PARADISO

Peter WEISS -PARADE 1945

 

 
 
Parto.

Io parto.

Ho proprio deciso.

Prendo su il mio fardello e vado.

Così ho pensato una volta.

Devo lasciare questa casa, perchè ormai è troppo forte il dolore che provo qui dentro.

Devo andarmene, non posso vedere come sono ridotti i miei fratelli, che fine ha fatto mia madre.

Mi spezza il cuore vedere come è mortificato mio padre.

Una larva, un derelitto, tutto un’altro uomo , tutto il contrario del coraggioso combattente che mi ha dato la vita, che  ed marchiato a fuoco nell’anima mia l’educazione, i buoni princìpi, i valori più alti.

Se ne sta mezzo rincoglionito davanti al televisore sfarfallante, tutto il giorno, con la barba lunga, l’abito da casa unto e bistrattato, l’aria persa, quasi il fallimento gli avesse rubato l’enegia mentale.

Il fallimento.

Già!

Si.

Il fallimento.

Ma non vorrei dire una cosa per un’altra.

No.

Non si tratta mica del fallimento di un’attività, di un’impresa, d’un negozio, o di un ristorante, o di una ditta.

No, proprio, no.

Se pensate una cosa del genere, vi state sbagliando.

 

E anche mia sorella.

E mia madre.

Che vi stanno a guardare in silenzio, senza dirvi nulla. Neanche un bicchiere d’acqua fresca, vi offrono.

Perse.

Anche loro.

Svanite.

Come due campane stonate.

Il fallimento.

Anche per loro.

E’ stata una tragedia, per noi, per tutti noi, il fallimento.

Erano due donne stupende.

Avevano il portamento fiero e altero delle donne di un popolo orgoglioso.

Capelli corvini, occhi neri, slanciate, prosperose, sembravano due matrone, sembravano sorelle, non madre e figlia.

Erano l’orgoglio di mio padre.

E anche mio.

E dei miei fratelli.

 

Eravamo tre maschi.

Siamo ancora tre, tre fratelli.

Ma dentro i nostri cuori si sente il suono fesso della mortificazione e dalla vergogna.

Falliti.

Falliti anche noi.

Fallite mia madre e mia sorella, ormai ridotte a misere ombre, falliti noi, tre fratelli, fallito mio padre.

Già.

Il fallimento.

 

Non è mica facile raccontare cosa è accaduto.

Quello che vi dovrei spiegare, per essere creduto, è che non si tratta di qualcosa che si percepisce chiaramente.

Non è accaduto niente che, a prima vista, possa dare la misura del male che si è abbattuto su di noi.

Niente a cui si possa realmente dare la colpa, attribuire la causa.

No, no, nessun passo falso. Nè di mio padre nè di nessun altro.

O almeno niente di così preciso.

Tutti abbiamo continuato a fare e dire sempre le stesse cose, come sempre. Con lo stesso successo di sempre. Con lo stesso atteggiamento interessato di sempre. Con la stessa cura. Con la stessa perizia.

Si, è stato così. E’ successo che …

 

E’ successo che qualcosa ha cominciato ad insinuarsi prima tra di noi, poi dentro di noi, poi ci ha tolto la sicurezza di sempre, il sorriso, l’onore, l’orgoglio, la fierezza.

Poi il nome, ad un certo punto nessuno di noi aveva più il suo nome, nessuno aveva più un nome con cui farsi chiamare.

Poi una casa.

E poi una terra d’origine.

E infine… ci siamo sentiti vuoti, come dei gusci inutili, leggeri, con le stesse fattezze esteriori di sempre, ma senza più un qualcosa per riempire quelle parvenze che si afflosciavano sempre di più.

E’ stato come una malattia, come un contagio, un’epidemia che ci ha colpiti uno ad uno, senza lasciare superstiti.

Morti, ma ancora ufficialmente vivi.

E anche intorno a noi, per le strade, si poteva vedere che quella … cosa stava accadendo dappertutto.

Si vedevano le case diventare un pò per volta sempre più grigie, sempre più preda dell’incuria, della trasandatezza, trascurate come se fossero state abbandonate.

Così anche le strade, i parchi, i mezzi pubblici, le auto private.

I grandi grattacieli che una volta spledevano sfidando il sole abbaccinante e che si innalzavano fino a dare del tu al dio del cielo, anche loro, poco a poco, si sono lasciati andare, come se si fossero incurvati sotto il peso della polvere, della sporcizia, dell’indifferenza degli uomini della città.

Gli alberi, verdi, sempreverdi, di fusto alto e forte, si sono lentamente travestiti da lugubri scheletri sempre più anneriti.

