LA PIETA’

Marc CHAGALL - LA PIETA'

Si era radunata una folla, ai piedi del monte.

La polvere sollevata dal vento accecava gli occhi, sospinta con forza cattiva, quasi volesse graffiare per fare del male.

La luce del tramonto, ormai, volgeva al rosso, cupo riflesso di un venerdì che si stemperava nella notte di nessuno.

E da quella notte sarebbe nato, col suo primo vagito di luce, fin dal primo bagliore lontano dell’orizzonte, il sabato della preghiera, il giorno del riposo, il giorno consacrato al pensiero del bene, allontanati gli affanni e dimentichi delle fatiche della settimana.

Il sole era già sceso dietro le nubi basse che sembravano sanguinare, presàghe di quello che stava accadendo, sembrava si fosse nascosto, sembrava terrorizzato, sembrava colare del suo stesso sangue, aggrumarsi in un mesto cielo quasi marrone, marcio, spento.

Il vento diede uno strattone più forte, che fece vibrare le assi innalzate verso quel cielo di piombo.

E quella vibrazione risuonò di gemiti e sospiri sospesi, singulti spezzati.

Ma non d’amore vibravano i duri legni.

Era il gemito della Morte, il profondo piacere che Lei veniva a prendersi portandosi via le povere vite di quei tre corpi appesi lassù.

Erano in fila, i legni inficcati nel terreno, ai fianchi della strada che era salita fin sulla cima del monte.

Era una fila un pò irregolare, come quella che si crea per effetto di un’animata concitazione, l’agotazione che spezza le linee, che fa tremare le mani anche ai più saldi geometri, quando devono compiere un atto sacrilego.

Assi.

Legni.

A forma di croce.

Conficcate fra il terreno pietroso scuro ed il cielo arrossato di sangue colato, sgorgato dal cuore trafitto del sole.

Sangue sporcava la volta celeste, inchiodata da quelle croci appuntite.

E sangue si spalmava, denso, sui pali, sul nudo legno, e colava, oleoso, nero, fino a terra, stagnante.

E lì formava una piccola pozza, una sorgente di vita che era anche sorgente di morte, lì, sul terreno, sterile, del monte, terra di sassi, di cespugli e di spine.

Sangue.

Sangue da quei poveri corpi contorti, sangue da quell’atroce supplizio, sangue da quei giudici senza giustizia che avevano ordinato di inchiodare l’uomo alla sua sorte in una nera notte senza pietà.

Sangue.

Sangue e dolore.

Le urla dei martiri si erano alzate selvagge, quando i chiodi erano stati colpiti, senza nessuna pietà, dalle pietre, usate come utensìli di morte, anche loro senza nessuna pietà, ed avevano massacrato le carni e le ossa, penetrando impietose fino al duro legno, e, poi, ancora più giù.

Urla possenti e roche, come furono quelle all’aba dei tempi quelle che il Titano aveva scagliato verso il cielo di Zeus, su un altro monte d’Oriente, nel Caucaso lontano.

Chiodi, catene, utensìli impietosi, strumenti di supplizio.

Si contorcevano i corpi, impudichi, nudi, lubrichi, sporchi.

Si, corpi sporchi, perchè il dolore insozza, come il sangue, che con la polvere si lega e s’impasta.

Sporche le membra.

Sporchi i volti.

Spenti gli occhi, orridamente rivoltati all’indentro, per non vedere il dolore del supplizio.

Il dolore che non si vede, forse non si sente nemmeno.

Erano tre, i pali che inchiodavano il cielo al suo Fato.

Ai lati, infitti in cima ai primi due, due miseri relitti umani, esca viva di carne ancora vibrante, carne di ladri, di bestemmiatori e di poveri.

Si, i poveri.

Si, si sa, la povertà è peccato.

E il peccato punito, va lavato col sangue.

Coi chiodi.

