiamenti dell’età mi hanno dotato di barba e di sentimenti, dove mi sono ritrovato adulto, un alto fusto, un pennone orgoglioso, su cui sventolavano le bandiere che indicavano la strada del futuro e gli stedardi dell’amore.

I sassi antichi, si, quelli li vedo ancora, portano impresse le orme che furono mie.

E sotto di quelle riconosco, bene, ancora, le orme di tante generazioni passate, distratte o generose, di volta in volta, ma tutte avevano contribuito a costruire qualcosa, qualche parte, qualche anogolo, di questa città.

Ma ora, sopra i segni dei miei passi si confondono i segni di altri passi che non riconosco.

Lungo quelle stesse strade si accavallano suoni, lingue, colori, forme sconosciute, incomporensibili, che non sembrano avere senso alcuno.

Alieni scesi a calpestare le stesse antiche pietre che calpestammo in tanti!

Rotola ancora l’eco delle voci dei miei vecchi amici fra le mura dorate del centro storico della piccola rocca, stretta fra mura merlate rosicchiate dai secoli.

A mozziconi, a spezzoni, le sillabe si accumulano sul manto diritto di pietre scavate.

Particelle pronominali cadute da frasi di discorsi pieni di speranza, cadono ondeggiando, strappate come brandelli da un foglio ingiallito di un quitidiano scaduto .

Un forse, un se, un domani.

Parti di un discorso che si svolgeva senza sosta, nel quale eravamo tutti uniti e che voleva prendere la strada del domani, voleva costruire una città aperta, a disosizione di tutti, protettiva, attenta, amorevole.

Tutte quelle voci si gonfiavano come un vento che si alzava impetuoso, faceva sventolare bandiere e stendardi, faceva increspare nuvole di temporali, portavano il lampo ed il tuono, scosciavano come folate tempestose riempiendo le piazze, trasformando la strada nel letto di un fiume animato da una corrente inarrestabile.

Macchie di colore si offrono senza veli, ancora, tra un ciottolo consumato e l’altro.

Senza pudore.

Senza ritegno.

Erano i colori delle idee che, una volta, davano calore e valore a quei discorsi che vedo cadere intorno a me, ora, a brandelli, malinconicamente autistici, come le foglie settembrine delle colline che abbracciano ancora, come dolci seni materni, la rotondità dell’antico piccolo borgo, assopito ed inerte, nel crepuscolo che ora allunga le sue ombre fin qui, in questa grotta dove mi sono nascosto stasera.

Erano i colori vivaci dell’esuberanza e della vita.

Erano i colori dell’utopia e della speranza, vividi, lulgidi, brillanti, che si accompagnano ai loro inseparabili compagni dell’errore e della delusione.

Ma insieme formavano un iride che riscaldava i cuori, riempiva gli occhi, sferzava i più pigri ad unirsi alle folle.

Si ode ancora, se tendo bene le orecchie, l’eco dei canti, del rullare di tamburi, degli slogan lancoati verso il cielo come le astronavi che stavamo costruonedo per conquistare la luna e le stelle.

Si ode ancora l’eco delle esplosioni, delle bombe, dei lacrimogeni, degli spari, delle esplosioni, dei fuggitivi e dei fuggiaschi, degli inseguitori, dei perscutori, dei moralisti, dei censori, dei criminali e degli idealisti.

Quelle esplosioni riempivano l’aria di fumi, di urla, di imprecazioni, di sangue, di disperazione e di speranza, di desiderio, di sogno e di illusione.

Ecco, quell’eco che ancora ogni tanto raggiunge a fatica il mio piccolo angolo nell’ombra, quassù, al riparo, ben sicuro, dove non può raggiungermi la nostalgia, stasera, ecco, quell’eco è questo, l’eco dei sogni che si portavano scolpito di dietro il volto dell’incubo, come un mostro bifronte, un’orrenda chimera che se ne andava cantando rumorosa e spensierata.

I segni che i miei passi hanno lasciato sui ciottoli di quel sentiero che mi era così familiari adesso si confondono con quelli incomprensibili di alieni che parlano linguaggi sconosciuti.

Solo a volte mi sembra di afferrare un brandello di significato.

E’ quando sento una canzone che mi era nota, una volta.

