CONDANNATO IL BOIA DI SOBIBOR

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SOBIBOR

della REPUBBLICA INDIPENDENTE

GERMANIA

Shoah, condannato DemjanjukCinque anni al boia di Sobibor

Un tribunale di Monaco dichiara colpevole il 91enne di origine ucraina per “concorso attivo” nell’assassinio di oltre 28mila ebrei nel campo di sterminio polacco. Ma resterà in libertà per l’età avanzata dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI


John "Ivan" Demjanjuk in tribunale a Monaco

BERLINO – La giustizia della democrazia tedesca condanna gli imputati che riconosce colpevoli per complicità con l’Olocausto. Ma visto il ricorso della Difesa e in attesa del responso della Cassazione, concede loro l’attenuante decisiva dell’età avanzata e delle (presunte) cattive condizioni di salute se comunque non possono lasciare la Germania e sottrarsi alla legge

Il novantunenne d’origine ucraina John Demjanjuk, meglio conosciuto come ‘il boia di Sobibor’, è stato condannato oggi dal tribunale di Monaco a cinque anni di reclusione per concorso attivo nell’assassinio di almeno 28.060 ebrei, ma è stato rilasciato in considerazione della sua anzianità, e dei due anni di detenzione già scontati in attesa del giudizio. “Siamo felici per la sentenza di condanna, ma al tempo stesso lo lasciano libero!”, commentano a caldo al Centro Simon Wiesenthal per la caccia ai crimini nazisti. Il primo processo condotto in Germania contro un non tedesco complice o esecutore della Shoah si conclude così con un verdetto che vuole esprimere insieme condanna e pietà, e che spacca il mondo. Un buonismo del Diritto scelto con le migliori intenzioni ma destinato a scatenare polemiche di fuoco. Anche se il rilascio è comunque deciso perché Demjanjuk non può lasciare il paese, e quindi resta disponibile in attesa che la Cassazione si occupi di lui.

Demjanjuk è stato riconosciuto colpevole per aver attivamente contribuito alla morte dei deportati dal Terzo Reich appunto

nel campo di sterminio polacco e morti tra atroci sofferenze nelle camere a gas, uccisi dal letale Zyklone-B. Ma la Corte, presieduta dal giudice Ralph Alt, ha comminato a Demjanjuk una pena inferiore di appena un anno rispetto alla richiesta (sei anni di reclusione) formulata dal pubblico ministero. E subito dopo, a sorpresa, ha precisato che l’imputato andava rilasciato subito, perché in considerazione dei suoi 91 anni un’ulteriore periodo di detenzione non sarebbe proporzionato, ha detto il giudice. Anche perché, ha aggiunto, Demjanjuk ora non possiede più alcun passaporto né alcuna cittadinanza, quindi non potrà lasciare la Germania. Al tempo stesso la Corte ha respinto l’assoluzione, chiesta con insistenza dal controverso difensore, Ulrich Busch. Il quale ha già annunciato il ricorso in appello.

In un momento in cui la nuova destra radicale raccoglie successi elettorali e impone svolte autoritarie in molti paesi europei, dall’Ungheria alla Danimarca, il verdetto emesso a Monaco una valenza politica e morale che si presta a diverse interpretazioni. La Germania (uno dei pochi paesi dell’Unione europea in cui la destra radicale non sia rappresentata nel Parlamento nazionale) non rinuncia alla Memoria. Ma al tempo stesso afferma la priorità del dovere di clemenza e di considerazione della durezza della terza età, anche verso chi quando era giovane impedì ad oltre 28mila persone di arrivare a tanti anni di vita come egli ne ha oggi. E questo può spaccare la coscienza del mondo.

Nato in Ucraina col nome di Ivan, Demjanjuk era soldato dell’Armata rossa e fu fatto prigioniero dalla Wehrmacht in avanzata, dopo l’attacco nazista all’Unione sovietica. Egli sostenne sempre di aver passato la guerra intera in prigionia, ma un documento d’identità nazista lo inchioda. E la magistratura lo ha ritenuto autentico. Il documento, emesso nel 1942, lo registra come “volontario ausiliario straniero” delle SS. In tale veste, ha ricordato il giudice Ralph Alt leggendo la sentenza, “l’imputato fu una parte della macchina dello sterminio, si preoccupò che le vittime non avessero possibilità di fuga e finissero nelle camere a gas”. Senza i volontari stranieri, ha ricordato la Corte, a Sobibor i nazisti non sarebbero riusciti a massacrare tutti gli ebrei la cui eliminazione era prevista dalla “soluzione finale”, il piano per il genocidio del popolo ebraico, pianificato a tavolino con efficienza industriale dai gerarchi del Reich. A Sobibor infatti erano in servizio appena 50 militari regolari delle SS e ben 150 ‘Trawniki’, come si chiamavano i volontari, in gran parte ucraini.