E col sangue e coi chiod era stato incatenato, millenni prima, all’aba di tutti i tempi, anche il Dio dei Titani, che aveva osato tradire il re degli Dei per offrire doni all’uomo …

Il monte insanguinato piangeva la sorte di quei miseri legni costretti a sorreggere il peso di tanta sofferenza.

Lì sotto si era radunata una folla, lì, ai piedi del monte.

Lentamente, ormai, il tramonto scendeva nel grembo insanguinato delle Tenebre.

Così, lentamente, la folla saliva verso la cima del monte, a godersi lo spettacolo della carne, del corpo, battuto, che soffre e che muore.

Lo spettacolo della morte attira lo sguardo, istiga il desiderio, irretisce la folla. Di più ancora, lo spettacolo del supplizio e del sangue.

Lo spettacolo della mortificazione, dello scempio dell’uomo, risveglia la belva che vive prigioniera in fondo al cuore dei miseri uomini.

Così, al supplizio del Titano non vollero assistere gli dei, intenti, concentrati, attoniti, nella loro imperturbabile onnipotenza.

Mentre, invece, una folla di squallidi uomini si radunava ai piedi del monte e, di lì, si sospingeva, ansiosa, sù per la strada tortuosa, che s’inerpicava fino alla piccola fila distorta di legni, per assistere allo spettacolo del supplizio degli uomini chiamati colpevoli.

Il supplizio.

Era il supplizio che quei miseri chiodi infliggevano ai poveri corpi di uomini ormai esanimi sotto il peso del dolore che mordeva  povere morte carni esangui.

Corpi che ancora non avevano ricevuto la visita di miserevole pietà della Dama con la Falce.

Corpi schiaffeggiati dal vento di polvere che frustava come una verga.

Il vento, la polvere, la stessa notte, scesero pudicamente a serrare gli occhi di quella feroce torma di cani ringhiosi che si era radunata ai piedi dei legni marroni di grumo.

Erano tre, quei legni.

A due erano appesi i poveri corpi ladri, bestemmiatori e poveri che oltraggiavano ancora la vita con un ultimo disperato sospiro.

Un sospiro fioco, solo un alito, che però non ne voleva sapere di spegnersi definitivamente.

Due erano figli della miseria.

La loro morte sconcia e orrenda era la fine che la Miseria finalmente poteva ricevere come paga per la sofferenza che infliggeva ogni giorno a tutti quei cani che guaivano nel buio.

Ma il terzo, il terzo, quello che stava un pò più indietro, un pò nascosto, col capo piegato nel cavo dell’ascella spezzata, il terzo, quello non aveva su di sè il marchio d’infamia che resta appiccicato addosso a chi deve fare i conti con la miseria ogni giorno.

Era un volto piagato da spine e colpi di sassi e di spranghe.

Ma era il volto nobile di un dio.

Il volto del dio che aveva disvelato il suo volto più vero.

Il dio che aveva osato mostrarsi a quella razza di cani rabbiosi che si dava ancora il nome di uomini.

Era il dio che aveva ritenuto di farsi il dono più alto, facendosi uomo.

Era il dio che aveva voluto assaporare davvero il gusto della vita.

Era il dio che, per avere tutto questo, aveva dovuto mortificare la sua boria di estatico contemplatore dell’Eterno, aveva dovuto smettere di bagnarsi nel fiume che scorre senza tempo, ed aveva dovuto condividere con l’uomo la fatale esperienza della Morte.

Era il dio che aveva scommesso, e perduto con se stesso, per scendere fra i mortali, a godere di un giorno di preghiere.

Era il dio che aveva richiamato quei cani alla loro umana resposnsabilità.

Eccolo, vedetelo, ora, quel dio, dallo sguardo dolce, tenero, paterno.

Vedetelo, ora, con quello stesso sguardo, una volta dolce, tenero, paterno, eccolo, ora, spento, muto, accecato dal dolore e dalla cruda sofferenza della carne. Eccovelo, ora !

