CECITA’

Migranti
Migranti ad Ellis Island

Coragio

Jesus Maria, Argentina
23 aprile 1878

Charisimi fratelli
io son venuto con queste due rige a farvi sapere il stato di mia perfetta salute che dopo la mia partenza o avuto sempre una fiori di salute e così spero il simile di voi e di tutta la familglia vi fasio sapere che io mi trovo contento di essere venuto inamerica per che qua si e sicuri di non morire di fame che qua valle più 2 giorni di lavoro che in italia 2 mesi dunque io sarei bramoso di sentire una upiopne di voi tutti di familglia che qua noi altri siamo sichuri di far soldi e non stia aver dispiacere di lasciare la polenta che qua si magna buona carne e buon pane e buoni uceli. I Signori di talia diceva che in america si trova delle bestie feroce, in italia sono le bestie che sono i signori. Io son stato ala chacia domenica ulliva e si trovava dei grandi animali al pascolo un animale lo si trova con 25 franchi e 30 al piu dunque vi prego farmi una pronta risposta se siate contenti di venire dunque io non o altro che dire solo che di salute tuti di familglia e salutatemi mia sorella e mio chugnato e salutatemi mia zia e mio zio e salutatemi Giuseppe Chaineri e tutta la famiglia. Adio A Dio per altro, chari fratelli non state a scaldarsi di venire aspetate che io vede la ricolta.
Adio a Dio, datevi coragio
Petrei Vittorio
Giovanni De Mauro
settimana [at] internazionale.it

Caro fradello …

così cominciavano le lettere che zio Peppino, il fradello di mio padre, spediva a casa.

Io ero bambino, piccolo, e non sapevo leggere ancora.

E non sapevo ancora che quella parola conteneva un errore…

E che, insieme, oltre a quell’errore, si potava appresso tante altre cose.

Valori preziosi più più dell’oro e delle gemme. Cose che non potevo ancora capire.

Erano scritte, le lettere di zio Peppino, su foglietti piccoli, rettangolari, un pò ingialliti.

Erano scritti con una calligrafia incerta, ma piuttosto ordinata e piccola, quasi minuta.

Io me li ricordo così.

La loro storia è lunga, molto più di quanto io non sia in grado di raccontare.

Li ho scoperti tardi, quando ho messo in ordine le cose che appartenevano a lui, mio padre, quelle cose che aveva lasciato chiuse in una cassa militare, alta più o meno un metro, un parallelepipedo di legno, color verde cachi, di smalto lucido, appoggiata fuori al balcone.

Lì dentro c’era l’eredità personale di mio padre, c’erano i resti del suo mondo interiore, quello che un figlio non può comprendere troppo presto. E’ di un tesoro che richiede troppa perizia per essere scoperto senza dover versare qualche lacrima e, comunque, come ogni tesoro che giace sepolto sotto una coltre che lo nasconde alla vista, è necessario avere anche un pò di fortuna per vederlo tornare alla luce.

Comunque …

Caro fradello …

Era un intero mondo che parlava, scriveva, salutava …

Mi torna in mente anche un altro ricordo di quelle lettere, un’altra eco di quel mondo.

Mi ricordo che stavano conservate – o nascoste, chissà – dentro un cappello militare, custodito dentro il suo armadio, l’armadio di mio padre. A fianco c’era la bandoliera della divisa di grande uniforme che conteneva le gelide catenelle di metallo brunito. E dietro, ben occultata – ma non abbastanza, per me – c’era anche la sua pistola d’ordinanza. E poi, altre sue cose, un pò alla rinfusa.

In quel cappello, tra qualche residuo di vita militare e qualche altro di vita personale, ecco, c’erano sempre alcuni di quei foglietti, con quelle poche righe tracciate in fretta.

Era zio Peppino che scriveva, il fratello più piccolo, l’ultimo che aveva lasciato la sua terra, il destino di contadino bruciato dal sole, la misera condizione di agricoltore cui spetta solo un presente di fatica e sudore, e nessun futuro.

Tutti erano già partiti, andati via, lui era rimasto l’ultimo.

