GAGARIN

Yuri GAGARIN (1934 - 1968)

 

Il 12 aprile 1967, 50 anni fa, il primo uomo si allontanava dal suolo del pianeta per raggiungere lo spazio.

Era Yuri Gagarin.

Eccolo, vediamo come avvenne che la goffa e pesante massa umana acquisto, d’un tratto la leggerezza del vento.

Spazi immensi, liberi, vuoti erano lì da sempre, a diposizione dell’uomo, pronti ad abbracciare quella creatura improvvisamente fattasi leggiadra come le farfalle.

Fiamme, vampe, fumiganti nubi sulfuree, per la prima volta, non erano più simboli demoniaci del Male, ma bandiere al vento, stendardi di libertà infinita.

Era avvenuto qualcosa senza precedenti nella storia.

Ecco un ricordo di quel momento.

 

 

Il silenzio che accompagna il video è la voce stessa dello spazio.

Una voce assordante, piena di contenuti, una voce che nessun orecchio umano può sopportare a lungo.

La voce del sogno, la voce che ha parlato al cuore dell’uomo, la voce che ha narrato la storia del volo prima ancora che questa esperienza … così innaturale si potesse compiere.

Il volo di Gagarin nello spazio è stato il volo dell’uomo al di sopra del tempo.

Un volo che nessuno aveva mai compiuto prima di allora.

Certamente era già avvenuto il prodigio che ali leggere di tela cerata, tese come vele gonfie nel vento, tenute insieme da cordami e strutture leggere, consentissero all’implume tacchino umano di sollevarsi nei cieli.

 



 

L’umo che spicca il volo è davanti ai miei occhi, una visione pura e perfetta che illumina la mia notte.

Le sue mani si protendono al cielo, tese come lame che vogliono affettare l’aria e che trasmettono il movimento violento che le braccia hanno ricevuto dal busto, il busto che, ben piantato sulle gambe robuste si è fatto flessuoso come un elastico che ha ricevuto la spinta dai polpacci, gonfi fino allo spasimo, lanciati nella direzione antigravitazionale dalle leve dei piedi, leve possenti ed agili, veloci, saettanti come le folgori di un temporale notturno.

Non m’importa che sia seduto su una macchina volante azionata dallo scoppiettante motore che sfrutta la potenza esplodente dei combustibili di petrolio.

Il volo è impresso nella mente dell’uomo.

Impresso come il segno del divino che c’è in lui.

La macchina è solo una protesi della mente, una prosecuzione degli arti e del corpo al servizio della potenza esplosiva del pensiero.

Eccolo.

I suoi piedi, ora, si sollevano dalla superficie, lievi come una piuma.

E tutto il suo corpo viene strappato all’abbraccio mostruoso della forza di gravità.

Eccolo.

Le sue carni, per quanto braccate nell’intimo dalle forze più tenaci della natura, dalla famelica crudeltà egoista della Terra, non si lacerano in mille brandelli e, in un tutt’uno con l’aria, si librano come Zèfiro in Primavera …

Eccolo, l’uomo, leggero, etereo come mai si era fatto prima.

Eccolo, Yuri.

Nel 1961, il 12 di aprile di quell’anno, si lasciò trasportare negli immensi spazi infiniti, all’inseguimento di chimere, di sogni, d’ippogrifi …

Cacciatore di pianeti, di astri, di costellazioni …

Ormai l’uomo, con quel volo, era diventato della stessa materia del dio.

Yuri era il primo essere vivente, proprio dopo gli dei onnipotenti, che poteva guardare da fuori l’azzurrina forma vaporosa del pianeta Terra che vaga libera nello spazio.

Era stato proprio lui il primo ad andare alla ricerca dei fratelli più lontani, quelli dispersi nello spazio siderale più profondo, quelli partoriti dallo stesso grembo della vita universale e subito dispersi negli angoli più riposti delle distanze intergalattiche.

Il suo viaggio era stato il sogno di molti altri prima di lui.

Yuri era stato molto fortunato, a coronare quel sogno, ma molti altri uomini, prima di lui, nei secoli, nei millenni che avevano preceduto il grandioso varo del vascello spaziale Vostok 1, molti altri avevano sognato di fare un viaggio di quel genere … prima di lui.