Ed i cartelloni della pubblicità, grandi, immensi, strafottenti nella loro presuntuosa convinzione di proclamare un’era di benessere a buonmercato per tutti, anche quelli si sono stracciati e, come spinti dalla furia di un uragano irresponsabile e inarrestabile, furibonda vendetta della natura dominata dalle fabbriche dell’uomo, anche i cartelloni si sono accasciati, si sono lentamente appoggiati nella sporcizia che si accumulava sul selciato e, poi, si sono fatti tutt’uno con quella.

 

Già! Il fallimento.

Io lo chiamo così perchè senza nessuna causa apparente o reale tutto quello in cui avevo creduto è miseramente fallito.

Tutto.

Tutti noi credavamo in qualcosa.

Mia sorella pensava di avere il destino riservato alle principesse, di sposare un cavaliere di splendide fattezze, ricco e nobile.

Sognava, mia sorella.

Di avere dei figli.

Spettacoli, concerti, teatri.

Il suo lavoro da grande professionista con qualche specializzazione di successo.

Come i miei fratelli.

Tutti grandi lavoratori, con titoli di studio preziosi, conoscenze sofisticate, competenze assolute.

E il genio!

Un grande genio talentuoso che gli avrebbe assicurato di primeggiare in qualunque sfida al futuro.

Poveri sognatori.

Sconfitti.

Tutti sconfitti.

Tutti con lo stesso marchio del fallimento stampato negli occhi.

Sbarrati.

Le bocche smorte.

 

Passi strascicati, appetiti spenti, desideri delusi.

Poco a poco si è arrivati a questo.

Il fallimento si è impossessato di tutti loro senza che neanche se ne accorgessero.

Anzi, a farci caso, a chiederglielo ancora adesso, ad interrogarli, loro neanche lo sanno che sono stati svuotati, che qualcuno o qualcosa li ha fatti diventare come dei vestiti vuoti, senza un corpo, senza neanche un manichino di sostegno, o una gruccia, una stampella.

Loro non lo sanno di essere falliti.

Neanche mio padre, il mio povero babbo.

Laborioso, una volta, irrefrenabile, ingegnoso, irrequieto come un bambino che vuole, che deve conquistare il mondo!

Per regalarlo a me.

E ai miei fratelli.

Per porgerlo nelle mani di mia madre, per appoggiarlo sulle gote, come un bacio amorevole, di mia sorella.

E ora, che dolore, vederlo immobile lì, per ore, davanti al quadro scintillante della tivù, semincosciente, sordo, neanche sdraiato, buttato, come uno stracco vecchio, sul divano sdrucito.

 

Una volta la mia casa, la mia città erano un’altra cosa.

Io me lo ricordo bene.

Non so perchè, ma a me non è successa quella terribile cosa che s’è presa tutti quelli che conoscevo.

A me non sembra di essere diventato come uno di loro.

A dire il vero, neanche loro sanno di essere cambiati, ve l’ho detto.

Qualcuno, con un pò di coscienza in più, ricorda che le televisioni hanno parlato, tempo fa, ma non si sa neanche bene quanto tempo fa era, hanno detto che c’era in arrivo la crisi, una crisi economica, morale, sociale, un sovvertimento, una rivoluzione, un moto della storia, un rivolgimento …

Ma subito il Primo Ministro si era precipitato in diretta a smentire, negare, anzi, a dire con modi convincenti e diretti, che non c’era nulla di vero in una notizia così disfattista.

Ottimismo, serviva ottimismo!

Non bisgnava cadere nella trappola delle opposizioni che volevano seminare il panico per approfittarsi della situazione a loro favore.

Qualcun altro ricorda anche che si erano diffuse voci di cpoinvolgimenti del Primo Ministro stesso in sporchi affari economici, evasioni fiscali, truffe, trame mafiose.

Addirittura era stata diffusa la notizia, inventata ad arte dalle opposizioni sempre più a corto di argomenti politici sostanziali e reali, che lui, il Primo Ministro aveva avuto rapporti sessuali con minorenni, escort, prostitute, puttane, mignotte, cocottes, attricette di seconda serie.

Si era detto che aveva scelto le sue rappresentanti nel governo in cambio dei favori sessuali che aveva ricevuto.

Ma è evidente che tutto ciò erano solo fandonie, pericolose come attentati, ma solo bugie.

E poi, lui, ormai, era un povero vecchio, solo un povero vecchio interessato al bene della nazione.

