IL VECCHIO

LASCAUX

Raccolti intorno al fuoco, la sera, torniamo per stare tutti insieme.

Lo splendore dell’oro ha appena finito di brillare nel cielo e va a riposarsi dietro la riva del fiume, fra le braccia possenti dei verdi giganti che, là, dietro, si bagnano i piedi nella ripida corrente che fugge.

E’ bello tornre, quando è giunto alla fine il grande giro che ci porta lontano nella foresta, o lungo la sponda bassa e sabbiosa, o fra i sassi che salgono irti verso l’azzurro mantello che gli dei tengono sospeso sopra di noi per restare nascosti ai nostri sguardi empi e curiosi.

Non siamo in tanti, la sera.

Ci contiamo tre volte sulle dita di una mano.

A volte, quando tutti del gruppo riusciamo a trovare di nuovo l’accampamento, quando finiscono i grandi pericoli delle cacce, quando la fatica di raccogliere radici e frutti è stata davvero proficua e tutti possiamo dire: “adesso possiamo tornare”, ecco, allora, in quelle grandi occasioni che festeggiamo intorno al mostro ardente che danza tutta la notte all’imbocco della grande casa buia e sicura, la grande caverna che rubata alla feroce bestia ringhiante e pelosa dalle lunghe zanne e le unghie affilate, ecco, allora, in occasioni così fortunate, tutto il gruppo si conta sei volte con le dita di una mano. O tre volte, quando il vecchio saggio decide di usare le dita di tutte e due le mani. O due volte intere, se usa tutte le estremità, che ugualmente chiamiamo dita, ma sono le estremità delle mani e quelle dei piedi, ma allora deve ancora aggiungere le dita delle due mani, oppure, come vuole, quelle dei piede. Ma di solito sceglie le mani. E’ più saggio così.

Seduti accanto al mostro danzante, che sparge un intenso calore tutto d’intorno ed una rassicurante luce che scaccia le belve notturne e riempie di uno strano miele gioioso gli occhi ed il cuore, tutti, insieme, coi gesti stanchi e convulsi, commentiamo la fatica di vivere.

Sono tanti i i rischi a cui siamo scampati, di giorno, noi cacciatori.

E sono stanche anche  le schiene e le braccia di quelli che hanno  raccolto i frutti che crescono sulla cima degli alberi e le bacche dai radi cespugli o le radici, nascoste sotto dure dita nere di terra.

Ed è bello quando stiamo raccolti nel magico cerchio che brilla nella notte, mentre il buio in cui il mondo sprofonda si popola di creature spaventose e spiriti maligni affamati e spietati.

Siamo partiti in tanti, al mattino, alle prime luci del giorno, e siamo tornati tutti.

Ed ora è come se tutti fossimo una cosa soltanto.

Quando invece qualcuno racconta che uno di noi non ce l’ha fatta a tornare, allora scende la notte, il buio, un muto dolore che non ha ancora un nome preciso.

Il buio, la notte, quel sordo dolore scendono anche sopra quel mostro danzante che inonda di luce l’imbocco della caverna, e lo imprigionano, e lo legano, e gli impediscono di irradiare lontano il suo magico cerchio danzante.

Capitano spesso notti così.

Ci andiamo a nascondere nel cuore della grande caverna.

Lì, sotto le forme che lo sciamàno ha legato alla roccia stiamo con gli occhi pieni di rabbia e una disperata impotenza e facciiamo uscire dalle bocche quei lunghi lamenti che abbiamo imparato a lanciare verso la volta di pietra.

E quellarisponde.

E incomincia a tuonare.

Poi, così, per magia, prendono vita quelle esili forme di bestie,  animali, i nostri stessi compagni che ci hanno lasciato.

E il “per sempre” che mette la paura nei cuori, non è più un per sempre.

Conosce la buona magia, il saggio sciamàno che da lontano giunse una notte per restare con noi.

Il lamento delle nostre gole allora si trasforma in suoni più dolci, si alza per ore e la caverna tutta se ne riempie, fin quasi a scoppiare.

I nostri poveri cuccioli ci guardano con gli occhi sgranati e le femmine si rinquattano a proteggersi dietro un anfratto.

Non comprendono. Hanno paura.

E le forme prendono vita, lassù.

Cominciavano a muoversi, come le mandrie nelle pianure lontane.

