SIRENA

marc chagall - Les sirènes d’Ulysse

Le onde della sabbia si confondono con quelle del mare, si fondono, si penetrano, fino a formare un unico, informe, sconfinato deserto.

La liquidità della sabbia che scorre, goccia a goccia, che evapora in un’enorme cappa nebbiosa che si alza sospinta dall’inarrestabile ghibli, contrasta con le severe correnti di piombo che giacciono nelle profondità più intime dell’oceano d’acqua.

La forza delle maree modella, con la forza delle sue perpetue carezze,  la cedevole consistenza delle dune.

Il mondo degli uomini, povere creature, è in balìa, da sempre, delle forze volubili dell’universo.

Basta un brivido della Grande Madre Natura.

Basta un sussulto.

Una lieve increspatura del sopracciglio.

E il desiderio, turpe che sia, di morte, o d’eroica vita, si compie.


La lunga teoria di barche si dipana come un filo d’Arianna fra le terre sabbiose del Cuore del Mondo.

Quel mondo diede la vita alla regina di Saba e, più volte, fece rinascere la leziosa Fenice.

E un poco più in là, la vecchia signora, decrepita Europa, saggia e svanita,  smemorata, ci narra ancora le storie di tragedie irresolubili e filosofi incantati.

E’ una lunga fila, che assomiglia ad un’alta colonna d’insetti.

Sfidano, i naviri,  i dardi del sole.

L’arancio ed il rosa, il giallo, il rosso, il viola picchiano violenti, e ardono il cuoio e il fasciame.

Sotto la pioggia di raggi dai mille colori, son migliaia le zattere che attraversano, nel tempo infinito,  incerte, il traffico di onde e famelici squali.

Hanno occhi abbaccinati quei miseri schiavi senza patria.

Nei loro miraggi si formano figure da incubo, gorghi, vertigini, che si mischiano al respiro affannato del vento furioso e alla candida schiuma che gorgoglia fin oltre gli scalmi dei remi.

Fuscelli seccati dall’arsura della salsedine e del sole.

Corpi contorti che diventano vecchia legna da ardere.

Barche, gocce di vita come lacrime salate.

Scorrono, ignare, sulle levigate gote di pesca del mare, che la prima aurorale luce del giorno tinge di rosa e di giallo.

Barche.

Vite vomitate, per puro miracolo, dalle oscure profondità della notte e del Nulla.

Notte che è avvisaglia di morte, d’abisso, di mondo senza speranza.

Notte.

Nulla senza materia che si disfa in un nulla più duro, di legno, di carne, di sabbia e di acqua salmastra, all’apparire del sole, ogni mattina.

Onde che nascono nel nulla del profondo spazio del mare.

Onde, morbide come vibrazioni del cosmo, che si ci fanno intravedere le lontane forme dell’universo inesplorato del deserto di sabbia.

Spazi infiniti, si congiungono.

L’amplesso infinito di eterni amanti infuocati, fusi in un unico, immenso, universo spazioso.

Grumi di vita, illusi, sperduti nella solitudine di silenziosi spazi che ignorano lo schiaffo del limite, la vegognosa resa del confine.

Uomini.

Un’unica, nuova, specie diversa, figlia di madre, figlia di terra, figlia di sabbia e figlia di polvere.

Uomini, figli di padre, figli di mare, figli d’oceano.

Uomini, eterno soffio di vita schiaffeggiato dall’indomito vento, spirito aperto, libero orizzonte.

Uomini come titani.

Titani in catene ed in lacrime.

Schiavi di dei impietosi.

Rivolta di schiavi che, orgogliosi ribelli, hanno spezzato ogni catena.

Alti pennoni infissi su quei gusci di legno.

E lacere bandiere, in cima a quei pennoni, in balìa della forza traditrice dei venti.

Si alzano inni, dai quei ponti, odi alla libertà illusoria.

Drappi, strappi sulla lucida seta, hanno perduto i colori.

Vessilli immemori, pallide insegne di regni, eserciti, schiere che non si ricordano più.

Spazi inesplorati, immensi come le infinità in cui si perdono le tracce del tempo e della memoria, che inghiottono i ricordi di oni uomo di quella razza speciale.

Ferite, lacerazioni, squarci attraversano le membra, le schiene, gli addomi, espongono alla luce abbaccinante del sole alto allo zenith,  le sconce  fibre più profonde, i fasci muscolari, i pallidi tendini che annodanoano le scosse degli impulsi nervosi alle sbarre di scheletri esangui.