“Li spingeste a migliaia nelle camere a gas”, ha ricordato il giudice Alt elencando i dettagli più raccapriccianti, “anche con la violenza. Loro spesso cercavano invano, disperatamente, di aprire le porte dall’interno. Dopo sofferenze atroci, perdevano la coscienza e morivano. Lei, imputato, come tutti i Trawniki, sapevate perfettamente cosa accadeva là con la vostra partecipazione attiva, lei ha svolto un ruolo essenziale nell’annientamento del popolo ebraico”.

Dopo la guerra Demjanjuk era riuscito a farsi un’esistenza da meccanico negli Usa. Arrestato e processato in Israele, era stato condannato a morte nel 1988 ma poi assolto per insufficienza di prove. La giustizia tedesca aveva impugnato a sua volta in caso e ottenuto l’estradizione.

(12 maggio 2011)

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8 Replies to “CONDANNATO IL BOIA DI SOBIBOR”

  1. Non puoi immaginare quale pesante condanna gli avresti inflitto!
    Mi sono domandato, pensando al Boia di Sobibor, o leggendo alcuni libri (per esempio “L’istruttoria” di Peter Weiss, libro davvero terribile) come possano vivere questi “superstiti” che hanno dato la morte.
    Devono avere il fuoco, dentro, che li divora. La notte. Nell’ombra. Avranno il terrore negli occhi. L’orrore nelle orecchie. Il tanfo di morte nel naso. Ma restano muti. Non possono urlare a nessuno la loro angoscia. Neanche ai più cari vicini.
    Neanche hanno il coraggio di darsi da soli la morte, perchè non sono più uomini, ma solo fantasmi, spiriti maligni che scontano finchè dura la vita la loro condanna di essere “superstiti”.
    E tu vuoi anche condannarli … alla vita eterna?

    Lo so che non volevi dire questo.
    La cattiveria ce l’ho messa io.
    Ma, certo, credo anche di averci messo un pizzico di verità.

    Grazie a te che vieni a leggerli.
    Un bacio.
    Piero

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  2. Bella questa idea della supplica al loro mandante. Mi fai venire in mente un racconto di Durrenmatt (ma non ti annoio con quello).

    Ma il loro mandante, poi, chi mai sarà?

    E’ un’altra bella domanda: prova a darmi una risposta.

    Bacione.
    Piero

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  3. Il senso della pietà…mi chiedo fino a che punto è giusto farlo arrivare. Quet’uomo si è reso colpevole di un delitto atroce, il genocidio appunto. Sono contro la pena di morte, ma personalmente non avrei nessuna remora a fargli scontare la pena in carcere. Troppo vecchio? Troppo malato? Gli si garantiscano le cure, ma non l’ulteriore libertà di cui ha goduto tutta la vita senza averne diritto. Che sconti ciò che ha fatto almeno in ciò che gli resta da vivere. Forse basterà a un dio se esiste, per perdonarlo, ma non basterà certo a rendere giustizia a tutte le vittime della sua malvagità e di quella di tutti gli altri come lui.
    Il perdono, la pietà, perchè troppo vecchio, troppo malato… e mi è saltato agli occhi questa frase dell”altra tua pagina
    :”:I prigionieri troppo anziani o malati per raggiungere le camere a gas a piedi, venivano condotti in treno. Vi era infatti un binario che arrivava sino all’entrata delle camere a gas. ..”

    Un abbraccio e grazie per questi scritti…

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  4. Si Patrizia, quella frase è terribile. Come tutta “L’istruttoria”. Quando l’ho letta sono stato male, per quello che testimonia. Eppure tutto è tranne che una cronaca “splatter”. Ma la sua cruda verità fatta delle testimonianze rese davanti al giudice mettono il gelo. E aprono domande. Domande a cui non so rispondere.
    Come è possibile tanta abiezione da parte di un essere umano?
    Come è possibile perdere la propria dignità di uomo perpetrando il furto della dignità di uomo a danno di un altro uomo?
    Come si può restare vivi, dopo tanta abiezione?
    Oppure il confine fra la vita e la morte è … un confine fatto di zone sovrapposte, dove si può essere morti, pur restando in vita, oppure … restare vivi pur essendo morti …?
    Patrizia, non scherzo. Queste domande aprono un abisso vero dentro la logica di un uomo che si interroga sinceramente.

    Ma io non so andare molto oltre quelle domande: le risposte le abbozzo soltanto.

    Ma torniamo a quello che dici sulla pietà.
    Può darsi che tu abbia ragione. Anche mio figlio, 17enne, a proposito di Priebke, l’SS boia delle Fosse Ardeatine, ha detto cose molto simili alle tue.
    Ma io obietto solo una cosa.
    Forse l’abominio dei campi di sterminio è stato possibile per una mancanza di pietà.
    La pietà avrebbe dovuto comandare ai boia di mandare libere le proprie vittime, prima di esercitare il proprio mandato di morte.
    La pietà avrebbe dovuto comandare ai cuori di tutti coloro che furono complici, o che non si ribellarono, di fare la rivolta, di opporsi, di rifiutarsi, di dire NO.
    Ma, cara Patrizia, la pietà per le povere vittime non fu abbastanza.
    E se non fu abbastanza, allora ne serve di più.
    Ecco, per questo io vorrei che ci fosse pietà.
    Anche per i boia, così vecchi, oramai, così scavati dal loro rimorso, che appartengono alla morte, anche se sono ancora formalmente dei vivi, come quegli alberi mangiati dalle termiti di cui rimangono solo le vuote cortecce.

