EROI

 

Niente da dire, niente da fare.

Il fronte è fermo.

Si odono esplosioni lontane. Sono colpi di cannone, sorde, dure, cupe.

Il peso dei proiettili di piombo grava sul cielo sospeso sopra di noi, vi si appoggia incombente, lo lacera, lo fa scricchiolare e gemere.

Alla fine è come un corpo ferito e dolente.

Poi, all’improvviso, il frastuono, come di mille cristalli che s’infrangono.

Sogni spezzati.

Il mio compagno è caduto, nella buca, qui.

Giace al mio fianco.

E’ la vita del fronte.

Su questo fronte, in questa trincea scavata, qui, lungo il  percorso dove un giorno correva la lunga strada dei Prati, piena di un’altra forma di vita.

I compagni cadono, uno ad uno, al mio fianco, ma io non sento più la paura.

Sono ormai rassegnato.

La solitudine gela il mio cuore, è come anestetico, non sento più il dolore.

Il sangue non scorre più, rosso, nelle mie vene, ma, gelido, è come l’acqua delle nevi che si sono sciolte lontano, un tempo, a primavera.

Ed io non sono più un ragazzo, l’innocente che era partito per conquistare un pezzo di terra, un’aiuola di futuro, un giardino di fiori, insieme ai compagni caduti al mio fianco.

Ormai sono come le foglie di ottobre, anche se è ancora settembre, sono secco e tremante.

L’ultima mia goccia di linfa resta sospesa, vuole scappare, ha udito il colpo secco del cecchino nascosto sul tetto lassù. 

Invisibile, ai miei occhi, eppure ben chiaro alla mia anima. 

Porrà fine a questa mia pena spaventosa.

Sarà finalmente il sollievo.

La dolce fine.

 

 

Non ricorderò più i dolci occhi verdi di Ninetta.

Non piangerò più col suo profumo nel naso, il suo sapore sulla bocca, la sua dolcezza nel cuore.

I suoi seni caldi non daranno più calore al mio sangue nelle gelide notti di guardia sul limitare del fronte.

Gli occhi piantati nel buio.

Lo sguardo  accecato d’orrore.

Il respiro, mozzo, spezzato dalla paura.

Il fucile che tengo stretto tra le mani l’ho accarezzato come ho accarezzato Ninetta.

Mi sembrerà d’improvviso pesante e nel fango cadrà per marcire.

E presto sarà solo ferro in pasto alla ruggine.

La pioggia cadendo righerà il mio viso, restituendo, per un attimo, agli opachi miei occhi, il liquido spledore che chiamano vita.

Le mie lacrime si saranno asciugate da tempo, a quel tempo.

I tamburi di guerra, che hanno fatto marciare veloce, una volta, il mio cuore, batteranno i miei timpani con rullo leggero e poi, senza più fare rumore, si fermeranno, immobili, nel silenzio eterno della morte, dolce compagna dei soldati disperati.

 

 

Povere ragazze, hanno perduto i loro amori nelle notti deserte abbandonate dalla speranza.

Povere madri, le hanno lacerato le carni e strappato pezzi di cuore.

Poveri padri, tronchi secchi, senza più rami nè frutti.

Povero cielo, spento.

Povere stelle, fredde.

Poveri cristi, in croce.

Non è servita l’onnipotenza di dio.

Niente da dire, niente da fare.

Il fronte è fermo, immobile, rigido, come lo stelo ancor verde che è stato appena reciso. E quell’ultima goccia di linfa che cola dove la ferita si è aperta, se ne resta lì ancora, imobile, confusa e sorpresa. Non sa più dove andare.

Eroi.

Eroi che il tempo riduce in povera cenere, in terra nera, in leggera polvere dispersa dal vento.

Eroi invitati al banchetto di morte.

Nutrimento solo per chi si nutre di morte.

Eroi, giovani e belli, perchè gli eroi son tutti giovani e belli.