O quando una frase mi suona più familiare, che mi porta ancora il ben noto sapore, a tratti un pò aspro, del desiderio di costruirsi testardamente il proprio domani, con quelle stesse mani che allora, una volta, furono gli utensili insanguinati che squadrarono i massi pesanti che si oggi se ne stanno ancora ordinatamente legati a formare le mura merlate dell’acropoli appollaiata lassù.

Dal mio rifugio, qui, un pò in basso, vedo bene quelle mura.

Vedo bene il sorriso che spunta attraverso la bocca della porta principale che le taglia e le divide in un semicerchio di destra ed uno di sinistra.

Le vedo, conosco una per una quelle pietre colore dell’oro.

Ma non le riconosco più.

Come quei segni che si accalcano adesso sopra i miei passi, sui sassi di nero basalto consumato che si distendono nella strada che univa, tanto tempo fa, la terra al cielo.

Su quella strada , dopo una svolta stretta ed acuta, nascosta dalla guglia del campanile di una cattedrale presutuosa ed opprimente, si alzava il ponte meraviglioso di un arcobaleno che trasporta noi, angeli della città, verso gli spazi sconfinati che si aprivano nel profondo deinostri cuori.

Stasera quel ponte si alza più orgoglioso che mai.

Il suo richiamo potente giunge anche qui, nella spelonca che mi abita e che mi tiene prigioniero del ricordo, del tempo che scorre, dell’età che pian piano si impadronisce di ogni parte di me.

Il fiume della vita presta la sua voce a quel ponte.

Mi sembra di riconoscere quella voce.

Mi è familiare, nota, conosciuta, come se fossi già passato da queste parti, come se fossi già vissuto qui, tra questi sassi.

Mi racconta, dolce, premurosa, sicura, del sole che si sta alzando, proprio qui, adesso, fuori dal cerchio di buio che mi sono costruito attorno, dentro al cuore.

Ecco, nell’oscurità mi pare di vedere già un riflesso di nero meno denso della tenebra vellutata che mi ha accarezzato in tutto questo tempo.

Ecco, sento la sua musica, la sua carezza.

Ecco, adesso è ormai domani.

E devo andare.

I miei passi calcheranno ancora una volta i passi che calcai mille e mille altre volte e si intrecceranno con quelli che ormai non riconosco nemmeno più.

Ma quelli interrogheranno i miei, curiosamente ansiosi, bisognosi di un indirizzo, di una direzione, di una rotta.

Sono certi di trovare nelle orme mie, antiche, l’eco di qualcosa che scalda ancora i cuori di quegli alieni.

E mi prenderanno con loro,  abbracciandomi, cingendomi le spalle, stringendomi forte.

Mi interrogheranno con gli occhi,  quasi di nascosto.

Mi chiederanno in silenzio.

Misureranno le mie impronte.

Inciamperanno nell’intreccio confuso che non saprò sciogliere.

Ma, felici di non essere soli su quella strada impervia, si rialzeranno veloci, scattanti, fieri, con lo sguardo ben fisso nel centro del cielo.

E così ce ne andremo, come fossimo vecchi compagni, e senza quasi conoscerci, menando in giro le nostre vite.

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16 pensieri riguardo “I PASSI

  1. Certo col finale addolcisci un poco la botta…io mi chiedo se tutte le generazioni , giunte alla nostra età hanno queste riflessioni. E’ il male della nostra epoca o è la famigerata mezza età?
    E’ la consapevolezza del finire e del tramonto o sono questi anni che sono peggiori di tutti gli altri?
    ciao Piero e buona domenica.

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  2. Non lo so Paolè, se tutte le generazioni quando, dal nostro punto sul giro di boa, si guardano indietro vedono lo stesso spettacolo che si vede di qua.
    Io descrivo solo quello che vedo.
    Dall’inizio alla fine.
    Credo che abbiamo avuto una fortuna incredibile, noi, della nostra generazione, quella di vivere in un tempo speciale, ricco di forze, di pensiero, di speranza, di spazio per costruire il futuro.
    Non so se oggi abbiano ancora tanto spazio, i ragazzi, i giovani di oggi.
    Ma di tutto quello, cosa rimane oggi?

