VITE DISPERATE A SCHENGEN

Treni bloccati, frontiere e stazioni presidiate.

Li prendono e li caricano sui treni, sulle navi, sui camion.

Una volta li caricavano su vagoni piombati.

Vitelli, maiali, polli, cavalli, bestie.

Bestie trattate da bestie.

Adesso sono vestiti con giubbotti di pelle nera, hanno le barbe lunghe e incolte, ma hanno gli occhi belli e la pelle lucida.

Sono mori, con i capelli mossi e corti.

Le donne hanno seni che chiamano forte, gambe che sanno danzare, fianchi morbidi come i fianchi delle montagne dell’Africa.

I bambini sorridono con la dolcezza innocente di tutti i bambini.

Dalle finestre ancora aperte in mezzo alla candida catena di dentini da latte si intravedono i paesaggi che i loro occhi lucidi non potranno mai più dimenticare.

Li prendono e li portano.

Li prendono e li deportano.

Come quarti di bue, come cosci di tacchino.

Ma non hanno lo stesso valore, nei mercati di periferia delle grandi metropoli.

Ci sono imbonitori, con le divise ancora fiammanti e la brillantina nei capelli, che vendono biglietti.

Biglietti che danno il diritto di salire sulle affollate tolde arrugginite di lamiera, tolde sporche e puzzoleti di vecchi ponti roventi, tolde, e ponti, che scricchiolano e che sfidano le onde.

Onde che si rincorrono, mentre sembrano giocare.

Onde che invece sono bocche di feroci assassini.

Onde che  mordono in mezzo al mare.

Li prendono.

Li prendono e li portano via.

Li portano su zattere in mezzo al mare.

Zattere cariche di cibo per pesci.

Squali.

Squali, che sulla terraferma depositano pile alte come colonne, pile di banconote pregiate, pile che vengono ingoiate dai caveaux delle banche inernazionali, banche asettiche, banche riservate, banche affamate.

Li prendono.

E quando li prendono li strappano dalla terra e gli spezzano le radici, con un secco colpo di falce.

Dalle ferite, slabbrate e profonde, scavate nella superficie della terra, colore di sabbia e di argilla, sgorga il sangue, un sangue oleoso e nero, puzzolente.

Sangue denso e infiammabile.

Sangue che puzza di putredine.

Dai lembi infetti dei pozzi che sprofondano nel cuore di quelle bestie, alla fine, non sgorga più niente.

Neanche il fiele.

Solo, l’umor nero.

Quell’umore marcescente, che colora la loro pelle di dolore.

Quell’umore che fa marcire, insieme a loro, le loro speranze.

Li prendono.

Li prendono e li caricano come bestie.

E poi partono, sui vagoni piombati.

Vagoni che sferragliano, quando attraversano, d’un balzo, le frontiere.

Vagoni che sembrano nascodersi mentre, ansimando, rallentano.

Poi entrano di soppiatto nelle stazioni.

Nel buio della notte si nascondono.

Poi, alla fine, sbuffando e sussultando, i vagoni si fermano.

Con un salto i carovanieri piombano sulle prede.

E quelle, stridendo come animali pazzi di paura, si lanciano di corsa, nel buio, in quel buio che non conoscono, in quel nero pozzo in cui sono forestiere.

Provano a saltare in quel nero precipizio.

Ma la notte resiste.

E le mani de mercanti li agguantano.

Stringono.

Sstringono.

Stringono sempre più forte.

Sono pinze, catene.

Bocche voraci.

E mordono.

Mordono a fondo.

Penetrano la tenera carne e spezzano l’osso.

Li prendono.

Li prendono e li portano al mercato.

Mercanzia pregiata.

I controllori, assonnati, confusi, un pò affannati, passano a fare il proprio mestiere.

Mentre i gendarmi, con le uniforme impeccabili, requisiscono biglietti e passaporti.

Le canne delle pistole nella fondina feriscono la pelle levigata di quei volti ansiosi.

Volti con lo sguardo aguzzo, proteso verso il giorno che non vuole arrivare, uno sguardo che corre a nascondersi, presto, appena si sentono ridere i gendarmi.

Gli occhi si acquattano, nell’ombra più scura.

Corrono a rifugiarsi nel buio.

