Il santo.

Gino BARTALI


25 aprile, festa della Liberazione.

Per il 25 aprile, quest’anno, voglio raccontare una storia.

Voglio raccontare una storia vera.

Voglio raccontare una storia nella quale sono confusi ricordi del passato che non deve passare e schegge del presente che non vuole passare.

Voglio raccontarla con parole mie, certo, a modo mio, ma voglio raccontare proprio questa storia, che è, si, una storia scavata nella memoria, ma che è anche una storia che arriva fino a qui, fino ad ora, fino ad oggi …

Prima di tutto, vediamo i fatti.

Nel video qui sotto sono raccontati come avvennero, quei fatti, c’è la testimonianza, se di testimonianza si può parlare, di quanto avvenne, da qualche parte sulle montagne italiane, negli anni del fascismo, di quanto un uomo solo seppe fare. E c’è di che restare sorpresi. Di certo.

Ma non sono i nudi fatti, che voglio raccontare.

In sella alla sua bici voleva andare fino in cima al monte.

Era come sognare ad occhi aperti un sogno folle.

Era un desiderio che non si poteva contenere.

Era un bisogno irresistibile e prepotente, come la voglia di respirare l’aria pura per restare vivi, come mangiare quando si ha fame, come fare all’amore con la donna che si ama.

Sono questi i segni della vita, sono questi i sogni che si devono realizzare.

Se si vuole continuare a sentirsi vivi, se non ci si vuole sentire ancora morti.

In sella alla sua bici macinava chilometri, senza neanche accorgersi della fatica.

I suoi occhi guardavano sempre avanti.

A momenti erano fissi sui sassi duri, per terra, scivolosi, infìdi, come certi uomini che si incontrano per strada, tutti i giorni, laggiù, in città.

A momenti gli occhi si alzavano, dritti, verso il cielo, attratti da un non so chè che assomigliava al bisogno di volare sui pedali, fin lassù, fino alla cima del monte. Ma in quel cielo c’era qualcosa di più, di più profondo, una profondità che non assomigliava alla profondità del mare, era qualcosa ancora più insondabile, era un infinito colorato di celeste, di azzurro, una luce di mille colori, leggera, veloce, accecante … come il sole, che brilla, lassù, così leggero da restare attaccato alla volta senza cadere, come il palloncino di un bimbo innocente …

Quando arrivava, a folle velocità, alle svolte della strada, giù, in discesa, sul fianco diritto della montagna, quelle svolte brusche, terribili, come quelle della vita, dure, violente, pericolose, quando arrivava a quelle svolte della vita, a quelle svolte della strada, non aveva veramente paura, non aveva esitazioni: un colpo forte sui pedali, una piccola strizzata ai freni, una leggera incurvata al manubrio e poi … poi, soprattutto dipendeva dalla magia dell’equilibrio dell’anima, del coraggio, del bisogno di andare, di andare, andare sempre, sempre più veloce, veloce come il lampo …

Ecco, in discesa dipendeva soprattutto da quel dono divino che rendeva la pesante forza di gravità lieve come un soffio di vento, come il colpo d’ala d’un uccellino …

La sua vita correva felice quando stava in equilibrio sulla sella della sua bicicletta, attaccato ai suoi pedali, sollevato a pochi centimetri da terra.

Aveva partecipato alle gare più importanti, mentre gli altri amici si stavano preparando per la guerra.

E aveva sempre vinto, sempre, o quasi.

Lui preferiva prepararsi per vincere nella vita.

Oh, non bisogna credere che avesse in odio le camicie nere, o che amasse gli ideali astratti dei politici.

Lui era un uomo di pietra, d’acciaio, di vapori bollenti.

Era un corpo leggero che andava contro ogni legge della fisica, un corpo che correva veloce in salita, quasi scivolando verso l’alto, sulla strada che si inerpicava. E che restava attaccato alla strada anche quando quella pricipitava giù, nel precipizio, in discesa, nelle discese infinite e volteggianti che facevano perdere il respiro.

Ed era un uomo di Dio.