    Però non penso che si possano paragonare l’oggi di ieri, quello che era il nostro tempo, e l’oggi di adesso, il presente che vivono i ragazzi di oggi.
    Loro camminano sulla loro strada, che è anche la stessa che ieri era stata la nostra.
    E hanno dentro il loro calore, la loro fiamma, il loro cuore.
    Sono loro che ci prendono e ci abbracciano per portarci ancora lontano.

    Io vado volentieri, sai Paolè, a spasso con loro.
    Magari non li capisco.
    Magari non so riconoscere i loro entusiasmi, i loro discorsi, le loro lotte.
    Ma io sto con loro.
    Loro hanno la forza della vita che li spinge.
    Noi abbiano la forza della memoria, dell’esperienza, del ricordo.
    Insieme facciamo una accoppiata, come il salnitro e le glicerina!

    Un bacione, Paolè, e sentiti viva anche tu, lasciati andare un pò 😉 🙂
    Piero

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  3. Dev’essere la regola. Il rimpianto e l’inganno. La più smodata generosità e un ventaglio di assenze da strappare dal sonno come il suono di un’orchestra all’improvviso. Una stella marina in mano e un pescatore che mi chiede: che cos’è?
    Un buco nel cuore.

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  4. Le tue immagini, Mina sono sofisticate. Ti ringrazio. Alle volte non capisco subito, ma devo leggerti e rileggerti.
    Hai ragione: una generazione è passata (più di una in verità) ed era una generazione … generosa. Un’altra è subentrata e deve essere strappata ad un sonno che sembra troppo profondo.
    Ma ci sono anche due domande da fare: come è potuto succedere che la mia generazione (o quelli di poco più grandi di me), quelli che avevano lottato per tanti ideali poi, all’improvviso, si sono venduti al padrone?
    Dovevamo fare un mondo migliore ed invece abbiamo fatto, forse, il peggiore. Ed abbiamo fallito qui, in Italia come pure nel resto del mondo, sia in quello del capitale, sia in quello contro il capitale.
    L’altra domanda è: e se la generazione di adesso fosse sveglia, attiva, e fossimo noi della vecchia a non capirli?
    Vorrebbe dire che presto il corto cicruito potrebbe produrre qualche esplosione. Se ne vedono avvisaglie, qua e là per l’Italia e l’Europa.

    Certo, oggi è precario l’equilibrio del mondo. Siamo ad una svolta della storia.
    Stanno cedendo i capisaldi delle convinzioni consolidate da ogni parte.
    Si afferma qualcosa di nuovo mentre il vecchio sta cedendo.
    Già, ma cosa?
    Se misuriamo i vincitori sulla base del successo economico, dobbiamo dire che quelli sono Cina e India e forse Brasile e chissà qualcun altro di quelli che chiamavamo Terzo Mondo. Il rovescio della medaglia sarebbe che i cosiddetti Primo e Secondo mondo sarebbero gli sconfitti.
    E quello che sta sconvolgendo l’Africa mussulmana? E’ un terremoto per l’idea che noi occidentali avevamo dell’Islam.
    Ma, anche lì, come saranno quei paesi anche solo fra pochi anni? Più aperti o più chiusi? (Aperti o chiusi, per esempio, in rapporto alla possibilità di viaggiare da quelle parti).

    Cosa è rimasto fermo nel mondo?
    Occidente, oriente, Sud e Nord si stanno muovendo a velocità inattese, impreviste, incontrollabili.
    Pare di essere agli inizi del ‘500, qualdo la scoperta del Nuovo mondo metteva in crisi tutte le certezze geografiche, economiche, storiche e religiose. Oppure, padre di essere al tempo della caduta di Roma, quando i cosiddetti barbari si infiltravano nelle file delle centurie romane, nel comando degli eserciti, fra i nobili ed i potenti, nel Senatu Populusque Romanus… per raggiungere questa forma di interrazialità dobbiamo ancora aspettare qualche anno, qui in Europa, ma negli USA ormai è così.
    E allora?
    Cosa è rimasto fermo?
    Come facciamo a capire dove portano i passi che si sono sovrapposti alle orme di quelli che un giorno furono i nostri (i miei) ?

    Non si tratta solo di nostalgia, malinconico sentimento serale o di mezza stagione (parlo dell’età, più che del clima).
    Si tratta anche dell’orgoglio di sentirsi ancora “portatori sani” di quei valori che un giorno furono innalzati sugli altari.
    Sentire come allora che il mondo può essere migliore, se solo mettessimo insieme le nostre forze, se la solidarietà, l’unione dei deboli, prendesse il posto dell’individualismo, dell’illusorio egocentrismo consumistico, ecco sentire questo, oggi come una volta, mi riempie di una forma di triste orgoglio.
    Ma, come vedi, cara Mina, non mi riempie di solitudine.