Erano andati a cercare quel che era sulla bocca di tutti, in paese. Quello che, per chi era partito, per gli altri che erano già andati, si stava già preparando.

Per loro si stava aprendo, addirittura, meravigliosa, una strada nuova, la speranza abbagliante di un futuro, un grande destino.

La FABBRICA.

Era zio Peppino che scriveva.

Dava sue notizie, i segni di una nuova esistenza.

Caro fradello …

Certo, non so come continuava esattamente. Cosa c’era dentro quelle poche parole ? Che fatti, che eventi, che circostanze ? Cosa si nascondeva sotto quei segni scarabocchiati di fretta che, per me bambino, restavano indecifrabili ?

Anche quando è riemerso, quel tesoro, dal fondo della cassetta militare, io non ancora non lo capivo bene.

Certo, adesso sapevo leggere, ormai. Certo.

Ero un liceale licenziato, ormai – da poco – un universitario.

Ma non basta saper leggere, per capire.

Ora sono sparite, quelle lettere.

Perdute negli archivi del tempo.

Non so più dove sono.

Forse sono state buttate, gettate via, chissà, per fare spazio, quando l’esigenza di fare ordine ha preso il sopravvento su tutto il resto.

Forse si è trattata di una forma inconscia di rimozione.

Adesso però mi piacerebbe ritrovarle, quelle testimonianze di un altro mondo.

Mi piacerebbe potessero ricomparire, per miracolo, per magia.

Un regalo, un dono del destino.

Ma è impossibile, inutile, vano, lo so, questo desiderio. E’ come il desiderio di poter ritornare indietro nel tempo, ad un’età ormai trascorsa, al momento in cui fu commesso, innocentemente, quel peccato d’ignoranza, quel sacrilegio d’empietà, di miscredenza.

Non so cosa c’era scritto realmente in quelle pagine.

Raccontavano, certo, gli accadimenti quotidiani, e la loro specialità, della vita di una  famiglia che diventava diversa, che era emigrata lontano, lassù, al Nord, nella magica Torino.

Raccontavano di un uomo nuovo, un nuovo operaio, un nuovo automa che voleva diventare felice.

Un automa che, però, conservava ancora ancora le mani callose di coltivatore della terra. Le conservava anche in quella città, anche lassù, nell’antica, temporanea, capitale d’Italia, di un’Italia ancora da fare.

Una macchina efficiente ma affamata, forte ma di quella forza speciale che è fatta di carne, di muscoli, di tendini tesi allo spasimo, fino alla stanchezza, fino alla rottura, allo schiocco che segna il punto di frattura.

Un robot d’ultima generazione, un androide.

Con le mani piene di calli.

Calli che nessuna manicure avrebbe mai accarezzato.

Mani che volevano fare, creare il nuovo mondo, manipolare il destino, cesellare la fortuna, dare forma al futuro …

Mani con i segni duri della fatica.

Mani scappate alla fatica della terra.

Mani sfuggite al ricatto della miseria.

Non so con quali parole continuava, zio Peppino, ad innaffiare i sentimenti di fratellanza che continuavano a tenerlo legato al suo stesso sangue.

Sangue diviso equamente, un’eredità spartita fra fratelli.

Tutti emigrati,quei fratelli, ad eccezione di uno, una sorella, per l’esattezza, rimasta al paese, nelle piane salentine, sposa del mondo rurale, una regina andata in sposa ad un principe locale.

Il loro padre, mio nonno, era morto giovane, vittima del destino vile che ruba la vita nel comodo letto di casa ad un povero cristo che era scampato alle tragedie della guerra, della Grande guerra, la prima del XIX secolo, quella che avrebbe dovuto dare il segnale di allerta ad un’umanità distratta, disattenta, troppo impegnata ad accumulare ricchezza e benessere nel bel mezzo della corsa del mondo che aveva cominciato ad elettrificarsi.

La madre, mia nonna, era sopravvissuta a tanto dolore.

Lei me la ricordo, invece lui, mio nonno non l’ho conosciuto mai.