Fino a quando l’ultima smorfia deforma il loro dolce sorriso  di tenero bimbo, morto col giocattolo in mano.

Mostri.

Mostri spietati.

Moastri, spietati e impietosi.

Il loro ultimo viaggio da eroi lascia da sole le spose a piangere il tempo che mai più non può ritornare.

E quel loro eterno silenzio di eroi morti sul fronte rende sorde per sempre le madri e muti i gelidi cuori dei padri.

 

 

Il fronte si è spostato.

Adesso, orribile, attraversa la città con la sua sanguinante ferita.

Niente da dire, niente da fare.

Non si sa neanche la ragione perchè ci spariamo.

Iddio ci ha voltato le spalle e non riconosciamo più il suo volto.

Forse, ora sta piangendo.

Oppure ride e si diverte di cuore.

O forse non è interessato a questa sciocchezze.

Sciocchezze !

Tutti, ormai, han ricevuto il kit con il fucile e la maschera antigas.

Lasceremo indietro i più deboli, che non sanno difendersi.

Le donne, i bambini.

Lasceremo indietro i più vecchi, gli storpi, i malati, gli zingari, gli omosessuali.

Io, che ero uno di loro, ho nascosto la mia ferita, la mia malattia, la mia pelle più scura degli altri e mi sono messo alla testa di un drappello che sembra una processione dietro a una croce.

Le nostre preghiere sono bestemmie alle orecchie del dio dell’amore.

I nostri comandamenti sono ordini al plotone d’esecuzione.

I nostri tabernacoli ed i nostri incensi sono scatole di munizioni e acre fumo di pire.

La nostra legge è la paura.

La nostra morale è la trincea.

 

 

Sono diventato cieco.

Un colpo mi ha preso alla testa.

Non sento più i colpi arrivare.

Non sento più neanche la paura e il freddo che l’accompagna.

Non sento più neanche l’autunno che si fa avanti.

E neanche il nemico che mi punta addosso il fucile.

Non sento neppure l’ordine del mio caporale.

Non mi sento più solo, nè lontano da casa.

Non ricordo più il sapore del miele che Ninetta mi diede.

Forse non ho nenanche mai avuto una casa o una ragazza fra le braccia e forse neppure mi ha mai portato un grembo materno.

Forse il mio destino è sempre stato di essere solo un’amara zolla di terra.

Forse sono sempre stato solo un’amara zolla nera di terra.

Forse per sempre sarò solo l’amara zolla nera di terra che dona i colori a questo stelo che in primavera è fiorito.

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11 commenti Aggiungi il tuo

  1. teoderica ha detto:

    Gli eroi non mi piacciono più osannati dalla letteratura fin dai tempi di Omero, perchè tutti siamo eroi perchè vivere è un atto di eroismo perchè anche chi ha tutto può soffrire di quel male subdolo che è la depressione.
    Ciao Piero.

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  2. semplice1 ha detto:

    Pierissimo..come faccio a leggere tutti gli arretrati? Faccio così: con calma..a passo di gambero, un pezzetto al giorno..
    Ma una cosa immediata la faccio: ti lascio un abbraccio grande grande! Sei fortissimo 😉

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  3. cavallino blu ha detto:

    Come la tigre difendi l’innocenza, quella vera.
    Per questo ti ho detto amico
    Possano i nostri sentieri d’erba
    fiorire
    nell’ombra
    e nel sole

    (oggi mi sento ispirata 🙂 )

    Grazie
    Mina

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  4. girasole ha detto:

    Bei testi, ispirti da altrettante bellissime opere musicali. Il terzo in particolare mi ha colpito molto. Così attuale nella sua drammaticità. anche gli altri lo sono, ma questo mi ha fatto pensare a tutte le volte che ultimamente abbiamo visto questi eroi loro malgrado, tornare avvolti nel loro e nel nostro silenzio. Ogni volta ho avuto pensieri che se li dicessi sarei accusata e messa all’indice, perchè tra la pietà naturale e giusta per degli uomini che son caduti comunque per un ideale ,condivisibile o meno, o per una necessità, spunta sempre la rabbia per delle morti spinte a diventare tali da un inganno, da una menzogna. Ragazzi svegliatevi! Gli ideali di pace e solidarietà non si difendono con una divisa e un’arma, la necessità non dev’essere un’alibi ma un motivo per ribellarsi, tutto il resto sono menzogne….
    Grazie Piero per questi scritti e grazie anche per l’omaggio a De Andrè, secondo me uno dei grandi poeti del nostro tempo.