    E’ strano, ma tra i sentimenti che provo in questo periodo non c’è la solitudine.
    Declino, sconfitta, vittoria, rivincita, lotta, resistenza, ribellione…
    si, ma non c’è la solitudine.
    Anche solo raccontare – gesto comunque un pò solipsistico – significa ammettere, anche nella peggiore delle ipotesi, che c’è qualcuno che possa stare ad ascoltare.
    Questo è il significato, il valore della repubblica indipendente, per me.
    La tua presenza, quella degli altri concittadini, è la versione “virtuale” della presenza nella vita quotidiana delle poche o molte presenze che riempiono la mia vita, della mia presenza, forte o debole che sia, nella vita reale, fatta ogni giorno di scelte, di errori e di atti eroicamente normali, di rinunce e di desideri, di peccati, o colpe e di redenzioni, di cadute e di sforzi per rimettersi in piedi.
    Di questo, io penso, si vive. Quando arriva quel momento in cui, la sera, la coscienza impieatosamente ci interroga, questo solo possiamo rispondere.
    Io non so c’è qualcuno a cui la coscienza non pone quell’inquietante domanda prenotturna.
    Se c’è o è un gran fortunato, oppure è un povero derelitto.
    Non lo so.
    Io, per quel poco che conta, mi sento un uomo quando arriva quella domanda. Poi, come a scuola, a volte prendo brutti voti. A volte mi giustifico. A volte sono ben preparato e faccio un figurone…
    Poi, arriva il sonno … e mi addomento, in un attimo.
    E anche se ormai il sonno non è più quello tutto d’un pezzo di una volta, non posso dire di avere troppi pesi sullo stomaco.

    Un abbraccio,
    Piero

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  5. Carissimo Piero, se n’è andata, è andata via la paura della solitudine. Non c’è più, sparita, annullata. Non è più possibile essere soli.
    Che bei momenti.
    Sempre un po’ ufo rimango però, riemergeranno le mie stranezze ma sola no, non lo sono più e quel che più mi piace è che non lo sarò nei giorni che verranno.
    Insieme alle grandi svolte di cui tu parli, nel mio piccolo, quindi la mia piccola svolta, i miei piccoli ideali, il più piccolo, la semplicità. Non ha prezzo, forse per questo nessuno è interessato a farne una stima e a determinarne un prezzo.
    Quando si hanno ‘grandi’ ideali si deve comunque, secondo me, accompagnarli a grandi compromessi, e quì tutto va a inquadrarsi in uno schema di dare per avere e di bilance costi benefici, allora ecco, arriva sempre qualcuno che ti propone un affare. Ne discende che se si pone come valore la semplicità gli altri, come la condivisione , la solidarietà e altri ancora ne sono la logica conseguenza, non come valori da difendere, ma come naturale modo di essere al mondo.
    Ma se siamo a questo punto e il mondo non è esattamente come dovrebbe essere, è perchè nel cuore dell’uomo c’è anche altro. Importante, e davvero lo è, mi sento di dire che occorre distinguere bene dove poggiare i piedi a proposito delle orme di cui tu parli. Ma non siamo soli. Evviva!. Se riconosci poi è più facile seguire il passo e da qualche parte andremo; fiducia, ragione, cuore e qualche parte arriveremo. Intanto questa Repubblica Indipendente è un dono per me, con un primo cittadino con fantastiche scarpe …

