L’ALBERO

 

Gustav KLIMT - L'ALBERO DELLA VITA

Mi piace guardarti in faccia.

Mi piace vedere il colore dei tuoi occhi.

Su quegli specchi lucidi e scintillanti che mandano bagliori tutto intorno, vedo riflessa la tua anima, i suoi colori. E’ lo spettacolo della tua itimità più privata, del tuo essere più vero.

Mi piacerebbe poter entrare da quelle finestre.

Mi piacerebbe poter giocare con quell’anima.

Farla mia.

Possederla.

Amarla.

Ed esserne riamato.

Basterebbe solo la carezza di un attimo e la tua anima catturerebbe la mia.

Diventerebbero una cosa sola.

La loro materia, che è la materia dell’anima, la medesima, la sola, l’unica, assoluta materia che appartiene anche alla materia del dio, ritornerebbe all’unità che una volta abbracciava tutte le anime del mondo.

Erano altri tempi, quelli.

Le prime anime passeggiavano nell’Eden, il giardino dei privilegi, creato apposta per loro.

Discorrevano senza saperlo.

Disputavano senza comprendere.

Amavano senza sentire.

Non avevano ancora mangiato il frutto dell’albero proibito.

L’albero più alto, quello al centro del giardino, quello che aveva le radici piantate nel fiume della vita, quello baciato dalla languida corrente che, eterna, nessuno può fermare. La corrente della vita, la corrente che nasce dalle sorgenti del tempo e scorre per l’eternità, attravresando tutti i territori dell’esistenza.

L’albero proibito.

Quando ne assaporarono il frutto, le prime anime, che presagivano nel loro intimo un’irreqietezza incompresa, sentirono subito il gusto amaro.

L’amarezza che dalla lingua si spingeva più in profondità, nel cavo della gola, avvolgendo le parole ed i suoni.

E poi ancora più giù, fin nel cuore, rendendo, così, aspro e amaro anche l’umore che tingeva il colore del sangue.

Ma, presto, quell’amarezza si sciolse in una sensazione che spingeva quelle anime primordiali a guardarsi nel profondo degli occhi, a legarsi in viluppi inestricabili, a sentire l’attrazione della materia per la materia, della carne per la carne, se solo si potesse parlare di carne a proposito di anime. Ma per loro, per quelle anime che per prime si trovavano a vivere l’esperienza unica di esplorare l’inesplorato, a conoscere le asperità del mondo, per quelle anime fortunate, o sfortunate, chissà, per loro non poteva essere ancora presente la differenza fra l’essere fatte dell’inconsistente leggerezza della materia delle anime oppure l’essere della calda materialità della carne.

Oh, fu un giubilo generale, l’attimo infinito in cui gli occhi si unirono agli occhi, in un’attrazione irresistibile e voluttuosa.

Ogni anima si ritrovò specchiata in sè stessa, potendo, così, per la prima volta, rimirare l’intimità che c’è nel più interno e caldo ripostiglio di un’anima.

Oh, che paesaggi inesplorati si nascondavano in quelle riposte stanze del palazzo delle anime.

Che colori.

Che armonie!

Ricordo ancora quell’attimo.

E’ impresso nella mia anima come un marchio di fuoco.

Dopo, nel tempo, nel tempo degli uomini, mi sono incarnato con lo stesso vestito in molti corpi diversi.

Tutti uguali.

Tutti.

Tutti hanno avuto, tutti hanno e tutti avranno lo stesso immenso paesaggio, dentro, al centro della loro anima.

I loro cuori non hanno esitato mai, neanche un istante, a riconoscersi e stringersi come fratelli, ad unirsi al ritmo sincopato della danza della vita.

Sistole.

Diastole.

Sistole.

Diastole.

Sistole.

Diastole.

Batte il ritmo della vita come batte il tempo della danza.

Tutti, tutti i cuori danzano lo stesso ritmo regolare, nessuno che salti una battuta, nessuno che osi tirarsi indietro, nessuno che si avventuri in ritmi originali, diversi, incompresi.

Sistole.

Diastole.

Sistole.

Diastole.

Ricordo bene, ancora, quell’attimo.

Lo ricordo bene perchè l’eco che ne scaturì la prima volta mi fa sussultare ancora, oggi come allora, quando mi fermo nei tuoi occhi dolci e larghi come una prateria di lavanda.

Mi sembra di sentire il leggero profumo che aleggia in quelle spensierate distese di lilla sfumato.

Mi sembra che il tuo alito leggero nasca da quei petali di fiore.

Mi sembra che la tua pelle sia delicata come quei petali.