Lei, la rivedo, una vecchina, vestita di nero, sempre uguale, incartapecorita, che parlava un dialetto che poteva benissimo essere lo stesso di una dea greca, duro come doveva essere stata la sua vita, la vita di una povera ragazza, diventata donna, madre di sette fratelli, tutti emigrati, i maschi.

Era restata solo la femmina, a tenerle compagnia, alla fine.

Emigrati, gli emigranti, nelle fabbriche del nord.

E, poi, chissà, delusi, forse, o forse ingannati, oppure contenti, soddisfatti, poi erano tornati tutti a casa, uno ad uno, dopo anni di fatica, di un’altra fatica, di sacrifici, altri sacrifici, sacrifici differenti da quelli che avevano scansato fuggendo al nord …

Anni di sogni, sogni grandi, immensi, così vasti che non c’entravano nella campagna che, pur era sconfinata, si apriva al limitare del paese, anni di sogni e di illusioni …

Loro erano andati via per trovare la loro strada, per cavalcare le promesse di una vita.

E, chissà, forse erano stati disarcionati …

Oppure no … erano stati tutti fieri cavalieri, con il fucile imbracciato, tutti come Buffalo Bill, a caccia di bisonti, nella campagna che si apriva nella prateria della loro immaginazione, al limitare della metropoli del nord … lì dovevano esserci mandrie davvero speciali … al pascolo … tra le catene di montaggio dei reparti della fabbrica …

Loro erano andati al nord.

Nella terra che aveva un nome come quello di un paese straniero.

Erano andati in fabbrica.

Erano andati in cerca del mondo moderno, della loro porzione di modernità.

Ed entrati in quel mondo moderno.

Il mondo della fabbrica.

Lo ripeto, non conosco i fatti, non conosco i dettagli.

Conosco le conseguenze, le conclusioni, se posso dire così.

Uno ad uno sono rientati tutti.

Accompagnati dalle loro mogli che, intanto avevano imparato a vestirsi, a pettinarsi, ad atteggiarsi in fogge e pose improbabili, impossibili, vere donne del sud che erano state contagiate dalla modernità del nord.

Accompagnati dai loro figli, ormai tutti muniti di titolo di studio e qualcuno anche del titolo di professore.

Uno ad uno sono ritornati tutti dove avevano lasciato le loro radici.

E lì, piano piano si sono spenti i loro sogni impossibili, dopo quell’alta vampa di vita.

Caro fradello.

Mi rimbombano nella testa quelle parole.

Me le sento circolare nel sangue.

Quella, ripetuta, reiterata sgrammaticatura, quella “d” fuori posto, è entrata ormai a far parte del mio dna.

Un dna certo molto precario, instabile, mutevole.

Un dna del quale fanno parte anche i cromosomi dell’altro ramo della mia famiglia, quello di mia madre.

Lei ha avuto tutti i suoi parenti scampati al furore della guerra, della seconda guerra mondiale, una guerra feroce, crudele, più terribile delle altre, la guerra che ha battezzato addirittura la potenza dell’atomo messa al servizio dei generali, dei generali a stelle e strisce.

Ma secondo me tutti i generali del mondo sono uguali, hanno tutti la stessa divisa, marciano compatti, tutti insieme, tutti ordinati e disciplinati, sotto la stessa bandiera, una bandiera grande, rigida, una bandiera che porta i colori di tutte le bandiere del mondo.

Se la bandiera dei generali è una bandiera a stelle e strisce è lo stesso che se fosse la bandiera dei generali del sol levante. Tutti generali pronti ad ordinare la guerra e la morte

Anche mia madre ha avuto la fortuna di non avere lutti in famiglia per causa di quella guerra.

Ma i suoi parenti, se sono scampati ai cannoni ed alle bombe della guerra, comunque non si sono potuti sottrarre al sogno di emigrare.

Nel regno della democrazia a stelle e strisce.

Partiti, tutti, su un bastimento diretto a New York.

Tutti meno lei, promessa sposa all’uomo che sarebbe diventato, di lì a qualche anno, mio padre.

Altra emigrazione, altra terra, altra destinazione.

Stessi sogni, stessa illusione, stesse fabbriche.