Lassù, mentre la sua bici volava, sulle ali delle strade di montagna, fra il verde delle fronde degli alberi, l’aria frizzante,il cielo infinito, la candida neve vergine, lassù, lui sapeva che il Paradiso era il suo mondo.

Un Paradiso fatto di fatica e di sudore, di ansimi e stantuffate sui pedali.

Il suo era un Paradiso che chiedeva il rispetto della parola di Dio, un Paradiso che non perdona la finzione, non conosce la menzogna, non sopporta l’ipocrisia, non tollera la falsità, non ammette il tradimento …

Era un uomo solo.

Un uomo solo in cima ad una bicicletta.

Non gli piacevano le divise, non gli piacevano le guerre, non gli piacevano le leggi raziali, non gli piacevano le ingiustizie.

Non gli piacevano i metodi spicci ed ingiusti dei più forti, non gli piacevano i soprusi, non gli piacevano le bastonate, non gli piacevano i plotoni di esecuzione.

Molti, oh Dio, molti si erano arricchiti denunziando gli ebrei, in quegli anni.

E che colpa mai avevano, questi poveri uomini ?

Erano deboli carni, come quelle di chi conosce la fatica di pedalare fin lassù.

Che colpa avevano mai quei Giudei ? 

E che colpa avevano gli zingari ?

Popoli senza pace.

Popoli senza patria.

Popoli disgraziati.

Popoli che vivono nel dolore, nell’angoscia, nell’eterno desiderio di potersi acquietare, un giorno, almeno, sotto l’ombra fresca di un albero, per ripararsi dalla cocente calura della vita.

E quale altra colpa, quale peccato, Dio del Cielo, potevano aver commesso per non avere il tuo perdono, quelli che, laggiù in Africa pregano un Dio chiamato Allah, che pregano con umile amore, con la faccia rivolta verso terra ?

Non sono tutti uomini, anche questi, tutti uomini come quelli che desiderano volare verso la cima del monte ?

Mentre volava verso la cima del Monte, leggero, i suoi pensieri, le sue domande, lo sospingevano, gli davano forza, gli mettevano le ali ai piedi.

E il cuore gli si allargava.

Sempre di più, man mano che si arrampicava più in alto.

Sembrava diventare così largo da abbracciare, come i suoi occhi, tutta la bellezza di quel mondo, che si riversava davanti alle ruote della sua bicicletta, generoso, abbondante.

Aveva incontrato molti di quegli uomini sfortunati, lungo la sua pista.

I poveri li conosceva già.

C’erano poveri nel suo paese, come in ogni paese del mondo ed in ogni città.

I poveri hanno in comune molto più di quanto si possa immaginare.

I poveri si riconoscono al primo sguardo.

Hanno facce dure, provate, scavate.

Le ferite della vita lasciano cicatrici e segni sulle guance, sugli zigomi, che si induriscono, si alzano come promontori, come isole di dolore.

Ma hanno anche espressioni dolci, impresse nel fondo degli occhi.

Le espressioni dell’amore di ogni madre per il suo povero bambino, della speranza che non può mai morire, della certezza che il domani saprà riscattare l’esistenza miserabile dell’oggi.

E per questo fanno figli, i poveri.

Perchè sono uomini dolci, e con le loro donne dolci, amano fare dolcemente l’amore.

E quell’amore dolce dà frutti dolci, anche se un pò aspri, a volte, all’inizio, come le sorbe acerbe, o i loti, quando non sono ancora maturi.

Ma quei frutti sono dolci, anche se oggi sono ancora amari, sono dolci perchè domani matureranno, e domani, è sicuro, ci sarà un futuro migliore, un destino, una speranza che si realizzerà.

Ma non tutti i poveri sono uguali.

Alcuni sono diversi.

Alcuni sono considerati diversi solo perchè la loro povertà viene da un’altro paese, da un’altra città, parla un’altra lingua, o spera nella mano provvidenziale di un altro Dio.

Contro questi poveri, non importa che siano stranieri o no, si accanisce la mano stessa dell’uomo, la sua stessa forza li schiaccia, li calpesta, li annienta.