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  5. pierperrone ha detto:

    Cara Paola, gli eroi non piacciono neanche a me.
    Sono tutti morti, sempre, altrimenti nonsarebbero potuti diventare mai degli eroi.
    Io faccio il tifo per gli eroi vivi, che, è vero, siamo noi, persone normali, che viviamo giorno per giorno, cercando di essere noi stessi, per quel poco o molto che siamo.
    La depressione un pò la conosco, è traditrice, subdola, falsa, bugiarda…
    ma forse, Paolè, si può provare ad interrogarla, e se parla di noi dipoingendoci con colori non veri, finti, inventati, abbiamo sempre la possibilità di rimproverarla e gridarle: BUGIARDA, VAI VIA !
    A volte succede che se ne vada. A volte corre a nascondersi.
    E così anche la battaglia della vita di ogni giorno diventa eroica.
    Ma, quando io parlo degli eroi, non penso a questo genere di battaglia; è troppo intima, troppo personale e, lo sai, qui, nel blog, non faccio un vero diario intimo.
    Così, gli eroi di cui parlo, sono quelli che si vedono vivere ogni giorno intorno a noi: certo che loro sono gli “eroi normali” che piacciono a me! Ed a te.

    Un abbraccio
    Piero

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  6. pierperrone ha detto:

    Carissima Vera,
    bentornata nella repubblica.
    So che la tua carovana ha raggiunto gli alti monti del Cashmir, dove le nebbie si condensano in una corona di nubi che arricchisce la chioma del re del Cielo.
    So che il tuo viaggio è stato lungo ed intenso.
    Adesso avrai ricchezze più preziose dentro di te.
    Grazie, per essere venuta a dividerle con noi.
    Un abbraccio di vero cuore.
    Piero

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  7. pierperrone ha detto:

    Grazie, amica MIna!
    Fiorire, nella metafora che mi piace qui, è dare vita a quello che abbiamo dentro.
    Non è sempre facile.
    Ma è un vero privilegio.
    Un privilegio è fare la prova a dar vita a questi mondi che ci abitano.
    Un privilegio è condividerli con qualcuno.
    Mi piacerebbe, mi sarebbe sempre piaciuto, fare una lettura ad alta voce dei testi più belli che ho trovato sui blog amici, compreso questo, magari.
    Avere di fronte qualcuno che sta con gli occhi sgranati ad ascoltare e con le sue parole pronte, sulle labbra, a saltar fuori per far comagnia a quelle che saltano dentro le orecchie…
    Intanto, che bello avere compagnia qui, una compagnia dedicata a quella parte di noi che è più nascosta, timida, esitante…
    Da qui passa uno scambio, che continua dentro le pagine degli altri concittadini , qualcosa si dà, qualcosa si prende, un libero intreccio di mondi, o di frammenti di mondi…
    Ma non è un vero privilegio tutto questo?
    Pensa, molti non sanno neanche di avere tanta ricchezza dentro!
    Sopravvivono a se stessi, ammazzano il giorno in attesa che qualcosa giunga da fuori a dare un pò di valore.
    Certo, da fuori può arrivare sempre qualcosa, molto, o poco, il bene o il male.
    Ma deve passare sempre da dentro di noi!
    E se sapessero cosa avviene lì dentro!