Mi viene in mente il paladino Astolfo, a cavallo del suo Ippogrifo, che vola verso la Luna d’argento e che atterra sul suolo dell’astro notturno, tra le braccia della voluttuosa Iside, alla ricerca di quel qualcosa di inafferrabile che aveva perduto il suo più fido compagno, il senno rapito da Amore del suo più caro fratello d’armi, il prode paladino Orlando …

… Quattro destrier via più che fiamma rossi
al giogo il santo evangelista aggiunse;
e poi che con Astolfo rassettossi,
e prese il freno, inverso il ciel li punse.
Ruotando il carro, per l’aria levossi,
e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse;
che ‘l vecchio fe’ miracolosamente,
che, mentre lo passar, non era ardente.
 
Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch’in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.
 
Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s’indi la terra e ‘l mar ch’intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l’imagin lor poco alta si conduce.

 

E’ una storia che mi ha fatto sognare, quando era poco più che un bambino.

Quel cavallo alato, quel volo nel cielo nero, nel cosmo, quella missione impossibile …

Mentre leggevo quella storia era più o meno il tempo di un’altra Storia.

Era più o meno il 1969.

Era il tempo in cui la fantasia più sfrenata poteva diventare realtà, proprio lì, sotto i miei occhi !

 

 

Era la Storia che superava la fantasia.

Una storia che Yuri non aveva fatto a tempo a vedere: era partito per il suo utimo viaggio, quello che si compie con il biglietto di sola andata, senza ritorno, solo un anno prima !

Ma l’avrà senz’altro immaginata, sognata …

O forse l’avrà vista di lassù, chi lo sa ?

Nel 1969, l’uomo, ormai, se n’era andato a cercare le ragioni della sua esistenza nell’altrove più estremo mai calpestato, si era messo in viaggio, novello Diogene, per interrogare le radici della vita nel più profondo dello spazio, là dove una volta era stata collocata la casa del dio creatore.

 

Sono molte le suggestioni che quella Storia riporta alla mente.

Penso al volo che Parmenide fece fare, 2 millenni prima, più o meno, alle sue cavalle…

 

… Le cavalle che mi portano fin dove il mio desiderio vuol giungere,

mi accompagnarono, dopo che mi ebbero condotto e mi ebbero posto sulla via che dice molte cose,

che appartiene alla divinità e che porta per tutti i luoghi l’uomo che sa.

Là fui portato. Infatti, là mi portarono accorte cavalle tirando il mio carro, e fanciulle indicavano la via.

L’asse dei mozzi mandava un sibilo acuto,

infiammandosi – in quanto era premuto da due rotanti

cerchi da una parte e dall’altra –, quando affrettavano il corso nell’accompagnarmi,

le fanciulle Figlie del Sole, dopo aver lasciato le case della Notte,

verso la luce, togliendosi con le mani i veli dal capo.

Là è la porta dei sentieri della Notte e del Giorno,

con ai due estremi un architrave e una soglia di pietra;

e la porta, eretta nell’etere, è rinchiusa da grandi battenti.

Di questi, Giustizia, che molto punisce, tiene le chiavi che aprono e chiudono.

Le fanciulle, allora, rivolgendole soavi parole,

con accortezza la persuasero, affinché, per loro, la sbarra del chiavistello

senza indugiare togliesse dalla porta. E questa, subito aprendosi,

produsse una vasta apertura dei battenti, facendo ruotare

nei cardini, in senso inverso, i bronzei assi

fissati con chiodi e con borchie. Di là, subito, attraverso la porta,

diritto per la strada maestra le fanciulle guidarono carro e cavalle (segue…)

 

Il volo di quelle cavalle alate era il volo che riusciva a mettere in comunicazione mondi diversi, situati su obite diverse.

Le parole del filosofo di Elea congiungevano il mondo della poesia con quello della sapienza e questi due con quello della filosofia…

I suoi versi sapienti mettevano in comunicazione, attraverso vie sconosciute prima, il mondo dell’anima e del cuore dell’uomo con quello del desiderio di meraviglie, e tutto questo, che trova spazio nell’entusiasmo di un bambino, con la maturità della conoscenza razionale, che rende l’uomo così forte da fare invidia ai Titani !