Eccolo, lì, inchiodato a quel legno, umano come gli umani, più umano degli umani, dio sconsolato che per provare un giorno di pietosa umanità era dovuto salire fin lassù, su quella punta così acuminata che scarnificava le articolazioni e spezzava le giunture.

Eccolo.

E’ vostro, torma di cani !

Quando la madre si avvicinò a quel corpo sul legno discosto, un pò arretrato, che sembrava voler scansare a quella madre il dolore di uno spettacolo così orrendo, ora, quella madre, non aveva più lacrime.

Solo muto e pallido volto.

Il suo sangue era colato insieme a quello del figlio.

Era colato nel suo stesso cuore, perchè, insieme, avevano un cuore soltanto, per dargli ancora un pò di sostegno, un pò di forza, un pò di sollievo … rubargli un pò di dolore.

Ma non era stato sangue abbastanza.

E mentre lui, lassù, con l’alito sempre più fioco, si spegneva come l’ultimo lucore della sera che diventa notte senza stelle, lei, laggiù, ai suoi piedi, non aveva più il coraggio di guardare.

La vita si spegneva in quei due corpi che avevano un cuore soltanto.

E la torma di cani si spaventò, improvvisamente, vedendo il pallore di quella madre che si scioglieva nell’oscurità della notte senza luna.

Lo spettacolo del sangue suscitava in quei cani guaiti bramosi.

E invece l’immagine dolorosa e immobile dell’amore invincibile, invece, quel quadro di pietà, li sgomentava, incuteva timore nei loro cuori di cani, infondeva terrore ai loro istinti ciechi, spargeva cieco panico nei loro occhi che non sapevano vedere il pallido colore della pietà.

Un brivido percorse le schiene ricurve di quelle bestie randage.

Un ululato si alzò, d’angoscia, spezzato, nella notte, piombata come un sudario, improvvisa, pietosa, sulla cima del monte.

Il vento schiaffeggiava gli occhi dei convenuti, accecava impietoso, quella muta riunita in branco, la polvere pareva fatta di schegge di fuoco !

Un boato riecheggiò, a un momento.

E la bocca del monte si aprì.

A ingoiare tutto il dolore raccolto sulla cima di quel monte inquieto.

Anche la torma di beste fu ingoiata e non s’udì, più, altro che il silenzio pietoso della Morte che dialogava, intenta, col Dio, di quello spettacolo atroce.

Non voglio ricordare più questa storia terribile.

Diceva lei al suo dolce compagno.

E lui sorrideva serafico, in cima al suo trono.

Non voglio ricordare più quest’incubo.

Dico io a te, figlio mio diletto.

E perchè io non possa più ricordare, non bastache cali il velo clemente d’Oblìo, un sipario rosso come il sangue seccato.

Dobbiamo cercare quei legni, ingoiati dalla bocca del monte e staccare quei chiodi, raccogliere quel sangue, ridargli la vita.

Per sempre.

2 pensieri riguardo “LA PIETA’

  1. L’ho letto con grande coinvolgimento. E’ un pezzo molto bello, in cui la descrizione non è semplice descrizione di eventi ma coinvolge l’anima.
    Il finale poi è grandioso…(Sbaglio o anche tu apprezzi De Andrè?…)
    Ciao e tanti auguiri di una serena Pasqua.

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  2. Grazie davvero per averlo letto con tanto interesse.
    L’ho anche un pò aggiustato, stasera.

    De Andrè: si lo amo moltissimo, come qualcun altro, Paolini, Gaber, per esempio … erano quelli che avevano un pensiero, una vera sensibilità, un cuore…
    Questo qui sono … andati, purtroppo, stanno cercando il legno ed i chiodi, di là, là sotto, nella pancia del monte.
    E’ stata una fortuna crescere avendoli accanto, erano una ricchezza che oggi manca. Ma quelli come loro sono eterni, invincibili, immortali…
    No ?

    Buona Pasqua anche a te, cara Patrizia (o Girasole, come preferisci).

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