Si stringono per nascondere quei volti.

Si serrano a chiave, per non lasciar fuggire i ricordi che si affollano sulla soglia.

Fuori il sole è azzurro, il mare brilla calmo, la sabbia riluce giallastra, dorata, le case se ne stanno dolcemente adagiate sotto l’ombra delle palme.

L’amore. La memoria. Il sogno.

Li prendono.

Li prendono e li caricano sui vagoni.

Domani, lì, quando arriveremo, saremo arrivati più lontano.

Domani, lì, più lontano, più lontano di ogni confine, lì, oltre ogni frontiera, lì, lontano, ancora più lontano dell’orizzonte buio della notte, laggiù, domani, saremo al sicuro.

Domani è primavera.

Domani la pioggia innaffierà i prati. E nasceranno fiori.

Domani, in questa terra di sogno, nasceranno i fiori che hanno la pelle di tutti i colori.

Lì, domani, è primavera.

Lì, dove il deserto non è morto come quello che brucia sotto il sole allo zenith, là, nella terra bruciata.

Vengono a prenderli.

D’improvviso.

Vengono a prenderli vestiti con gli abiti di tutti i giorni, con gli abiti che sono delle divise, divise con i teschi ricamati d’oro sulle spalline rialzate.

Divise ancora macchiate di sangue.

Sangue rosso.

Rosso e marrone.

Hanno berretti verdi.

Verdie neri.

E hanno le mostrine ed i gradi.

I colori sono d’oro e di nero.

E tutto, nel viaggio sembra d’oro e di nero.

Il treno, sembra d’oro e di nero.

E l’oro, sembra d’oro.

Ed il nero sembra di nero.

L’oro sembra d’oro come l’oro delle medaglie.

Ed il nero sembra di nero, come il nero della morte.

Nel mio paese, l’oro è l’oro della sabbia baciata dal sole.

A casa mia, il nero è il nero della seta che avvolge la notte nel suo manto di profondo mistero.

Vengono a prenderli.

Vengono a prenderli, i gendarmi.

Compaiono all’improvviso, nelle loro uniformi ingualcibili.

Brillano le canne delle pistole, che cantano una lugubre canzone malinconica.

Nel nostro paese, brillano le stelle quando cantiamo una serenata d’amore.

Vengono a prenderli e urlano, minacciano, spaccano labbra e spezzano denti.

Sono sergenti.

Sono sergenti, come quei sergenti che al nostro paese vengono a prendere le donne e i bambini.

Vengono a prendere le donne.

Le prendono e violano.

Violano le donne come si viola il silenzio del deserto.

E vengono a prendere i bambini.

Li prendono e li portano via, nei campi, nei campi dove ci si addestra a fare la guerra.

E addestrano i bambini alla guerra, i bambini, che non sanno più piangere.

Vengono a prendere le donne ed i bambini, e lasciano i vecchi, che piangono soli, e si disperano, e pregano invano, nel silenzio di dio.

Vengono a prendersi le donne e i bambini, e si portano via anche gli dei e gli spiriti.

E il cielo resta muto, come l’infinito deserto. Come il buio della notte.

Vengono a prendersi e donne e i bambini, e si portano via gli dei e gli spiriti e le stelle e le voci del mondo.

Nessuno può più rispondere alle preghiere dei vecchi.

I vecchi, che restano soli, a pregare disperati.

Vengono all’improvviso e si  prendono ogni goccia di vita.

Vengono e ci lasciano disperati, come vuoti gusci di noci di cocco.

Ci vengono a prendere.

Ci prendono e ci contano.

Ci toccano con i guanti.

Siamo contagiosi ed infetti.

La povertà è infetta e contagiosa.

La povertà è maledetta, e contagiosa ed infetta.

E non si prendono la povertà.

La povertà puzza.

La povertà puzza come le povere creature del deserto.

La povertà è puzza.

E la puzza è paura di povertà.

Nessuno viene a prendersi la puzza.

Puzzano le pance delle zattere di lamiera, nere di grasso e di escrementi.

Puzzano della puzza dei poveri.

Vengono a prenderli.

Vengiono a prenderli di notte e li spingono in mezzo al mare.

Le bocche voraci degli squali battono ansiosamente le affilate file di denti.

Sono belve affamate.