    Un bacione,
    Mina

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  6. E’ un piacere sottile leggerti… piano piano ci trasporti tra le pieghe dei tuoi pensieri, dandoci la possibilità e l’onore di perlustrare angoli nascosti facendoci sentire ospiti d’onore. Hai un livello culturale altissimo, ma quello che lo qualifica maggiormente è la possibilità, la disponibilità d’approccio e di condivisione che tu trasmetti..e così, appassioni dal primo rigo e ti si “beve” tutto d’un fiato tanto è allettante ciò che scrivi.
    Mi sono molto familiari questi dubbi e interrogativi, queste nostalgie e rimembranze..i canti, i cortei, i fiumi colorati, gli spari, gli occhi gonfi per i lacrimogeni, i fazzoletti bagnati sulla bocca, le fughe…l’allegria, il fervore, la passione…
    Eravamo i ragazzi di allora…e adesso?
    Vivo tra i ragazzi e per lavoro e perchè mamma, li sento, li vedo, li leggo..e credo in loro, abbiamo speranza!. Fanno più fatica di noi, per noi era forse più facile, ci si ribellava, si voleva, si credeva, ci si infiammava..ma noi avevamo certezze, solide certezze e la speranza di farcela era una valida compagna. Per loro oggi è ancora più complicato..è tutto troppo fluido, si trovano sballottati in situazioni scomode quando noi abbiamo fatto di tutto per dar loro conforti e bambagie ( è una colpa grave di cui fare mea culpa)..ed è sempre più faticoso passare da situazioni facili e comode a situazioni precarie, instabili.Ma come tutti i virgulti portano in seno potenzialità ed energie nuove…e i nostri passi saranno accanto ai loro per camminare la stessa strada. In perfetta sinergia daremo e prenderemo.
    Un abbraccio di riconoscenza
    Vera

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  7. Piero buon giorno, torno a leggerti e a incantarmi, io piccola donna rimango meravigliata e stupita leggendoti, condivido in pieno ciò che scrivi. la tua visione va oltre i miei orizzonti di donna più grande e mi porta a riflettere. Un saluto affettuoso

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  8. Caro Piero, sono d’accordo con Vera! Il tuo livello culturale è altissimo … starei le ore ad ascoltarti!

    Il tuoi commenti sono sempre attenti e piacevoli, non ho da dire altro se non che tra i due la più vecchia sono io!

    leggo le tue parole, per tornare al post, le ggo con un velo di malinconia e speranza nel fututo. I giovani sono la forza del nostro paese, le loro idde, i loro pensieri, la loro determinazione. Io sono una di quelle persone che nei giovani ci crede, l’anagrafe dice che lo sono anche io, quante lotte stiamo facendo per essere ascoltati, contro quanti dobbiamo combattere per far valere i nostri studi…

    Ci serve avere il sostegno di gente come te, colta e umile.

    Un bacio grossissimo!

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  9. Cara Mina, scusa il ritardo nella risposta.
    Intanto penso che comunque si va. Finchè si vive, si va.
    Mi piace ascoltare la musica, mentre me ne torno a casa, la sera, dopo il lavoro. Ho la fortuna di poter passeggiare nel centro di Roma, fra monumenti straordinari, ellezze autentiche, che abbagliano, stordiscono, a volte, sotto un cielo che a volte toglie il respiro, in un’aria che sembra acqua cristallina… e la musica aiuta a … volare in altre dimensioni.
    Nell’MP3 ho caricato un pò di tutto; classica, jazz, etnica, popolare, rock… Gaber, De Andrè, Pink Floyd, David Bowie, Bob Dylan, John Lennon, Patty Smith, Keith Jarrett. BB King… ecceteera.Molta molta Nuova Compagnia di Canto Popolare (Napoli).
    Ma mi accorgo che molto, moltissimo è degli anni ’70, ’80.
    In quella musica c’è l’atmosfera di quel periodo, i valori, i suoni, le idee, la voglia di …lasciare le orme nella storia.
    Eravamo così, a quei tempi.
    Tutti.
    Neri e rossi.
    Giusti ed anche sbagliati.
    Io sento che le tracce, le orme le abbiamo lasciate. Almeno le mie le vedo ancora, chiaramente.
    E siamo in tanti a camminare. Eravamo in tantissimi e siamo ancora in tanti.
    Oggi è difficile capire i segni dei nuovi passi. Spesso mi sembra che ci sia silenzio intorno, deserto, vuoto e vanità.
    Ma lo so che il vecchio sono io, se non vedo quello che c’è intorno, il vecchio cieco e sordo che non sa riconoscere i segni della vita che crescono intorno rigogliosi.
    Perchè la vita va!
    Per me mio figlio è la prova sperimentale, scientifica, che il mondo va.
    Certo, è un mondo diverso da quello dei miei tempi.
    Ma la storia va a singhiozzo, a caso, non segue mica un prcesso lineare!
    E comunque io cerco di guardare, per quello che posso, attentamente. In quella direzione dove vanno loro. Che, se non guardo da quella parte, non resta altro che guardarsi indietro, povera nostalgia!
    Un abbracio, Mina.
    Piero