    Un abbraccio, Mina.
    Piero

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  8. pierperrone ha detto:

    Cara Patrizia,
    a me piace di più l’ultimo.
    E’ la voce degli eroi morti.
    Che non sanno enanche di essere eroi, nè di essere stati qualcosa, nè di essere stati vivi, nè di essere diventati morti.
    Ma è l’unico pezzo in cui c’è un pò di speranza.
    Speranza determinata dai fatti, dalla realtà, non dai sentimenti, che possono essere volubili, o cangianti.
    Anche la nera terra dà colori allo stelo che fiorisce.
    Anche se è vestita a lutto, se è la stessa Morte che mangia le carni degli eroi, o ne beve il sangue, non può, alla fine, che vomitarne il reisuo isopprimibile che è fatto di vita, vita contagiosa e prorompente.
    E forse, in questa speranza, si nasconde la sconfitta della morte.
    Vuoi vedere che l’arma vittoriosa è proprio la speranza?
    La puoi chiamare anche ottimismo, o in qualsiasi altro modo.
    Ma sempre lei resta, anche dopo che noi siamo andati via!

    Un caro abbraccio,
    Piero

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  9. cavallino blu ha detto:

    Caro Piero,
    sì, è un privilegio altissimo. Dar vita a quello che abbiamo dentro, che c’è. Ma dare una forma è difficile, perchè questi mondi sono confusi, labili, sfuggenti, si manifestano in immagini, spesso sovrapposte, si delineano particolari ed ancora il significato dell’insieme è complesso. Si sdoppiano, si ricongiungono, cambiano e ricominciano da capo. Sapresti farne una lettura ad alta voce, ne sono sicura se tu lo volessi, perchè quel che scrivi ed altro ancora merita davvero di essere ascoltato. Nell’inflessione della voce si troverebbe forse il colore perfetto dell’intenzione, il senso più vero di quel che si scrive tentando ogni volta di non mancare il bersaglio, mobile e irraggiungibile di saper ascoltare per davvero. Se lo farai, fammelo sapere, ci sarò, per ascoltare, per imparare.

    Un abbraccio a te che sempre ci sei

    Mina

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  10. mio nonno era un soldato della seconda guerra mondiale, mi raccontava sempre ( è lui la persona di ” la chiamano eternità”) delle sue battaglie sulla trincea di guerra.
    erano sempre troppo forti da sentire, e se avessi dovuto vederle.. ma!

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  11. pierperrone ha detto:

    Cara Luisa, a me lestorie di guerra le racconta(va) mia madre, quando ero piccolo. Mi ricordo la sua voce, sa(peva) raccontare bene; anche al paese dove sono nato, vicino Lecce, i paesani, i prenti di mio padre, raccontavano nel loro dialetto così stretto e dentale, le storie di guerra. Un fratello di mio padre (mio papà era carabiniere) durante la II guerra era rimasto prigioniero in Grecia, mi pare, e poi s’era fatto a piedi da lì fino a casa sua, laggiù a S. Donato… chissà il mare come laveva attraversato? Ero piccolo, non mi ricordo più i particolari… come mi piacerebbe sentirle un’altra volta quelle storie…
    Ogni tanto la interrogo apposta, mia madre, la sua storia è una storia di amore come è difficile, oggi trovarne. La sua famiglia doveva emigrare in America, alla metà degli anni ’50, dopo la guerra, per trovare il benessere, chissà, inseguire il sogno, l’illusione … e lei se n’è rimasta a casa di una zia, a Napoli, da una sorella del padre, mentre tutti i suoi, cinque o sei fra fratelli e sorelle, la mamma, il padre … perchè era innamorata del carabiniere, che non si poteva sposare prima dei 28 anni!….
    Che storie, che storie…
    E cosa sono le mie, al confronto? Invenzioni. In parte.

    Ma questa qui non vuole essere il racconto di una guerra. Anche la metafora di questo presente che ci assomiglia molto…

    Un bacione, Luisa. Grazie per la tua passeggiata nella repubblica.
    Ti voglio molto molto bene (nel senso migliore della parola).
    Piero

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