La polvere che alzano i nostri piedi che battevano il suolo è fitta, nella caverna, come quella che gli zoccoli alzano nelle immense piane bruciate dall’astro dorato che arde al centro dell’azzurro manto che copre la dimora degli dei potenti.

I cacciatori vanno dietro a quelle mandrie come se fossero ancora tra gli alberi e dento di loro la caverna si espande infinita e le nere pareti di fredda roccia rugosa diventano sempre più verdi e poi ocra e, poi ancora, alla fine rosse di argilla.

Le linee che hanno una forma, tracciate sulla volta sopra di noi, tracciate con il legno bruciato dall’anziano sciamano del gruppo, prendono vita.

E i nostri compagni perduti, per magia, o incantesimo, o per l’immenso potere di quello sciamano, ritornano a stare con noi edanno vita a quelle linee ancora un pò incerte che danzano in alto, lassù.

Quando il gruppo è al completo, quando la caccia è finita, quando la carne profuma accanto al mostro danzante, quando il raccolto è messo al sicuro in fondo, nel buio, della caverna, è allora che ci sentiamo davvero più forti.

Non ci sono più i lamenti a spezzare il silenzio e le urla a rabbiuare il cerchio di luce del mostro rovente.

Le voci si alzano fino coprire le urla delle belve feroci ed i rumori che arrivano dal profondo della foresta.

La notte s’avanza a piccoli passi, mentre ce ne stiamo raccolti a contare le prede e ammirare i frutti raccolti.

Qualcuno addita il frutto dello scampato pericolo disegnando sul volto le espressioni dello spavento patito e della lotta accanita.

E poi, infine, della vittoria.

Il vecchio, il più saggio, sta al centro e attento ascolta e ci guarda.

Beve le storie di ognuno.

Assorbe la paura e la rabbia, il terrore e l’orgoglio.

E’ come una spugna.

Dentro di lui si raccoglono le forze di tutti.

Diventano il suo unico magico potere.

E tutti gli elementi della natura si piegano al volere di quel vecchio scheletrico, diventato potente come il monte che vomita fuoco, lontano, laggiù, dove la pianura finisce e si innalzano le nere nebbie rilasciate dal cuore della terra che arde profondo.

Il vecchio conosce le storie che i nostri compagni da molte generazioni raccontano, qui, sulla bocca della caverna, nelle notti in cui il mostro che arde e illumina il buio se ne sta buono e riscalda il gruppo completo, riunito, finalmente in pace col mondo.

Il vecchio conosce storie che fanno paura e ci fa i segni di compagni spariti e di belve divorate dai mostri.

Lui ha imparato a conoscere anche i segni che danno ordini al mondo.

In suo potere, ormai, stanno anche le forze del fiume che spinge i tronchi pesanti e travolge ogni cosa che si oppone al suo prepotente volere.

Sa come si comandano i rimbombi del cielo e le saette scagliate dalle creature che abitano sopra la volta d’azzurro sospesa sul giorno.

Sa come sono nate quelle creature, dall’amore di un tuono che si è unito, nell’ombra del bosco fragrante di fiori, all’acqua della nuda polla che sgorga lontano, all’inizio del commino del mondo.

Tutto sa, il vecchio.

Finchè la notte lo prende…

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16 pensieri riguardo “IL VECCHIO

  1. Un racconto molto suggestivo, davvero…In fondo la vita dell’uomo non è cambiata di molto: i sentimenti sono sempre quelli: fatica, paura, gioia, sogno, speranza, lotta,..Forse ciò che abbiamo perso, rispetto ad allora è il senso di condivisione e di appartenenza e anche una certa forma d’ingenuità che ci rendeva…più umani.
    Bella la figura dello sciamano…
    Ciao e buona domenica

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  2. Ciao, Paolè.
    Certo che il verde della giovane età è il colore migliore.
    Ma mi devo attrezzare, il mio tempo passa e mi piace stare a guardare cosa mi succede attorno. E forse, alla fine, non è quello il male peggiore.
    Una buona domenica,
    Piero