Perchè anche le fabbriche sono tutte uguali, uguali in ogni parte del mondo.

Ed impiegano uomini tutti uguali, in ogni parte del mondo. Tutti emigrati. Tutti sognatori.

E li piegano al loro ritmo disumano, alla loro ferrea volontà, al loro volere disumano.

Uomini cui viene rapìta la vita, in cambio del riscatto di un salario.

Un salario, che, d’altra parte, riscatta intere generazioni dal destino atavico della miseria.

Un salario che ha il valore di un sogno, del sogno che riscatta dalla disperazione, magari dalla disperazione post bellica, come quella che fece fuggire la famiglia di mia madre.

Loro non sono tornati indietro dall’America.

Si può dire che hanno avuto successo.

Molti, per l’età o per malattia, ormai, sono sepolti nei cimiteri d’oltre-oceano, in qualche città vicino New York.

Ma gli altri, molti di più, oggi sono onorati cittadini, cittadini a stelle strisce, cittadini della nazione a stelle e strisce.

Ma io non li conosco neanche.

Caro fradello.

Cominciavano così quelle lettere che parlavano della vita, della speranza, del sogno.

La vita, la speranza, il sogno, ma talvolta anche il dolore e l’illusione.

Vita, speranza, sogno, dolore, illusione, che sono gli stessi di ogni emigrante, di ogni emigrante di ogni paese, di ogni paese di ogni continente.

Vita, speranza, sogno, dolore, illusione se ne stanno impressi al centro dell’anima, attaccati disperatamente a quei cuori da emigranti, rifugiati in fondo agli sguardi persi e malinconici di chi vede ancora, con gli occhi della memoria, le sconfinate pianure dove furono piantate le loro radici, quelle radici che, poi, un giorno, prima di prendere il vaore per New York, furono recise.

Stanno sempre lì, sempre nello stesso posto e se si prova a guardare con un pò di attenzione, si possono vedere molto bene, facilmente, senza nessuno sforzo.

Anche i migranti di oggi, i rifugiati, gli scampati dalle guerre, dalla miseria, dallo sfruttamento, anche nei loro occhi ci sono la stessa vita, la stessa speranza, lo stesso sogno, lo stesso dolore, la stessa illusione …

Oggi li chiamano clandestini.

Perchè chi li chiama con quel nome non vuole guardare in quegli occhi e non vuole vedere il mondo che c’è dentro.

Chi li chiama così non vuole vedere, non vuole più vedere.

E’ vittima della cecità, della cecità del cuore.

Una cecità che rende disumane le sue vittime, che nasconde l’uomo a chi uomo non sa più di essere.

Ecco, la cecità.

Forse così continuava la lettera di zio Peppino:

“Caro fradello, la cecità …. “

5 pensieri riguardo “CECITA’

  1. L’ ho letto d’un fiato, non ho niente da dire di questo tuo affresco, che credo sia reale e non un racconto fantastico, si sente qui la veridicità, qui c’ è solo da leggere in un fiato e da rimanere zitta senza fiatare, con l’ amaro in bocca e soprattutto la cecità nel cuore da togliere al più presto.
    Ciao.

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  2. Un fiume di emozini in piena.
    Ricordi incancellabili che hanno al centro di
    tutto il riscatto umano di poter dare a sé stesso
    la dignità di esistere. Sono cambiati i tempi
    ma non la “voglia” di andare verso ciò che si
    crede “diverso” per migliorare la propria vita.
    Quando il cuore è “puro” nessuna benda può
    renderlo cieco, tu questo lo sai molto bene,
    La cecità appartiene solo all’uomo meschino che
    guarda solo al proprio interesse.

    Grazie davvero Piero per
    la tua “luce”.