Come stracci, come letame, come veleno.

Aveva incontrato molti di quegli sfortunati più sfortunati.

Sulla sua pista c’erano passati tante volte.

Tanti erano restati impigliati nelle sue mani.

Mani amorevoli, senza volere.

Mani contadine, mani paesane, mani italiane, mani povere, mani di uomo, mani che erano le mani di ogni uomo del mondo.

E con quelle sue mani aveva alzato il loro destino al di sopra della sua stessa paura.

Li aveva presi amorevolmente tra le braccia, cullati, protetti, e poggiati un poco più in là, dietro le linee nemiche, dietro gli occhi delle ronde cieche che percorrevano le strade dei monti e quelle delle valli.

Ma lui, con gli occhi dritti verso il cielo, vedeva.

Lui, su quelle strade volava, appeso ai suoi pedali.

E, come un angelo, aveva deposto, ogni volta, con infinita cura, con amore, con la delicatezza del cuore, ognuno di quei poveri più disgraziati, al di là del pericolo, oltre la vigliacca persecuzione, al sicuro, alle spalle delle sentinelle, restituendoli, ognuno, uno per uno, al suo destino, alla sua sorte di uomo povero, povero, ma ancora con una possibilità.

Era un angelo del silenzio.

Non aveva un nome.

Non chiedeva a nessuno il nome.

Il suo sguardo sapeva indovinare.

E con la sua bicicletta, che sapeva volare verso il cielo e oltre l’abisso, portava messaggi di speranza, notizie di salvezza, parole di liberazione.

Li nascondeva dentro la canna dura, sotto la sella, sulla pelle che s’inzuppava per la fatica.

Era messaggero della montagna.

Volava leggero, verso un dove che neanche lui conosceva fino in fondo.

Ed era un vero uomo.

Uomini così dovrebbero essere santi.

O forse lo sono, ma loro ancora non lo sanno.

Perchè non si è santi per effetto di una dichiarazione di qualcuno.

Una cerimonia, un rito, una bolla: a cosa possono mai servire, atti formali, credenziali, ceralacche, processi, accertamenti …

Come se una istituzione umana potesse mai riuscire ad appurare la verità che si nasconde in fondo al cuore di un uomo !

Che pretesa presuntuosa sarebbe questa !

Oppure solo una dichiarazione per affermare, “urbi et orbi”, una supremazia, un potere, quello di dichiarare santo un uomo solo per metterlo sopra tutti gli altri, al di sopra degli uomini, oltre i santi veri, al di là della volontà di Dio, che, invece, se li sceglie, oppure che se li ritrova, a volte, a sua stessa insaputa !

Lui era un santo perchè aveva compiuto molti miracoli.

Miracoli sotto gli occhi di tutti.

Ma aveva compiuto anche il miracolo di aver tenuto nascosta la sua verità.

Quasi se ne vergognasse.

Quasi non potesse sostenere il peso di tanta generosa bontà.

Ma chissà cosa aveva nel cuore !

Certo, il suo cuore era un vero Paradiso.

Dove scorreva il fiume della vita.

Dove, sicuro, cresceva l’albero della conoscenza.

Dove Caino non uccideva Abele.

Dove Abramo non doveva sacrificare il suo Isacco.

Dove non si alzavano Croci.

Dove la morte era, alla fine, dolce compagna, l’ultimo ristoro dall’immane fatica di pedalare.

2 pensieri riguardo “Il santo.

  1. Sono davvero coinvologenti i tuoi racconti, lo so l’ho già detto, ma mi ripeto con gioia e convinzione.
    Questo tuo ritratto di un uomo semplice e proprio per questo grande, non lascia indifferenti e fa riflettere.
    Era un Uomo, con un’anima e una mente funzionante e questo basta per renderlo grande. Basta davvero poco per dirsi Uomini eppure, quanta fatica facciamo per esserlo…anche nella quotidianità, anche nelle piccole cose. Ricordare persone come queste, non può farci che bene. A tutti.
    Ciao

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