Erano accaduti fatti strani in quel periodo, sembrava che il mondo intero fosse stato preso da un moto convulso inontrollabile che sbatteva i poveri, come mostri, sulle coste dei paesi più ricchi, che invertiva gli indici economici secondo il contrario di quanto il buon senso degli analisti poteva prevedere.

Poveri analisti, poveri economisti, poveri econometrici…

Falliti.

Tutti falliti.

Come mio padre.

Come i miei fratelli, che desideravano uno studio in Wall Street con le scrivanie di cristallo e le segretarie con la minigonna sempre alzata.

Falliti.

Falliti anche loro.

 

Ma io non sono diventato così.

Io non sono diventato come loro.

A me non sembra.

Io non aspetto più nulla, ormai.

Io non voglio più nulla.

Non ho niente e non voglio più niente.

Non ho neanche più una casa in cui stare.

Nè una città.

Nè ho più un desiderio.

Sto bene, così.

Il televisore mi rimanda i suoi riflessi sempre più baluginanti ma io me ne infischio!

Non ho più neanche una lametta per fare la barba.

Sono giorni che non sento il bisogno di alzarmi dal divano.

Non mangio e non bevo.

E perciò non caco e non piscio !

Non sono mica come uno di loro, io.

Io ho già tutto.

Io sto bene.

Anche dio m’invidia.

Perciò adesso vado via.

Vado lontano da loro.

Ho proprio deciso.

Prendo su il mio fardello e me ne vado.

Così ho pensato.

Devo lasciare questa casa, l’ho pensato, l’ho detto, devo farlo!

E’ troppo forte il dolore che provo qui dentro.

Loro sono falliti.

Falliti, sono solo dei poveretti falliti.

Io me ne vado lontano.

Io merito altro.

Io merito …

il Paradiso!

4 thoughts on “PARADISO

  1. Mannaggia a te Piero, ho fatto davvero fatica (
    perdo spesso la concetrazione quando ciò che
    leggo è un po’ lungo) ma ne è valsa la pena.
    Anch’io voglio fuggire da questo “mondo” che
    non ha ha più nulla di vero, ma sa solo mostrare
    corruzione e degrado morale.
    Purtroppo la coscienza della gente dorme sonni
    profondi, e, c’ è chi, non ha nessun interesse ha
    svegliarla.
    Voglio essere libera di respirare aria pulita e
    nuova.

    Grazie mille Piero
    la tua concittadina
    Mistral

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  2. Cara Mistral, grazie mille a te; la tua pazienza è grande.
    Si, sono davvero stufo della situazione che si è venuta a creare in questo “mondo” falso, ipocrita, degradato, sporco, venduto… insomma la porcilaia che abbiamo intorno. Ma quello che più mi fa rabbia è la gente che ancora non si ribella a questa situazione.
    Non si tratta di essere di parte, schierato, o peggio comunista.
    E’ che ai nostri figli, io ne ho uno, di 17 anni, stanno rubando il domani, la speranza, il futuro.
    La vergogna non è che i ladri rbino, ma che i derubati spalanchino a loro le porte, gli battano le mani, li acclamino.
    Che futuro possono avere i nostri figli se non ci ribelliamo? E presto, dobbiamo farlo.

    Voglio respiare aria pulita ed essere libero.
    Proprio come hai detto tu.
    E per questo dobbiamo restare ben vigili!

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  3. Caro Piero,
    non mi ricordo cosa ho letto ma più o meno la mia risposta è stata questa: mi piace chi sa accettare la vita così come è, e questa risposta la giro anche al tuo racconto amaro, tu credi che io sia meno infervorata di te, che non mi erga a moralista, poi guardo me stessa , non sono granchè, ma ho scoperto che tanti sono peggio di me, tanti che hanno avuto più possibilità, io ho imparato ad amarmi, mi amo da sola e in questo modo a volte riesco a capire la fatica di governare, in fondo la mia vita è migliore di quella di mia nonna, io sto meglio dei Tunisini che arrivano a Lampedusa, sto meglio di quei bambini col pancione che sono in Africa, io ho occhi, gambe e braccia e al bisogno vado in ospedale e mi curano, quindi non posso prendermela sempre con lo Stato se sono una fallita, la colpa è solo mia , dovrei essere migliore, ma mi sento tanto stanca.
    Ciao Piero e credimi io che vivo in una città rossa è uguale, rossi, verdi, bianchi, azzurri sono sempre uomini…l’ altra volta il commento anonimo era il mio.

