LA REPLICA

http://it.wikipedia.org/wiki/King_Kong_%28film_1933%29
KING KONG - diretto da Merian C. Cooper, Ernest B. Schoedsack.

 

Si sporse dal bordo del crocifisso al quale era stato appeso, gorsso, pesante, una massa arruffata coperta di irto pelo nero.

Lo avevano raccolto dal marciapiede e lo vevano innalzato lassù, issato su quei legni per portarlo in giro per la città.

C’era stato spavento, quella notte, sul palco del teatro dove  quella meravigliosa creatura selvatica,  al tempo stesso affascinante e disturbante, era stata esposta, chiusa in una luccicante teca di cristallo, come una lubrica reliquia della natura.

C’era stato scompiglio in città, quando la creatura era fuggita da quella specie di gabbia dorata.

Aveva seminato il panico per le strade buie e gelide.

Aveva terrorizzato la gente insignificante che camminava per le vie notturne di New York avvolte dalla nebbia umida nella quale si nascondono le nullità senza nome che si chiamano passanti .

Era dovuta intervenite la polizia e poi, l’aviazione leggera della marina, per annientare quella belva sfuggita ad ogni controllo che si nascondeva bene in quel buio e che giocava a rimpiattino con gli inseguitori, saltando sui cavi elettrici come una scimmia della jungla e arrampicandosi sui cornicioni dei grattacieli come un funambolo impazzito.

C’era stato, una volta, uno così, un funambolo, Philippe Petit, che aveva camminato appeso ad un filo tra le guglie di due grattacieli. ma quello era stato uno spettacolo molto apprezzato.

C’erano stati anche gli operai, prima di lui, prima di quel Petit, che avevano coamminato, quasi volato, si direbbe, sulle travi metalliche che, a migliaia, a chilometri, rinforzavano d’acciaio quei grattacieli.

Ma nessuno scimmione vero.

Furioso, per di più, affamato, terrorizzato …

La ferocia delle belve non si contiene in nessuna misura.

Neanche quella dello scimmione, che aveva scaraventato nel vuoto molti curiosi inermi abitanti dei loft di quei grattacieli erti come le ossa di scheletri rivolti al cielo.

Ma neanche i tiratori scelti, piazzati sulle piattaforme degli elicotteri avevano scherzato, quanto a ferocia.

Nessuna pietà.

Efficienza americana.

Il corpo dello scimmione era crollato cinquecento piedi più in basso, alla fine della movimentata serata, concludendo così quella sanguinosa sparatoria, sanguinaria più che sanguinosa nel senso più vero della parola, chiudendo così lo spettacolo, lo show.

E il business.

Era precipitato nel buio, inghiottito dalle tenebre.

Ma alla fine il tonfo sordo del corpo sul marciapiede aveva chiuso la caccia.

 

Lo avevano issato su due legni incrociati per portarlo in giro per la città.

Come un pesante trofeo di pelo nero.

Il trofeo di caccia di un’intera città.

Lo mostravano agli angoli delle strade, si fermavano, urlavano, cantavano battevano.

Esitavano e facevano tremare le carni ormai ramollite del corpo del bestione selvaggio che giaceva immobile in cima a quella croce di legno.

Era una croce rimediata alla bell’e meglio, che impietosamente mostrava le ferite del tempo che avevano scalfito e corrotto la vernice marrone che aveva adornato, una volta, quelle belle assi diritte.

Portavano la bestia come in una lunga processione.

Forse lo facevano per riprendersi dallo spavento, o forse per riaversi dalla fatica, oppure per riaversi dalla meraviglia di qualcosa che non avevano mai visto prima di allora.

C’erano i soldati, i poliziotti, i vigili, i piloti, i puntatori, i mitraglieri, i radiotelegrafisti, i radaristi, gli elettricisti, gli addetti alla fotografia, gli addetti alle luci,  gli addetti alle riprese, il regista dello spattacolo, l’impresario, il padrone del teatro, il pubblico che aveva pagato ed anche quello che aveva pagato le tasse, che sono sempre una cosa seria.

Erano un’immensa processione.

Migliaia, forse milioni di persone stipate in una folla senza personalità, senza identità, senza mestieri nè professioni, senza razze, nè religione, nè colori della pelle, nè dialetti, senza nomi e, quindi, senza memoria.

Senza memoria e, quindi, senza senso, senza significato, senza destino, senza tempo, senza passato, senza futuro e, quindi, anche senza presente.