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  3. Si, i sentimenti dell’uomo non cambiano molto col passare degli anni, cara Patrizia.
    Erano gli stessi anche a Lascaux, nel buio della caverna.
    Qualcosa certo, col tempo, si trasforma, lo sciamano nel mago, il mago nel sacerdote, il sacerdote nel prete, il prete nel filosofo, il filosofo nello scienziato…
    Ma tutti restano uomini.
    E non si sono allontanati poi tanto dall’imbocco dell’antica caverna!
    Ciao anche a te.
    Buona domenica
    Piero

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  4. Quanta bellezza riesci a trasmettere Piero..con una splendida metafora della grotta, del fuoco, del raccontare..smatassi quel gomitolo che centimetro per centrimetro unisce il destino degli uomini, le loro fatiche..il senso della vita: ieri come oggi come domani.
    Lo sciamano l’ho “accarezzato” in particolar modo…mi ha riportato agli anni della mia infanzia..mi sono rivista in cucina, non in una caverna, tutta la famiglia intorno alla “conca” (braciere) non era un falò..intorno non odor di cervo arrostito ma di castagne a rosolar..lo sciamano..mio padre i suoi racconti, i suo ascoltare noi..
    Un abbraccio e un grazie di cuore 😉
    Vera

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  5. Cara Lucia, mi dispiace di avere anticipato i tuoi propositi, ma vai avanti tranquillamente.
    Sarà sicuramente un bene aggiungere in qualche modo le tue cose a queste qua sopra.
    Il tuo pensiero lo leggerò con molto piacere sulla tua pagina.
    A maggior ragione se lascerai altri commenti qui.
    Ti aspetto (di qui o di là, è lo stesso).
    Piero

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  6. Cara Vera, grazie davvero per i tuoi ricordi e per il tuo racconto personale.
    Dici che questo post è una metafora e sicuramente hai ragione, è così.
    Non una metafora razionale, precisa, precisamente decodificabile in un senso.
    Ma è la condizione dell’uomo, che vive di “antico” e di “moderno”, di “istinto” e di “ragione”, di “fatica” e di “contemplazione”, di “magia” e di “tecnica”, di “sentimento” e di “lucidità”…
    Si vive sempre sulla bocca di una caverna.
    Il cielo stesso è la volta di un’immensa cavità nella quale l’universo è immerso e l’uomo se ne sta lì, sulla soglia a contemplare… a volte lancia un sasso in quella direzione, dimostrando che il desiderio di esplorare, la meraviglia di scoprire sono davvero connaturati a questa strana creatura che vive con la testa piantata in quella volta (citazione da Aristotele, ques’ultima immagine).
    Alle volte l’uomo lancia i suoi dardi in quella direzione e si accorge che le strane linee che sono disegnate lassù si animano a comando di qualche saggio sciamano.
    E si, lo sciamano è un personaggio complesso.
    E’ quello di complesso che è insito nell’animo umano, che non può essere ridotto ad unimmagine semplificata (nè in senso materialista, nè in quello contrario) che non gli rende giustizia.
    Il complesso, la varietà, le sfumature sono la ricchezza dell’uomo.
    La semplificazione è una fuga, una finzione, una caricatura.
    Ad ognuno piacerebbe possedere un tesoro, di qualsiasi natura, no?
    E se quel tesoro fosse composto di tanti elementi differenti, anzichè di uno solo, avrebbe più valore, no?

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  7. Piero, compito davvero impegnativo quello di invecchiare e lo è a maggior ragione in una società come la nostra, annichilita dalla paura della morte. So che occorre essere forti, ancor più che intelligenti e sensibili e abbiamo bisogno che i nostri vecchi ci rassicurino un po’, perché è proprio da loro che ci aspettiamo il messaggio più importante. In questo racconto, la grotta è un luogo sicuro dove si vincono le paure e gli affanni quotidiani, mi piacerebbe rifugiarmi lì e condividere con tutti i mille problemi e ascoltare il vecchio sciamano che conforta e consiglia. Mi complimento, sei davvero bravo!!
    ________________________________________

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  8. Cara Lucia, a me piace raccontare.
    In fondo è questo lo spirito di questo post.
    Raccontare io lo sento come un atto d’amore, no, d’affetto (è più esatto) per chi ascolta, o legge, in questo caso.
    Ma è, in fondo, con questo atto d’affetto che si cresce, si diventa grandi, si diventa uomini, e poi Uomo, e poi ancora Homo Faber, e cnaora avanti Homo oeconomicus…
    Ma tutto nasce da qui, da questa frase: “Circulus fecit doctores”.
    Ma chi racconta non ha l’obiettivo di fare niente di importante, vuole solo manifestare il suo affetto, o forse ancora meno, solo sfogare la propria voglia di raccontare, come un attore, un romanziere, un musicista, un poeta… vogliono solo dare sfogo alla propria anima.