    Mistral

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  3. Carissima Paola, ovviamente è tutto vero, nessuna immaginazione può competere con la realtà. Che è, poi, la mia. E così, forse, si capisce meglio anche perchè le mie idee, i miei “sogni” di un futuro migliore, non sono frutto di un’infatuazione sentimentale, di un romanticismo idealistico.
    Le mie carni sono impastate di questi sogni.
    Il mio sangue è fatto di questo plasma.
    Per questa umile e banale ragione – forse – non riesco ad accettare questa quotidianità squallida e disumana (anzi, a-umana).
    L’amaro in bocca, carissima Paola mia, mi viene perchè vedo altri che, pur essendo impastati della stessa materia mia, fanno e dicono da traditori della loro natura, dimenticano i loro stessi affetti familiari che solo ieri avevano navigato su treni e bastimenti in cerca di sogni troppo spesso solo illusori. E oggi, tradendo la propria natura meticcia, di sangue misto, si ergono a puritani della razza (e quando è la celtica, a me viene da ridere, perchè è una razza che non c’è, un’invezione di una parte poltica surrelalista), si foderano gli occhi ed il cuore dei propri interessi e della propria fortuna di essere benestanti, e dimenticano di essere uomini.
    Questo mi da la nausea.

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  4. Carissima Gina (l’affetto mi chiede di chiamarti col tuo nome, se me lo permetti), sempre grazie della tua appassionata pazienza.
    Si, il cuore non può essere cieco: almeno finquando non si trasforma la natura di un uomo in un clone che ha solo l’apparenza esteriore dell’essere umano.
    Questi coloni sono molti, in circolazione, oggi. Io non amo i film, non ne vedo quasi mai, ma ne ricordo uno di molti anni fa, uno di fantascienza, di Carpenter, mi pare (ma non ricordo il titolo), che aveva una storia molto simile alla mia metafora.
    Cloni disunani.
    E poi reduci umani che devono lottare per conservare la specie.
    Non è la stessa storia di oggi?
    Io seguo il mio dna, il mio sangue, la mia carne, come molti milioni di altri miei simili che hanno vissuto storie simili alle mie. Ma per molti, per il meschino interesse economico/materiale (per molti è solo il desiderio di questo interesse, l’odore, che li eccita come le bestie con il sangue) rende possibile il tradimento della propria natura, del proprio dna, del proprio sangue, della propria carne.
    Come devo considerare questi esseri, se non dei cloni?

    Mistral/Gina, carissima amica/concittadina, credo di non avere alcuna luce da irradiare. Oggi sento solo il ribollire del sangue: da giorni e giorni la tv manda le immagini di poveri cristi che vengono trattati come bestie da “noi” civili/democratici.
    Lasciati all’addiaccio, senza pensare che anche loro hanno un cuore, nel quale circolano gli stessi sentimenti, gli stessi sogni che circolavano nel cuore dei nostri parenti più stretti solo pochi anni fa.
    Sono stato ad Ellis Island, dove sono passati milioni di “nonni” europei ed italiani.
    Milioni.
    Possibile che abbiamo dimenticato i nostri nonni?
    Possibile che la nostra memoria si diventata così corta?
    Memoria traditrice?
    O siamo noi, i traditori, che ricordiamo solo quello che ci fa più comodo?
    Quante memorie coltiviamo, oggi, da quella fascista, (che riemerge dalle brume della storia per ritornare ad essere vitale nei banchi parlamentari e nei rappresentanti di governo?), a quella celtica (memoria di cartapesta, reale come lo scenario di una quinta teatrale, e altrettanto menzognera, tuttava anch’essa rappresentata negli scranni del parlameno e del governo), a quella comunista (quasi romantica nella suoi idelistici tabernacoli foderati di bandiere rosse), a quella nazionale (che ha dimenticato l’obbobrio di aver combattuto al fianco dei nazisti e di essersi macchiata delle leggi razziali, proprio nel nome del tricolore) e, infine, a quella religiosa (che dimentica di essere la testimone di un unico dio d’amore che volle, forse, per sè, tutta l’umanità, e che, invece, nel nome di tante fedi corrose dalla brama del potere, si arma di potenti scimitarre, di carri armati, razzi, fondamentalismi di ogni specie)…
    Quante memorie coltiviamo?
    Ma se non abbiamo più memoria neanche dei nostri più stretti antenati, neanche dei nostri nonni e dei nostri zii … sono forse tuttememorie di comodo?

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