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  4. Carissima Paola, io veramente non penso nulla riguardo al fatto che tu sia più o meno infervorata di me.
    Non mi sono mai permesso di fare confronti; nè potrei, perchè ti conosco solo per quel poco, o molto, che rappresenta il nostro rapporto … virtuale/blogghistico.
    Io non amo il moralismo e spero di non essere un moralista. In genere (io lì mi rassicuro) non giudico, non giudico i comportamenti degli altri e penso che ognuno sia libero fino in fondo di essere quel che si sente di essere.
    Però questo non mi impedisce di vivere, ogni giorno, nel mondo squallido che mi circonda. Quello squallore non sono io ad invetarlo: lo misuro sulla base del dovere di dare un’educazione a mio figlio. Quando ciò che vedo non posso indicarlo a lui come un esempio, una strada da seguire, quando ciò che vedo devo indicarlo come un comportamento che non deve essere seguito, che si deve evitare, quando divento (per me, come padre, necessariamente) un “censore”, allora ritengo che lo squallore diventi “oggettivo”. E contro quello squallore cerco di lottare, con tutte le forze che ho, poche o molte che siano. E quelle forze sono, in parte, anche queste pagine del blog, sulle quali cerco di disegnare soltanto il mondo che vorrei, quello di cui potremmo andare fieri, non quello che è brutto o squallido. Ma a volte la nausea è davvero troppo forte, e non riesco a trattenerla.

    C’è una cosa che mi ferisce moltissimo, in questi tempi così squallidi. Molte persone, molti amici, molti che conosco, hanno smesso di credere che il mondo possa essere migliore e, con un alibi, o con un altro, hanno ceduto al ricatto, al falso ricatto, che si sono sentiti sulle spalle: smettere di credere in un mondo migliore e di lottare per realizzarlo; questo in cambio di una presunta “realizzazione” del proprio essre, di una carriera, di un pò di quattrini. E, di solito, finiscono per autoassolversi (ma non sono sicuro che sia la parola giusta, perchè, in genere, il tribunale della loro coscienza ha smesso di emettere sentenze) dicendo che “tanto sono tutti uguali”.
    Si, lo so, la pena e la nausea sono forti ed io non credo che ci sia nesun Messia, fra di noi, nè uomo, nè chiesa, nè partito. Lo credevo a 18 anni e lo credo anocra oggi.
    Ma non è vero che “tanto sono tutti uguali”. Forse, anzi, certamente, sono tutti malati. Ma alcuni hanno una malattia, altri, ne hanno un’altra. Altri, ancora, hanno malattie differenti. Per alcuni si tratta di malattie gravi, incurabili e contagiose. Per altri le malattie sono meno gravi, forse anche incurabili, non lo so, e chissà mai se saranno contagiose.
    Ma sono malattie molto differenti fra loro. Dobbiamo saperle riconoscere, distinguerle l’una dall’atra!

    Io non ho fatto molto il tifo per il 150^ italiano, perchè mi sento a disagio in quest’Italia.
    Questo voglio dire in questo post. Sono scappato, voglio scappare, in paradiso, nel mio paradiso artificiale, falso, illusorio, come può essere un paradiso sulla terra per uomo, un uomo come gli altri. Non sono diverso, non voglio esserlo. Io non mangio, non bevo, non… proprio come tutti quelli che hanno lasciato andare in malora la loro città. Ma non posso impedirmi di vedere le differenze, di soffrire per questo, di patìre la nausea, la pena, l’amarezza, la delusione, la rabbia. E di nutrire il desiderio, forte come lo può essere per uno come me, che il mondo domani sarà migliore. Anche grazie a me!

    So che devo tenere le radici ben piantate in questa terra bellissima e amarissima che è questa nazione. Sono costretto. Ho un figlio, che rappresenta il mio seme, la mia “colpa” nel procrastinare il presente nel futuro.
    E anche se non lo avessi, anche se potessi emigrare, scappare, fuggire, non riuscirei a farlo completamente. Ho cambiato vita, lavoro, città, tante volte (tu non mi conosci abbastanza a fondo) e so bene che non si recide mai del tutto il ponte col proprio passato. Anzi, siamo una terra così fertile che dentro di noi quelle radici germinano e danno frutti anche quando sembrerebbero già secche e marcite. Non posso scappare al mio destino.
    Ma conosco anche il sapore della libertà, del viaggio perenne, del pellegrinaggio della vita senza sosta.
    Io sono fatto di queste cose.

    Ma non penso che tu debba essere come me. Tu sei bella come sei, esploratrice delle terre di confine. Un pò spaventata, ma sempre in movimento.
    Non sono nessuno per giudicare.
    Conosco già tanti difetti dei miei (mentre ne ignoro i moltissimi che non conosco) e cerco di fare in tutti i modi per perdonarmeli.
    Come potrei mai ergermi a giudice di altri ?

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