    Tutto il resto è giusto, è come dici tu: kla caverna è il luogo sicuro, il rifugio, la tana. Hai letto il racconto di Kafka “La tana” ? Straordinario. Lui era davvero eccezionale. Ho letto molte cose sue. Non c’entrano granchè con il mio blog, almeno niente con i miei post “creativi”. Ma il senso di protezione – che è, specularmente, il senso di ansia, di paura, di incertezza o precarietà – lì è descritto in tutti i dettagli, in un racconto metafora della vita che solo un Immortale può lasciare agli uomini.
    Il mio sciamano è un vecchio all’alba dei tempi.
    Un pò mago, un pò saggio, un pò scienziato.
    Un uomo evoluto?
    E gli altri?
    Uomini come noi, mica tanto diversi: si muore ancora oggi di fatica, di lavoro, di alienazione.
    Ma se ci si ritrova, come capita anche qui, nei nostri blog che si stanno in qualche modo legando, se ci si ritrova intorno al fuoco, la sera, e si ha il piacere di raccontare, ecco, si forma il Circulus, e si fanno i doctores….
    Un caro saluto e un grande grazie, cara Lucia.
    Piero

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  9. Carissima Luisa, è sempre un piacere poterti dire grazie del tuo saluto.
    Non si tratta qui di scrivere saggi. Io non ne sono capace e comunque non è questo il mio scopo.
    Ho voglia di raccontare. Come dicevo a Lucia, prima. In questi giorni ho poco tempo, sto addomesticando il ginocchio, la sera, e finisco, fra una cosa e l’altra troppo tardi. Ma così è quasi meglio, qualcosa matura, dentro di me. C’è meno … spreco, meno inflazione.
    Se cresce il desiderio di raccontare vuol dire che ho ancora qualcosa da dire: la vera difficoltà è questa, avere qualcosa da dire. Il vuoto è sempre in agguato. E quello si può nascondere anche dentro le parole vane, inutili, fredde, senza sentimento.
    Se è per questo, qualche volta, anche da te, ho sentito, ho letto, nelle tue poesie, la voglia sincera di dire, di raccontare. E te l’ho anche detto, forse usando parole imprecise, sbagliate, troppo … grasse… Ma ero davvero sincero.
    Un caro saluto, adesso.
    Piero

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  10. Vivere è trascorrere i propri
    affanni dentro una “caverna ”
    riscaldati di tanto in tanto da scintille
    di gioia.

    Un caro saluto
    Mistral

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  11. Cara Mistral, la gioia è la magia che si manifesta in forma di scintille.
    Si vive per quello.
    Anche.
    E forse si vive per essere noi stessi, che già capire cosa siamo non è cosa facile.
    Essere se stessi è come correre sul bordo di un’onda in perenne movimento, come sulla tavola di un surf, ma senza una tavola a cui tenersi appoggiati e senza altro albero cui avvinghiarsi che quella esile figura che è la nostra apparenza.
    Ma cosa ci resta altro, nella vita?
    Le scintille fugaci bastano appena a riscaldare qualche benvenuto attimo di gioia. Ma poi?
    Possiamo vivere di rimpianti per quel poco che avemmo?
    Possiamo vivere alienati nell’attesa di qualche scintilla che cada imprevista da qualche angolo recondito di uno sperduto universo di periferia?
    Possiamo vivere dell’illusione, del sogno, dell’alibi continuo di quello che vorremmo, che aspettiamo, che ci spetterebbe?
    Vita vuota, una vita così.
    Ma ognuno vive comunque come vuole.

    Un caro saluto, cara Mistral

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  12. Piero un saluto, ho letto la tua risposta sei davvero grande, il tuo circulus, queste parole latine mi affascinano, ci sono un po’ dentro, mi conforta e mi gratifica.Io non ho le tue capacità e conoscenze sono piccolissima, ma determinata e voglio crescere insieme ai miei amici. Un saluto affettuoso e auguri per il ginocchio…

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