Parole che vanno oltre l’immaginazione.

Sogni che si fanno realtà, che tracciano il percorso del pensiero dell’Uomo …

Mi vengono in mente altri sogni di viaggio nel profondo degli spazi, sulla superficie incantata della Luna …

Clesia figliuolo di Clesioco di Cnido, scrisse intorno all’India cose che egli non vide, e non udì dire da nessuno. Scrisse Iambulo molte meraviglie che si trovano nel gran mare; e benché finse bugie da tutti riconosciute, pur compose opera non dispiacevole. Molti altri fecero anche così, e scrivendo come certi loro viaggi e peregrinazioni lontane narrano di fiere grandissime, di uomini crudeli, di costumi strani. Duca di costoro e maestro di tale ciarlataneria fu l’Ulisse d’Omero, che nella corte d’Alcinoo contò della cattività dei venti, di uomini bestioni e selvatici con un solo occhio in fronte, di belve con molte teste, de’ compagni tramutati per incantesimi, e di tante altre bugie che egli sciorinò innanzi a quei poveri sciocchi dei Feaci.

Abbattendomi in tutti costoro io non li biasimavo troppo delle bugie che dicono, vedendo che già sogliono dirle anche i filosofi, ma facevo le meraviglie di loro che credono di darcele a bere come verità. Onde anche a me essendo venuto il prurito di lasciar qualche cosetta ai posteri, per non essere io solo privo della libertà di novellare; e giacché non ho a contar niente di vero (perché non m’è avvenuto niente che meriti di esser narrato), mi sono rivolto a una bugia, che è molto più ragionevole delle altre, ché almeno dirò questa sola verità, che io dirò la bugia. Così forse sfuggirò il biasimo che hanno gli altri, confessando io stesso che non dico affatto la verità. Scrivo dunque di cose che non ho vedute, né ho sapute da altri, che non sono, e non potrebbero mai essere: e però i lettori non ne debbono credere niente (segue…)

Luciano di Samosata … che narra la storia vera di un sogno che  si fa realtà, la cronaca di una bugia che ha lo stesso fondamento di verità dell’ardore che nel 1961 spinse gli scienziati russi a montare le piastre d’acciaio del veliero Vostok 1

E’ una storia, quella di Luciano, che arriva fin sulla luna, oltrepassando in maniera decisa l’oltre dei limiti delle Colonne d’Ercole, fino ad allora eterno confine fra il mondo del reale ed il mondo dell’ignoto.

Forse è per questo che Gibilterra, ancora oggi, conserva il fascino particolare di trovarsi al limitare del mondo Vecchio, oltre il quale si apre, nello spazio acquoreo degli oceani, un mondo Nuovo, sognato, sperato da milioni e milioni di viaggiatori, pellegrini della povertà, migranti, poeti dell’immaginario ….

Ma c’è ancora un altro sogno che mi viene in mente.

Un sogno che si è fatto imprigionare nelle parole di uno scriba sconosciuto, secoli e secoli ancora prima dell’epoca di Luciano di Samosata, che già apparteneva al secolo II dell’era cristiana.

E’ il sogno di uno scriba della terra dei Due Fiumi, quella Terra della Mesopotamia che ha dato origine alla civiltà degli uomini.

Un sogno che forse ha più di quattromila anni.

Un sogno che ha la chiarezza delle parole più precise, anche se furono le prime ad essere pronunciate a proposito del desiderio di volare.

Il sogno del primo volo, un volo a cavallo di un’aquila, nel cielo più alto mai raggiunto da un uomo prima.

Era il volo di Etana.