    P.S. La cosa bella è che la tua solitudine ti abbia lasciata; la malinconia, la paura.
    Lo so che è dura, quella solitudine. Ma secondo me si sconfigge vincendo la paura. Da soli non si sta male. Ma è difficile anche stare veramente da soli. Spesso è solo una trappola che ci tende la nostra malinconia, la sofferenza per qualche ricordo triste che non vuole passare, i conti con un passato che non si vogliono regolare.
    Senza fare in nessun modo il maestro, guardati dentro Mina. Sei una persona meravigliosa.
    Il tuo sorriso deve essere bello come il sole.
    Basta che tu lo accetti.
    E se hai deciso di accettar(ti)(lo) allora non potrai essere sola mai più.
    Poi, vengono gli altri, gli amici, l’amore, quello che desideri di più.

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  10. Carissima Vera,
    grazie per le belle aprole per me. Ma m’importa di più quello che mi dici dopo.
    … Eravamo i ragazzi di allora. E tutto quello che dici subito dopo.
    Ti abbraccerei per quanto mi sento dentro le tue parole.
    Sei con i ragazzi: dagli una carezza anche per me.
    La vita oggi sono loro, loro sono l’energia allo stato puro.
    Tu, con loro, per loro, sei la radice, come me. Perchè… apparteniano allo “ieri”. Loro sono l’ “oggi”.
    Ma loro sarebbero niente senza di te.
    Io non lavoro con i ragazzi, perchè sto in un uffico che fa altro (bilancio, procedeimenti di spesa, ecc), ma li amo come l’aria che respiriamo.
    E so, come dici tu, che … daremo e prederemo!!!
    Un bacio, Vera.
    Piero

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  11. Cara Lucia, non ho nessuna mitologia di me stesso.
    Se ti piace leggere querllo che scrivo ne sono felicissimo.
    Per me diventa una ragione per continuare, perchè sapere che “è bello” quello che si fa, è una cosa straordinaria.
    Per me è il regalo più bello.
    Ma ti prego non dirmi più “piccola donna”. Tutti siamo piccoli, ma tutti siamo grandissimi.
    Tutti abbiamo nel cuore e nella mente una grandezza straordinaria.
    Il bello dei nostri blog, cara Lucia, è che mettiamo insieme queste bellezze, tutte diverse, così valgono ancora di più.
    Un carissimo abbraccio
    Piero

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  12. Carissima Luisa,
    nelle tue parole ho letto come una specie di “taglio”, di ferita.
    Tu sei una … di quelle che per me è una giovane; nelle tue parole ti vedi già lontana da altro giovani che, quindi, io nenanche più riesco a vedere!
    Capisci la mia malinconia, allora?
    Ma, sai, in realtà non è un probrlama di età.
    Ma di vista acuta.
    Le parole con cui racconti le lotte di oggi, per il lavoro, per il futuro, sono le stesse che ha usato (implicitamente) Vera, qui sopra (la Semplice), e sono le stesse che nel racconto si sono usate una volta, un tempo, uno ieri passato fin troppo.
    Ma se le parole sono le stesse, mi viene da pensare che anche oggi, quelli che sembrano venire dopo, dovranno usare le stesse parole ed urlarle per farsi ascoltare, se nessuno vuole asoltare.
    Non sono sicuro che si riesca sempre nella lotta per farsi ascoltare.
    Ma sono certo che quella lotta è indispensabile per essere uomini liberi.
    Vincere o perdere è un concettomolto difficile da definire e cominque relativo.
    Lottare invece è molto più chiaro da capire. E la lotta è anche contro se stessi. Contro i facili compromessi, contro i silenzi troppo comodi, contro il rampantismo assatanto, ecc.
    Io lotto, se mi volete, con voi. Sennò, lotto, come posso, anche da solo (ma mai da eroe; che quelli sono sempre tutti morti!).
    In fondo questa repubblica, per quanto possa sembrare strano (a me che lo dico e anche a te che lo leggi) è un luogo di lotta!
    Un bacione, Luisa, sono felice della tua presenza (senza nessuna esagerazione).
    Piero

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