Belve affamate come gli scafisti, golose di quella povera carne puzzolente di poveri.

Carne lacerata dai morsi che lasciano ferite profonde.

Ferite che puzzano ancora, anche quando sono lavate dall’acqua del mare.

Il sale del mare è dolce, su quelle ferite.

Sono ferite dell’anima, che non si rimarginano più.

Il sale non brucia su quelle ferite.

Il sale è il sapore della morte.

La morte è il sollievo, a volte.

E’ la fine del sogno.

Vengono a prenderli nel mezzo del sonno.

Vengo  a prederli e li derubano di tutto.

Vengono e gli rubano i sogni.

Vengono.

Vengono e non sanno neanche perchè vengono.

Fuggono.

Fuggono perchè si fugge dalla puzza.

La povertà puzza.

Si fugge dalla povertà e si fugge dalla puzza.

La povertà puzza e fa male.

E si fugge, allora, dalla povertà, dalla puzza e dal dolore.

Fuggono.

Fuggono, scappano dalla morte.

E’ nera, la morte.

E si scappa dalla morte.

E la morte è nera come è nera la notte.

Ed è buia, la notte.

E, allora fuggono.

Fuggono e si nascondono.

E fuggono e si nascondono nel buio.

E si nascondono, affinchè il buio della morte non li agguanti.

E fuggono e se ne stanno nascosti nella notte, rintanati nel buio, finchè il buio li tiene al riparo.

Se ne stanno nascosti, nell’ombra, nella pancia di un vagone che corre di notte, sul binario che corre, verso il buio della notte degli incubi.

E vengono a prenderli.

All’improvviso, vegono a prenderli.

Nascosti.

Nascosti.

Ben nascosti, nel buio, se ne devono stare.

Devono stare nascosti, perchè se il destino li scova, quando li trova, non ha nessuna pietà.

Vengono a prenderli.

Vengono a prenderli e non sanno neanche dove sono nascosti.

Hanno nere uniformi, nere del buio, più nere del buio più nero della morte.

E anche se sono creature del buio, non sanno dove sono nascosti.

Non hanno occhi e non sanno guardare.

Vengono a prenderli e non sanno neanche che sono creature del buio, che appartengono alla morte.

Il buio, il nero e la morte sono i loro mandanti.

Fuggono.

Fuggono e si nascondono nel buio.

Fuggono e scappano dal buio.

Scappano dal buio, dal nero e dalla morte.

E si nascondono nel buio, nel nero e nella morte.

E’ la cronaca di vite disperate.

9 pensieri riguardo “VITE DISPERATE A SCHENGEN

  1. Come sempre la tua coscienza è ben
    sveglia e non si lascia incantare dal richiamo
    di false sirene (i politicanti).Purtroppo, aggiungo
    solo poche righe al tuo meraviglioso pensiero.
    La scena (la storia) si ripete, cambiano solo gli
    attori.
    L’ uomo non imparerà mai dai suoi errori ( o non
    vuole)

    Un abbraccio
    Mistral

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  2. Cara Mistral, grazie sempre.
    Poco si può aggiungere a quello che i nostri occhi vedono.
    Possiamo solo cercare di raccontare.
    Io cerco di raccontare quello che i miei occhi vedono.
    Anche se c’è uno soltanto che ascolta, mia cara Mistral, o qualcuno che domani ascolterà, avrò lasciato a quell’uno soltanto, in dono, la mia voce, il mio racconto, il racconto di quello che vedono i miei occhi.
    E poichè io credo, io so che c’è un collegamento diretto fra gli occhi, la coscienza ed il cuore, io racconto, perchè raccontare serva a qualcosa.