    Ma c’è un ultimo aspetto che vorrei ricordare. Lo so che rischio di essere un “pietista”, un ismo, questo, tra i più deprecabili.
    C’è ancora un aspetto, che viene da questa domanda:
    E’ vero, la pietà non bastò ad impedire che accadesse tutta quella tragedia. Ma come fu possibile che nel cuore degli uomini entrasse un demone così potente da fargli dimenticare ogni pietà?
    E’ questa una domanda che m’incute terrore.
    Ma che si deve avere ben chiara.
    Una risposta, in qualche modo, in qualche modo crudele, la diede una giornalista praghese, Milena Jesenska (che per un breve periodo fu la donna di Kafka), comunista, che finì la sua vita in un campo di sterminio.
    Lei, in un articolo che trovo straordinario, si pose la stessa domanda e provò a rispondere descrivendo quello che accadeva nei praghesi nei giorni del 1939 quando i nazisti occuparono Praga.
    L’articolo è questo:
    https://repubblicaindipendente.wordpress.com/2009/02/18/68/?trashed=1&ids=500
    Un abbraccio a te (ma nessun grazie, più, dai. Grazie a te, semmai che hai la pazienza di leggere.)

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  5. Ho letto l’articolo che segnali. Mi ha commosso, davvero…
    E le domande rimangono comunque lì, senza risposta…
    L’uomo preso individualmente è diverso da quando è parte di un ingranaggio. Questo è vero, ma perchè? Perchè non è in grado di far emergere la sua parte migliore quando più servirebbe? Perchè ha paura, o perchè gli sta bene così, perchè non ne è capace se non in casi eccezzionali? Non a caso chi sacrifica o rischia se stesso per gli altri, non sono forse considerati eroi? Perchè pochi lo fanno, e giustamente quando succede si riconoscono come azioni fuori dalla norma.
    Tu dici “serve più pietà, anche per quei boia, scavati dal loro rimorso” Ma lo sono davvero? Vedi, io penso che non sia giusto, no… Non è giusto farli andare liberi. La pietà sta già nel non rendere occhio per occhio, perchè l’istinto questo vorrebbe. Ma subentra la ragione e il cuore, e ci si ferma in tempo. Ma ci deve essere una qualche pena. Una qualche forma di giustizia. Potranno anche essere pentiti ma questo riguarda la loro coscienza se l’hanno ritrovata. Ma il pentimento non significa redenzione da ciò che hanno fatto, anche in considerazione del fatto che comunque per tutta la loro vita, non hanno mai pagato per questi crimini. Se fossero davvero pentiti, si sarebbero consegnati da soli.
    Un abbraccio

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  6. Non ti so rispondere.
    Le domande stanno sempre lì.
    Per rispondere forse dovremmo mettere sul piatto della bilancia anche altre cose, le cose buone che l’uomo comunque fa, ogni giorno.
    I sacrifici delle madri, dei padri, dei medici…
    Ma forse dico sciocchezze.

    Una volta, ad un corso di formazione, una psicologa disse una cosa più o meno così: dobbiamo accettare che tanto c’è di buono nell’uomo, tanto c’è di malvagio”.

    Vero o no che sia, neanche questo risponde a quelle domande.Il male dei campi di sperminio, degli attentati kamikaze che fanno stragi, dei genocidi di ogni tempo e di ogni luogo, è un male assoluto, che sottomette la coscienza dell’uomo: perchè quella coscienza si lascia sottomettere così, in molti casi, senza lottare, o almeno senza lotta apparente?
    Non lo so.
    Per questo sono arrivato alla conclusione un pò metafisica che l’uomo sia fatto di Bene e di Male.
    Impastato della carne di un dio e di quella di un demonio.
    Da una parte gli eroi: tutti morti, non mi piacciono. Dall’altra i boia: tutti in galera, non mi piace neanche così.
    Resta un mondo deserto.

    No, forse siamo fatti di terra, fragili, deboli, colpevoli.
    Ma con un animio sensibile, che si può redimere, che si può educare al bene.
    La pietà – non pretendo di fare alcuna lezione, provo a dire con molta umiltà – forse è figlia di questa redenzione, di questa educazione.
    Non lo so. E’ solo quello che mi sento dentro.

    Ti chiedi, con molta intelligenza, se quei boia 90enni abbiano davvero provato rimorso, si siano davvero macerati per una vita: io non posso darne alcuna prova. Forse no. Forse, come dici tu, se lo avessero fatto si sarebbero consegnati da soli.
    O forse si, solo che non hanno trovato il coraggio, poi, di pagare il loro prezzo, da poveri deboli esseri umani, annientati dal terribile destino che hanno vissuto.

    Una buona domenica e un abbraccio.
    Piero

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