Petali che la carezza del vento consuma poco a poco, spargendo di qua e di là le particelle sottili che hanno il tuo eccitante profumo.

Il profumo.

L’odore del centro fertile di quei fiori innocenti, della parte più nascosta del grembo di quei boccioli che gemono, accarezzati dall’alito delicato di Zefiro.

Si, mi piace il ricordo di quei momenti d’amore.

E’ l’eterno amore che è alla base della vita.

Mi piace vedere il colore dei tuoi occhi.

Mi piace vedere come i tuoi occhi mutano colore quando il piacere dei miei baci li fa fremere, in quei momenti d’amore innocente che riecheggia la naturale innocenza delle prime anime nell’Eden.

Mi piace vedere come corrono a nascondersi, per farmi ingelosire, sotto le tue palpebre pudìche.

Ma lo so, questo è il piacere che si prova a guardare dalle finestre stando nascosti e attenti a non farsi notare, per non turbare la naturalezza della vita che scorre.

Mi piacerebbe entare da quelle finestre, prendermi quello che mi regala quel piacere profondo.

La mia anima vibra, rimbomba dell’eco dei primi passi nell’Eden.

Ricorda.

Rimembra l’amaro del frutto dell’albero proibito che si tramuta in dolce emozione.

Il frutto dai mille colori.

Il frutto che cresce sull’albero che sta al centro del giardino.

Il frutto dell’albero proibito.

Il frutto dell’albero della conoscenza.

L’albero da cui mangiarono le prime anime.

Il frutto da cui si sprigionò il magico incantesimo della conoscenza, che aprì gli occhi alle prime anime, gli mise dentro le immagini delle cose, i loro nomi, la loro peccaminosa fragilità, la colpa che le consuma.

La conoscenza, che spalancò le finestre delle anime le une alle altre.

La conoscenza, che provocò il primo miracolo dell’amore.

5 thoughts on “L’ALBERO

  1. Ci salgo spesso sopra quel meraviglioso albero e
    ad ogni mia visita si lascia accarezzare e mi
    racconta la favola infinita: la vita.
    Apre le sue chiome del sapere e mi rende
    consapevole della bellezza del dono ricevuto.

    Meravigliosa lettura
    ma fai venire il fiatone.
    Ti ringrazio caro Pier
    Mistral

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  2. …per me siamo ancora nell’ Eden e all’ albero della conoscenza non abbiamo ancora mangiato, non si spiegherebbero in altro modo i misfatti dell’ uomo…ciao Piero una lettura mitologica mi hai regalato…grazie.

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  3. La storia dell’albero l’ho leggermente limata, ce n’era bisogno ancora.

    La vita, la favola infinita, Mistral che ci racconta l’albero che ogni giorno possiamo accarezzare, il dono meraviglioso, il miracolo che le donne hanno il potere di dispensare con il loro meraviglioso corpo che è la vera potenza creatrice degli dei …
    Si, la vita merita una favola infinita.
    Anche quando è dura, difficile, cattiva, feroce.
    Anche allora, la vita merita il suo ringraziamento.
    E proprio perchè è un miracolo così alto, merita disprezzo chi fa il male, chi sottomette l’uomo all’uomo, chi violenta l’innocenza della vita, chi inietta il peccato nei giorni passeggeri dell’uomo.

    Amare gli uomini, il genere umano, credere nell’uguaglianza, nella fraternità, nella libertà degli uomini, di ogni uomo, senza distinzione di sesso, fede, cultura, oggi credere in tutto ciò e cercare di lottare perchè ancora tutto ciò sia vero, vuol dire ringraziare per quella favola infinita.

    Caro anonimo.
    E’ amara la tua considerazione. Un Eden che assomiglia ad un inferno nel quale si compiono i misfatti quotidiani degli uomini. Ma è anche una consolazione pensare che tutto ciò avviene solo per l’incosciente ignoranza del digiuno ininterrotto…
    Io credo che gli uomini compiano misfatti, ogni giorno. ma che sanno! Sono colpevoli per questo.
    Ma senza una, senza la Colpa, colpa non sarebbe nata neanche, non potrebbe nascere, l’idea di Giustizia.
    L’una è necessaria all’altra.
    Ma dobbiamo lottare, lottare nella nostra normalità quotidiana, per far vincere la giustizia nella sua lotta perenne.

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  4. Sono davvero contento che tu ti sente bene, qui, questa è anche la tua repubblica!
    Quell’albero non è mio e non sta ,lì per farsi ammirare: prende vita quando c’è qualcuno che lo accarezza e diventa bello della bellezza che c’è dentro chi lo accarezza.

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