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  3. Non c’è molto da aggiungere a quello che tu hai raccontato. Solo tanta rabbia …che serve, oh sì che serve! E racconti come questi permettono che questa rabbia di non affievolirsi, di rimanere ben sveglia a fare da pungolo alle coscienze di tutti. Tutti noi che crediamo ancora a questi teatrini d’intese e di belle parole.
    Ciao e grazie…

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  4. Io farei leggere queste tue preziose parole a tutti quelli che protestano contro lo sbarco “di quarti di bue”…
    ecco io farei scorrere le tue parole su di uno schermo per giorni, li piazzerei sulla poltrona più comoda e lascerei loro leggere, leggere e ancora leggere…

    E poi chiedere: chi decide le nascite??? se fossi stato tu al suo posto, idiota????
    Ecco, questa mi sembra la giusta domanda… e leggerei nel loro silenzio …. tanto per capire quanto in basso guardano la vita…

    Luisa

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  5. Patrizia, ti rispondo con ritardo.
    Grazie: quando scrivo queste cose sono sincero. Mi domando: perchè c’è tanto risentimento contro gli immigrati?
    E ieri, che eravamo noi ad essere trattati così?
    I nonni e gli zii, e anche molti dei cugini dei leghisti di oggi sono emigranti. Respingerli in mezzo al mare, bloccarli sui treni a Ventimiglia avrebbero dovuto, anche solo una conquantina di anni fa.
    Tutto già dimenticato?
    Che corta memoria!

    Ma ancora di più mi intristisce l’equivoco silenzio, se non la diretta contrarietà, dei cattolici: non era forse un clandestino anche Gesù Cristo?
    … però a quel comunista rivoluzionario … gli hanno dato la fine che meritava, no? Allra, perchè fermarsi solo a quel caso? Non si deve forse proseguire su quella strada?

    Lo vedi? Divento … politically incorrect!
    Good!
    Anzi : God, my God!

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  6. Luisa, amica mia: hai centrato la domanda. Chi decide le nascite?
    E’ contro di lui che si dovrebbe, allora, scatenare la guerra!
    Tremo, a questi pensieri!

    Luisa, grazie per le parole di stima: dici che sono aprole preziose, allora ti confesso una cosa. Sono parole che un pò mi fanno paura, perchè mi sento solo – in compagnia di pochi, a dire il vero, ma pochi che son anche molti, però, ma molti che stanno in silenzio, e subiscono, si mortificano, ogni giorno – nel dire queste cose.
    E se sbaglio?

    Ma tu mi dici che le leggi volentieri e le faresti leggere.
    Non immagini che grande piacere mi dai!
    A vole penso … songo … che, si, vorrei leggerle, a voce alta, davanti ad una folla enorme …
    Ne sarei davvero felice.

    Chissà. Forse qualche volta lo farò.
    Magari, se a qualcuno farà piacere …

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  7. No, mio caro Piero… non sbaglio… queste tue parole sono molto preziose e come ti ho detto( e mi ripeto) le farei scorrere nelle piazze per ore e giorni… quale fortuna, la nostra… quella di poter dormire senza paura di sognare le bombe…
    Ma ci siamo noi per delimitare i confini’???

    Forse dimentichiamo che ci sono italiani in tutto il mondo… e non sempre sono stati dei galantuomini… la storia insegna… ad alcuni molto poco…

    Leggile le tue parole, gridale ad alta voce…

    Con stima
    Luisa

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  8. Un abbraccio carissimo, Luisa mia.
    Chissà che qualche volta non lo faccia.
    Il sogno ce l’ho.
    Il coraggio… devo ancora finire di metterlo da parte… ma … mai dire mai… in questa mia età di mezzo sto scoprendo cose di me …insospettabili (forse è uno degli aspetti della vita più imprevedibili; non se capita a tutti, di fare questo tipo di … scoperte … ma rende eccitante … andare avanti)…
    Ad ogni modo, già la tua … spinta è per me gioia davvero grande (davvero, parlo seriamente). In fondo questo blog è un pò – a modo suo – un modo di stare a gridarle, queste cose. La faccia ce l’ho messa, tempo fa, quando mi sono posto il problema se dovevo restare anonimo o darmi … un’epifania. Quindi sono! E sono vero!
    Nello stesso senso, il tuo invito è come … un applauso dopo quella lettura.
    So che ci sono anche altri amici/concittadini, uniti in questo applauso.
    Saremo/sarete, … quattro, cinque … sei o sette … ma non siamo/siete già tantissimi?

    Pochi, se volessimo … fare una rivoluzione.
    Già.
    Ma non dobbiamo fare nessuna rivoluzione.
    Solo dimostrare di essere vivi, essere delle persone, avere uno Spirito che … si eleva.
    E’ già un miracolo, tutto questo, un miracolo … di virtù!

    Un bacio (educatissimo)
    Piero

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