Maschere, ombre, fantasmi, apparenze, miraggi, inganni, trucchi, imbrogli, fallimenti, disperazioni…

Urlavano la propria gioia, dietro a quella croce, felici di essere tornati ad essere qualcosa, per una sera, in una notte senza inizio e senza fine, che, alla fine, era una notte che esisteva solo perchè quello stupido scimmione aveva deciso di scappare e seminare il panico nella scintillante New York del 2917.

 

Lo avevano inchiodato ai legni con quattro chiodi di ferro arrugginito.

Quei pesanti chiodi che si usavano una volta per inchiodare le traversine di legno ai lucidi binari d’acciaio che, come vene irrorate dalla circolazione del vapore che la pressione delle caldaie rendeva rosso come sangue, attraversavano le immense praterie degli Stati Uniti.

E, da lì, dalla terra dei nativi pellerossa, rossi anch’essi come il sangue che li riscaldava, quelle vene d’acciaio lucente, alimentate dall’immensa forza meccanica del vapore, per qualche miracolo della tecnica, scavalcavano montagne ed oceani, fiumi, mari, foreste primordiali e deserti, congiungendo con quel sistema nervoso animato dal vapore sanguigno delle locomotive i quattro angoli del pianeta.

Avevano usato chiodi arrigginiti.

In sfregio a quelle carni selvagge.

Carni meno carni delle carni di un uomo.

Carni di minor valore, chissà.

Vai a sapere cosa è passato nella mente di quella folla inferocita, selvaggia, istintiva, primordiale, in preda alla paura ed al panico.

Quei chiodi avevvano ferito, lacerato, strappato, spezzato, sbriciolato, frantumato …

… come zanne di belve feroci !

Come voraci bestie assetate di sangue, le punte d’acciaio arroventato delle pallottole avevano bucato, penetrato, bruciato, consumato …

… e posto fine allo strazio solo quando s’era spento l’ultimo respiro dell’animale colpito a morte.

La processione si era stancata presto, a dire il vero, di girare senza meta nella gelida notte schiaffeggiata da un vento tagliente che pareva le vendetta della natura ferita ed offesa.

Dopo quattro o cinque isolati, avevano deposto la croce ai piedi di un tempio, o forse era un centro commerciale, non si sa bene, tanto le insegne erano spente, era di notte, notte fonda, ormai.

L’avevano abbandonata lì, davanti ad una  saracinesca di lamiera arrugginita che se ne stava irrimediabilmente sigillata, disumanamente chiusa, spaventosamente muta come una bocca che vuole trattenere l’orrore di quello che ha visto e di cui si vergogna e che teme e che vorrebbe cancellare.

L’avevano buttata via come uno straccio sporco, come un vecchio costume di scena che non serve più, come un grosso sacco d’immondizia pieno di rifiuti, sazio dei resti immondi ed impresentabili del feroce pasto metropolitano della belva umana.

Ossa, carne, sangue, cuore, pelle…

Come una vecchia pelliccia.

Peggio ancora che come una vecchia pelliccia.

… giacevano ormai lì, nel gelo della notte.

Nel nero gelo della morte.

 

Erano  andati tutti via.

Una folla di corpi senza volti, senza storie, senza vite.

Rami legnosi pieni di spine, che sembravano appartenere al genere umano.

Rosee forme rotonde che sembravano disegnare quelle curve del piacere che le femmine dispensano volentieri agli occhi golosi di quei vuoti tronchi ansimanti.

Si erano dispersi uno per volta, ma tutti in fretta.

Come i colpevoli di un omicidio di massa.

Tutti assassini.

Tutti partecipanti ad un’orgia di morte che si dileguano simulando un’indifferenza che è parente stretta di quella stessa morte con la quale hanno appena finito di banchettare, innalzando al cielo brindisi rumorosi ed invocazioni augurali.

Le mani sprofondate nelle tasche, i cappelli calati sugli occhi.

Le femmine mostrando seni prosperosi e cosce abbondanti malcelate sotto abiti che ancora fremevano per il piacere della morte vista e scampata.

Gli uomini secchi come stecchi, con una smorfia sotto gli occhi che sembrava confessare la paura della morte mille volte scampata e mille volte agguantata, nelle mille e mille battaglie combattute sotto le bandiere tinte da tutti gli inutili dolorosi colori delle patrie nazionali oppure dietro le croci e le icone grondanti di sangue di cui si fregiano tutte le religioni del mondo.