Segni di un dolore senza fine.

Lacere bandiere di carni dilacerate.

Occhi, bui come spente stelle senza luce.

Pianto di bambine che non faranno più in tempo a conoscere l’innocenza.

Fiori nati già appassiti.

Miserabili esistenze che nessuno vuole adottare.

Vendetta inesorabile del dio che ha deciso di redimere gli sconfitti.

Poveri cristi scesi dalle croci per urlare la loro rivendicazione di dignità e futuro.

Esili fantasmi che mostrano, impietosi, le lacerazioni dei chiodi.

Scudisci, fruste, catene che s’inchinano implorando perdono.

Sangue che sgorga dalla terra e trasmuta in sorgente di vita.

Le onde del mare.

Le onde del tempo.

Le onde del deserto.

Sinuose morbide movenze come passi di danza irrefrenabili e lenti.

Piedi che percuotono il suolo.

Danze ancestrali al ritmo di percussioni immerse nelle irraggiungibili profondità dello spirito.

Mi cullo, in questo universo.

Mi prende la corrente del tempo.

Viaggio, dove nessun uomo è mai arrivato, nella caverna più fonda del cuore.

Le onde mi spingono, dolci.

Voluttuose, le spinte diventano orgasmo di vita e di sogno.

Il mare, il deserto, l’infinito spazio del cielo non bastano a contenere il mio essere raccolto nel cuore.

La lunga teoria di barche si ferma sulla frastagliata costa che s’immerge nell’infinito sconfinato nel quale mi bagno.

Sbarcano.

Schiavi, umili, miserabili, sporchi, fantasmi.

Il mare li abbraccia.

La sabbia li bacia.

Il cielo si offre, morbida coltre.

L’infinita carezza del vento mi sfiora le gemme, i teneri,verdi, capezzoli.

Bimba, innocente, candida neve, cristallo di fonte sorgiva.

Specchio d’amore.

Finestra in cui si riflette la mia trasparente vita di sogno.

Il mondo s’inchina e mi canta una dolce nenia amore.

Le mie labbra, teneri bocci di rosa, si schiudono, alla tersa tiepida luce di milioni di stelle.

Sono superba, orgogliosa, primavera del mondo.

Sono il Sogno d’amore.

Sono l’eterno, inafferrabile, desiderio d’amore.

Son io, son la Sirena.

Il mio fischio, incatena all’eterno miraggio.

6 thoughts on “SIRENA

  1. …Il mio fischio, incatena all’eterno miraggio.
    Questa ultima frase mi ha estremamente colpito perchè il fischio mi ha fatto pensare, con tutti i connessi, alla sirena che suona nella fabbrica, a quella delle ambulanze ecc. ecc.
    Un caro saluto.

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  2. Grazie, Mistral.
    Mi fa piacere la tua presenza in questa repubblica ideale.
    Posso chiamarti concittadina?

    Falene. Si, hai scelto un’immagine molto intelligente e dolce e sensdibile.
    Sono delicate falene, leggere, ingenue, spaventate, illuse, fragili.
    Sono le vittime ideali del canto delle sirene.
    E il cuore è pieno di pena, in questi giorni, per loro, per lo sciame che si avvicina, si accalca per farsi divorare, inconsapevoli vittime, dall’ardente fiamma vorace.

    Ma il mio cuore è anche pieno di rabbia, amarezza, e triste impotenza per quella fiamma che troppi alimentano col grasso combustibile dell’egoismo borghese.

    Ancora grazie, Mistral

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  3. Ciao, Paolè.
    Si, la sirena che fischia portalontano.
    La fabbrica, il mondo lontano …
    E le ambulanze, il dolore, le ferite…

    Ler mie sirene fischiano, su questa terra di sabbia e di mare. Fischiano, come donne di strada. E si offrono, per ingannare ancora una volta, chi è preda dei sogni.

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  4. cosa dire?
    Uno stile unico, alto, delle idee a cui probabilmente non avrei mai pensato , che mi aprono la mente, fanno si che riesca a ispirarsi per altri momenti in cui resto da solo, senza neanche l’aiuto del buio, o della mia ispirazione.

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  5. Ciao, Blake. Che dire a mia volta? Grazie per le tue parole, passa a trovarmi quando vuoi. A me piace raccontare. Questa è una repubblica libera, aperta a tutti. Spero anche sia un buon posto, di quelli … dove si vive con stile, seguendo idee alte, belle, insomma quello che ognuno di noi, credo, desideri come posto dove andare a prendere una boccata d’ossigeno.

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