Pianse e sospirò nella fossa l’aquila. Per comando di Shamash, egli, Etana, la fece uscire dalla sua fossa. Un piccolo uccello ella ottenne; si rifocillò e riacquistò forza. L’aquila aprì la bocca e disse a Etana: “Dimmi ciò che desideri da me, te lo darò”. Etana disse: “Amica mia, dammi la pianta della generazione, fammi vedere l’erba del parto. Ciò che uscirà dal seno della mia regina mi stabilirà un nome!”.
L’aquila promise di procurargliela, una volta che avesse ripreso le forze. Per otto mesi Etana le portò cibo. Guarita, l’aquila disse a Etana: “Appoggia il tuo petto contro il mio dorso, afferra con le mani le mie ali, pianta i gomiti nei miei fianchi. Sto per librarmi nell’aria. La pianta che tu cerchi è nel cielo di Anum, presso il giardino di Inanna”.
Essa lo innalzò per il cammino di un’ora doppia.
“Amico mio – disse l’aquila – guarda il paese com’è!”.
“Il vasto mare è come un recinto per il bestiame!”, disse Etana.
Essa lo innalzò per il cammino di due ore doppie.
“Amico mio – disse l’aquila – guarda il paese com’è!”.
“Il paese si è cambiato in un orto e il vasto mare è come un cesto!”, disse Etana.
Essa lo innalzò per il cammino di tre ore doppie.
“Amico mio – disse l’aquila – guarda il paese com’è!”.
E vide Etana la Terra come un fossatello di un giardiniere.
E giunta che fu la quarta ora doppia, l’aquila vide la paura negli occhi di Etana.
Ascesero fino a Inanna. “E ora?”, disse l’aquila. “E ora, più nulla vedo. Non vedo, ora”, disse Etana. E preso da spavento si rivolse all’aquila: “Batti il passo, affinché io ritorni sulla Terra!”.
Ma ebbe vertigine, e le sue mani si intorpidirono, e niente divenne il corpo: si sentiva scivolare, e con un grido trascinò in rovina sé e l’aquila.
Per due ore doppie essi precipitarono. L’aquila cadde e lui le stava davanti.
Poi il precipitar ancor li seguì.”

 

Il cinquantenario del primo volo di un uomo lungo l’orbita terrestre, il primo passo dell’uomo in equilibrio sul vuoto assoluto, è l’anniversario del sogno.

Come possiamo, noi che abbiamo visto compiersi questi sogni,vivere, oggi, senza più sogni ?

Come possiamo, noi che vediamo svanire, sotto i nostri occhi, il limite che, per tutte le generazioni che ci hanno preceduto, ha tenuto separato il mondo reale da quello sognato, come possiamo, noi, oggi, vivere, allora, senza più sogni ?

Come possiamo, noi, proprio noi, allora, fare spegnere quella fiamma ?

Come possiamo smettere di volare, di camminare su pianeti sconosciuti, di abbracciare e di stringere al cuore i nostri fratelli di vita che abitano negli spazi lassù ?

Come possiamo accecare con le nostre stesse mani i nostri stessi occhi ?

Come possiamo, noi, mai sottometterci a quelle stesse catene che noi medesimi abbiamo sognato di spezzare, in una lunga catena di generazioni senza fine …

Noi lo abbiamo sognato, da sempre !

Ed alla fine le abbiamo spezzate, quelle catene, fieri, sognatori, orgogliosi di prendere tra le mani il nostro destino !

Ecco perchè quando guardiamo volare un uccello non proviamo più invidia.

Ecco perchè gli stessi dei dell’Olimpo si sono venuti a sedere al nostro fianco !

2 thoughts on “GAGARIN

  1. Quanti bei voli amico mio hai descritto
    per noi e prima ancora nel tuo cuore per
    te.
    Io ricordo il desiderio “fanciullesco” di Icaro che la
    morte ha cancellato per sempre.
    Volare, i miei voli sono solo di fantasia, ma
    ti giuro che oltrepasso anche la nostra Via Lattea
    a cercare ll momento più dolce per dare il Senso
    alla vita.
    Jurij è stato ed è quel sogno eterno di
    tutta l’umanità.

    La tua concittadina
    Mistral

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  2. Cara Gina, sognare, volare, oltrepassare i limiti di qualunque Via Lattea tracciata nello spazio è un potere speciale che hanno i privilegiati.
    Io chiamo così, privilegiati, quelli che hanno una sensibilità, un’anima, che hanno la fortuna di essere baciati da una Musa, come te.
    E quindi con Yuri è stato bello volare!

    PS. Il testo, come al solito, l’ho un pochino rivisto, in una seconda … lettura.

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