Andavano cercando un angolo all’ombra, nel nero dell’ombra più nero della notte senza ombre, senza luna e senza stelle.

Evitavano le poche fioche luci che precipitavano sulla strada dalle isolate finestre  che, come orbite ferite sulle piatte pareti dei grattacieli curvi di vergogna su quell’orrido spettacolo malinconico, ancora sanguinavano qualche goccia di bagliore nella notte densa e pesante.

Il silenzio pesava.

Come una lastra di alabastro, tetro e nero.

Funebre monumento a quello che non è mai potuto essere.

 

In quell’involontaria solitudine, la croce se ne stava immobile a sostenere il peso insostenibile di quell’immobile corpo non suo.

Un corpo ferito, menomato, offeso, svergognato.

E un  corpo ferito, menomato, offeso e svergognato, anche se  fosse solo il corpo ferito, menomato, offeso e svergognto di una bestia selvaggia, nata una lontana foresta pluviale e morta in una morta città contemporanea, resterebbe sempre e solo un’irredimibile offesa, un’inguaribile ferita, un’irrimediabile menomazione, una disonorevole vergogna.

Un’offesa, una ferita, una menomazione, una vergogna che restano per sempre, come una piaga incurabile della coscienza, perchè il dolore lascia per sempre una piaga incurabile, come la lebbra.

In quella sua solitudine solitaria, in quel nero sempre più nero, in quel gelo ancora più gelido, in quella notte che diventava ad ogni minuto che passava sempre più notte, il corpo sulla croce stava immobile, e sembrava essere un corpo fuori dalla dimensione del tempo.

 

Poi, all’improvviso si scosse, con uno scatto.

Tremò.

La vita, sul punto di lasciare la scena col suo ultimo saluto, sembrò tentennare, ebbe un singulto, un impercettibile fremito.

Sembrava perplessa.

Poi si decise.

Ad un tratto si mosse, quella gran massa, come avesse preso, finalmente, la sua decisione finale.

Si sollevò, il busto pesante dell’animale peloso.

Si sporse dal bordo del crocifisso su cui era stato appeso.

Guardò davanti, nel buio, con gli occhi rossi, luminosi come fanali.

Forse piangevano.

Non sono sicuro.

Forse era solo emozione.

Forse paura.

Si alzò, lo sguardo, verso l’alto, verso il cielo senza luna e senza stelle.

I fari rossi piantati in quel grosso corpo peloso spararono i loro raggi oltre il buio, oltre la coltre di nebbia mischiata al nero della notte, oltre la luna che si era andata a nascondere, oltre le stelle che erano fuggite lontano …

Arrivarono, quei raggi, al cuore di dio, all’anima del dio di quel pianeta senza pietà.

E lo interrogarono.

Gli chiesero il conto e la ragione di quanto era successo.

Io non so se quello rispose.

Non so se disse qualsosa e se quel qualcosa fu davvero convincente.

Io so solo che quello spettacolo continua a replicarsi ogni sera, puntuale, alla stessa ora, su tutti i palcoscenici del mondo.

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9 Replies to “LA REPLICA”

  1. Questa volta voglio farti i complimenti per l’ immagine scelta, appropriata e calzante , spiega meglio delle tue forti parole, la scelta dell’ immagine non è cosa da poco…ma attenzione presuppone sempre la sconfitta nonostante il coraggio.
    Chapeau

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  2. Sì, l’ho visto quel film. Se non ricordo male un bambino piccolissimo si sporse dalla finestra per guardare la strada buia e vide il gorilla ma era così buio che non si accorse di quanto fosse sofferente e inchiodato. Associò subito il pensiero gorilla-banana, era molto piccolo, corse subito a prenderne una in cucina e la calò con un filo sottile al suo nuovo amico peloso, e rideva. Lo scimmione ferito a morte la prese lacerando con un ultimo sforzo le ferite dei chiodi. Non sarebbe mai riuscito da solo ad aggiungere dolore a dolore se non per quel gesto, quel bambino non si può deludere, pensò, e poi non aveva neanche fame. Però alla fine salutò con un profondo inchino il bimbo che applaudiva e rideva, e si dileguò nella notte.

    ciao
    Daniela (ex xirol)

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  3. Cara Paoletta,
    grazie; l’immagine rende benissimo, mi dici, e mi fa piacere.
    La storia che volevo scrivere davvero era un pò diversa.
    Volevo descrivere quello che passava nella testa di Kong quando stava sulla cima del grattacielo e si guardava intorno… Ma questa è un’altra storia…
    Mi sono fatto prendere la mano dal “nulla” descrittivo delle strade e della folla che sempre nulla resta.
    Ma chissà, potrei anche continuare il racconto…
    Una buona domenica.
    Piero

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  4. Xirol – Daniela,
    vedo che a fantasia vai forte.
    La storia del bimbo e dello scimmione è breve ma piena di imprevedibili risvolti.
    Come vedi puoi “osare” anche tu!

