IL DETECTIVE

Kitagawa Utamaro - "Okita"

Kitagawa Utamaro – “Okita”

Kitagawa Utamaro – “Okita”

Lo specchio mi guarda,

intenso.

Lo sguardo indagatore 

mi mette a nudo.

M’osserva.

E’ chiaramente interessato.

Affonda i suoi occhi

a spillo,

lucidamente.

Penetra e a fondo,

l’acuminata punta

punge:

unico indizio 

d’un mondo profondo.

Chiedo diretto :

“chi cerchi ?”

Ma quello, sordido,

sorridendo, tace.

Mute,

le sue mani indicano,

affilate. Feriscono,

lame, le dita.

La fredda tela di cristallo

s’anima.

E il dirimpettaio mio

è muto.

Le labbra, poi, schiude

appena

sembra dire una parola.

Lo specchio, anch’esso muto,

tace.

Testardo,

immobile resto. E fisso

il vetro.

E mi volgo a guardare

alle spalle.

Repentino uno  scatto …

E d’improvviso, con un colpo

acceco quegli occhi,

gli tolgo la luce.

nell’orrida  prigione,

il buio

resta impigliato.

Misterioso, il detective

mi fissa.

11 thoughts on “IL DETECTIVE

  1. Un gioco, un rebus di sensazioni.
    Un “giallo” da leggere con passione.
    Chi é?

    Non mi lasciare senza risposta
    Un Bacione
    Mistral

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  2. Lo leggo come uno di quei momenti in cui abbiamo l’illusione di riuscire totalmente a comprendere il nostro profondo essere. Cerchiamo di farlo e qualcosa però ci sfugge sempre dalle mani. E quello scatto finale che inquieta… chi sarà quest’altro che vuole scavarci dentro e di cui spesso abbiamo così paura.. Ha il nostro viso forse? Le nostre mani? I nostri pensieri? Riusciremo mai a trovare il coraggio di guardarlo negli occhi e scoprire finalmente chi è?
    Un abbraccio

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  3. Quel detective che mette a nudo i nostri pensieri, desideri, paure..non sempre ci trova pronti a scompigliare equilibri, certezze, cucce confortevoli, ad azzardare voli..e allora vigliaccamente lo accechiamo.
    un felice fine settimana
    Vera

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  4. La domanda “chi è” è una bella domanda, mia cara Mistral.
    Chi è che ci guarda di là dallo specchio?
    Certo non siamo noi che ci guardiamo, che avremmo nel corpo impressi i segni di quello sgardo impietoso.
    Non sappiamo bene se sia qualcun altro, perchè quell’apparenza che occupa la superficie liquida dello specchio ci assomiglia esteriormente fin troppo.

    Può essere un fantasma.
    O un crudele messaggero degli dei.
    O la nostra anima.
    O il nostro angelo custode.
    Oppure, il nostro angelo sterminatore.

    E’ uno, colui che ci guarda?
    Oppure è un doppio, che insieme a noi, compone il numero due?
    Eppure quel doppio, insieme a quello che se ne sta libero, fluttuante, dietro il gelido cristallo, fanno addidittura una trinità.
    E tutti insieme non sono una molteplicità che si moltiplica più si va avanti a contarli?

    Chi ci sta trafiggendo con gli spilloni dello sguardo?
    Lui, ci sta trafiggendo.
    O noi, stiamo trafiggendo lui, come in un rituale magico Voodoo, in cui il bene ed il male si proiettano l’uno nell’altro, come due amanti nella lotta amorosa?
    Amore o dolore, inietta quello sguardo pungente?

    Non lo so, amica mia.
    Forse puoi raccontarmi tu qualcosa di questo scritto.
    Un abbraccio carissimo.
    Piero

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  5. Patrizia carissima, quello scatto, quel sussulto è l’improvviso brivido che scuote il profondo quando uno sguardo penetra a fondo in quello di un alttro.
    C’è un attimo, quell’attimo esatto in cui distogliamo i nostri occhi dall’incanto magico degli occhi di un altro – magia ancora più potente se quell’altro è solo uno sconosciuto, uno sguardo straniero, due occhi sull’ignoto – c’è quell’attimo in cui la coscienza spegne quel lampo che univa l’incantesimo fatato.
    Lo specchio è il campo in cui avviene questo incantesimo: un pò perversa, questa magia implica anche il pericolo che come Narciso, ci incantiamo dell’anima nostra. E come mostri suicidi, con il gesto fatale che acceca quell’impudico attimo, possiamo accecre noi stessi, senza saperlo.

    E forse, cara Patrizia, accecare è solo una metafora, vuol dire dimenticare, perdere, lasciare… o chissà cos’altro. Restare soli. Restare indifferenti. Muti. Nudi…
    Alle volte la stessa solitudine può essere una condanna a morte.
    Una condanna a cui non sappiamo se realmente corrisponde una colpa.
    Per questo restiamo inquieti, in quell’attimo in cui distogliamo lo sguardo.

    Un bacione, Pat!

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  6. Cara Vera, grazie di essere tornata, sono contento, mi fa piacere.

    Il detective indaga.
    Domanda.
    Chiede.
    Cerca.
    Scruta.
    Voyeristicamente guarda.
    Annota dettagli che forse neanche conosciamo o addirittura che forse neanche ci appartengono.

    Quel detective può essere una coscienza.
    La mia, la tua, la nostra.
    Può essere un intruso.
    Uno sconosciuto.
    Un avventuriero o un professionista del mestiere.
    Una spia.
    Un’occasione.
    Un principe azzurro.
    Una fata.

    Al buio, se allunghiamo le mani, possiamo tastarne la consistenza, la forma, il calore.
    Nel buio lo abbiamo gettato.
    Come una maschera inutile.

    Il rapporto con uno specchio è fatto di infiniti rimandi.
    Nessuno è quello reale.
    Ognuno può scegliere.
    Un’identità qualunque va bene.
    Al detective spetta il compito impossibile di cercare la verità.
    Una verità.
    Per farne qualcosa.
    Una cosa qualsiasi.

    Ma la nostra vita non è del tutto priva di senso.
    Il nostro essere ha un ordine, un Io, un Nome, una Storia, una Memoria.
    Ci nutriamo di questo.
    Forse, solo per questo, vederci allo specchio ci fa un pò d’impressione, perchè davanti a quel doppio dobbiamo davvero, poi scegliere.
    E per un istante possiamo sbagliare.

    Un carissimo abbraccio.
    Piero

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  7. Avevo detto che ora non passavo, però la curiosità è stata troppa e, mi son detta, cinque minuti li posso rubacchiare da altre incombenze. E’ stato un piacere leggere questa tua profonda composizione poetica. Mi sono piaciute molto anche le spiegazioni con cui hai approfondito l’analisi. Condivido quello che hai scritto e le sensazioni provate (ad es. quando dici: ” quello scatto, quel sussulto è l’improvviso brivido che scuote il profondo quando uno sguardo penetra a fondo in quello di un alttro.
    C’è un attimo, quell’attimo esatto in cui distogliamo i nostri occhi dall’incanto magico degli occhi di un altro – magia ancora più potente se quell’altro è solo uno sconosciuto, uno sguardo straniero, due occhi sull’ignoto – c’è quell’attimo in cui la coscienza spegne quel lampo che univa l’incantesimo fatato.” Bravo! Un abbraccio, Annita

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  8. Cara Annita, devo ringraziare anche te.
    Trovo sempre che la pazienza di chi legge è infinita.

    … Si, c’è qualcosa di misterioso, di arcano, di affascinante nel perdersi negli occhi di uno sconosciuto … qualcosa che si deve fare con delicatezza, con amore, direi, ma anche qualcosa di curioso, di travolgente, un’avventura vera e propria, come quella dei grandi esploratori che partivano alla scoperta dei continenti sconosciuti….
    Un caro saluto
    Piero

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