    A presto,

    Piero

    P.S.
    Daniela è un bel nome, ma lo hai solo scelto in mezzo a tanti, se ho capito bene.
    Avrebbe ben potuto essere anche un altro!
    C’è poco di personale, se è come ho intuito (ma posso anche sbagliarmi di grosso), non mi parla di te, del tuo essere, del tuo spirito.
    Non hai qualcosa di più tuo da darmi? Io pretendo un pò.

    Intanto, nell’attesa, ho deciso che ti chiamerò da ora in poi Mina, da Xirol – Xirolamina – Mina.
    Che ne dici?
    Un abbraccio.

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  5. Dico solo che mi piacerebbe saper scrivere in prosa con la medesima forza, con la stessa capacità di coinvolgere ed emozionare. Questo racconto si fa amare per i mille rivoli in cui fa scorrere riflessioni e pensieri.
    Ma la cosa che mi piace di più è la descrizione delle persone, della loro vita, del loro essere: tanto precisa e tagliente quanto ahimè reale.
    Colgo una nota di pessimismo nel finale, ma non è, secondo me, un limite, ma una consapevolezza che forse involontariamente emerge.
    Grazie
    Ciao e buona domenica

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  6. Grazie Piero per le tue parole! E’ un periodo pieno di cambiamenti per me, non è detto che… ma stiamo a vedere come evolvono le cose.

    E’ magnifico il nome che hai scelto per me! Non mi aspettavo tanto, le sorprese quì non mancano mai…una Mina…vagante! Molto adeguato direi! Ma nessun problema, ho una miccia lunga lunga ci potresti fare il giro intero della terra e ne avanzerebbe ancora per una settimana. Grazie mille!
    Anche la confezione non è niente male, niente male davvero, la conservo con cura.

    Ricambio l’abbraccio, a presto

    Mina

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  7. Cara Patrizia,
    grazie del tuo bellissimo commento. Sei entrata… nel merito del racconto e ti è piaciuto.
    Mi fa davvero piacere; sai che poi, alla fine, è un’ottima ragione, il piacere della lettura, per provare a continuare a scrivere.
    Raccontare è un modo per capire quello che si ha dentro, io lo sento così, ed è importante, è un modo di essere vivi. Non lo dico in senso assoluto: esser vivi è cosa ben più… viva e profonda e vasta ecc. ecc..
    Ma scrivere è un modo – uno dei mille e mille modi di cui siamo dotati – di dare/avere la vita (affermazione impegnativa, lo ammetto, per i suoi risvolti di secondo e terzo piano, ma va bene, non la ritratto!).

    Il pessimismo: non posso che raccontare quello che ho sotto gli occhi, quello che è vero, almeno per me, quello che mi urge sottolineare, mostrare, evidenziare.
    Per quale scopo? Perchè cambi? Cambi il mondo? Cambi a seguito del mio scrivere?
    No, cara patrizia, sarei un pazzo allucinato e sconclusionato, oltre che ingenuo e anche presuntuosamente stolto.
    Quindi, lo scopo qual’è?
    Torno al “dare/avre la vita”, bella e brutta insieme: è così com’è e non potrebbe essere altrimenti, ti pare? ed io quella cosa lì “consapevolizzo” raccontando.

    (Se non sono stato noioso stavolta, non so quando mi capiterà un’altra volta!!!)

    Un abbraccio,
    Piero

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  8. Ciao, Mina… vagante.
    Benvenuta tra noi!
    Concittadina anche tu, allora.

    Mi fa piacere continuare ad avere qui la tua comagnia: resta aperto l’invito a condividere uno spazio con te; anzi lo allargo – l’invito e lo spazio – a tutti i concittadini.
    Potremmo fare una pagina ad hoc del blog!

    Dai, stasera, se mi riesce, lanciamo pubblicamente l’idea, con un post apposito!!!!!

    A presto

    Piero

    PS: Nel tuo commento parli di “confezione”: ??

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