MASCHERA

MASCHERA

Confesso il mio peccato.

Sono un ladro, ho rubato.

Ho rubato una volta.

Ho rubato un volto.

Un volto senza nome,  un volto senza caratteri, senza profilo, senza forme, senza espressione.

Un volto informe.

Un volto di nessuno.

Un volto senza padrone.

Il volto di un manichino.

Un volto senza nome, senza pensieri, senza ideali.

Un volto senz’anima.

Un volto senza colore.

Ed io l’ho rubato lo stesso.

L’ho ribato quando sono nato.

L’ho rubato.

Ed ora cosa me ne faccio di un volto così, di un volto come questo ?

Come posso indossarlo ?

Mi metto davanti allo specchio.

I miei occhi sono due pianeti che orbitano intorno al triangolo vuoto del naso, consumato, incavo.

Due globi acquosi, opachi, lattiginosi.

Con un gran buco al centro, come la trafittura di un chiodo.

Una fessura da cui trapelano lampi, vampe, bagliori di braci.

Zampillano, attorno, gli spruzzi di gorgogliante schiuma dall’oceano che si agita dentro la depressione infossata nel mio cuore.

Ho un volto che non può appartenere a nessuno.

Una maschera.

Un’orrenda, piatta, gelida, maschera di pietra.

La maschera nera di pulcinella, o quella d’arlecchino hanno un’anima poplare che attribuisce loro movimento e colore.

Io no.

La mia, no.

Un maschera che nessuno ha mai visto.

Indistinguibile, irriconoscibile, sconosciuta.

Forse il volto di una creatura disumana.

Forse il volto dello sforzo sovrumano di esporsi ai raggi della vita.

Forse il viso stravolto di abbandona, per la prima volta, il regno del Nulla.

Forse il mio volto ha la fisionomia di una creatura degli abissi.

Degli abissi dell’essere.

Il volto dell’inconscio.

Il carattere che permea ogni uomo senza mai mostrarsi alla luce del giorno.

Il positivo di ogni ombra, quello che gli uomini credono il ritratto di un essere, e che invece altro non è se non il disegno di istinti spaventosi.

Il mio volto è l’eco che echeggia dentro ognuno di noi.

Il rimbombo del tuono se si ode in lontananza quando il sole si addormenta, la sera, travolto dalla sua muraglia di fiamme.

Il mio volto è la forma del mio desiderio inespresso, del mio peccato represso, della mia marcia purezza.

Il mio è il volto di un dio.

Il volto possente, luminoso,raggiante di una stella.

Una stella senza luce.

Un buco nero, assorbito nella sua tenebrosa potenza assassina.

La maschera.

Il delirio.

L’ebbra apparenza di fantasmi fugaci, spiriti diafani, luminescenze umbratili.

Ho rubato il mio volto.

Lo indossava una statua di pietra, di candido, pario, marmo scolpito dalla sgorbia di uno scultore senza occhi.

Colpi di martello inferti alla roccia.

Forme imprigionate nello squadrato masso scampato al destino che lo aveva seppellito nelle viscere della cava nel monte.

Il volto di un dio.

Gli occhi di vampa.

Pietra scavata che imprigiona la scintilla di vita.

Forma rubata.

Niente che sia la reale esistenza di un uomo.

Niente che sia la vita.

Niente che nasce.

Niente che possa mia, una volta. morire.

Niente che si consumi.

Il mio volto è l’eterno sguardo che origina il tempo.

Un velo virginale.

Un petalo mai sbocciato.

Una passo fra i monti mai calcato.

Il calore della carezza vitale che mai ha sfiorato la materia.

Il mio è il volto di dio che ha in sè i lineamenti di tutti i lineamenti.

La forma di tutte le forme.

L’idea di tutte le idee.

In me è il peccato dell’innocenza.

L’incolpevole innocenza di ogni peccato.

Il mio volto è la vittoria di ciò che, alla fine dei tempi, sarà chiamo ad Essere sul niente di ciò che è destinato, per sempre, a restare nell’ombra di quel che mai sarà.

La pura potenza che sconfigge la possibilità inespressa del tentativo di vivere.

Il primo atomo che si sforza di accoppiarsi per diventare molecola di vita.

Il mio volto è il mio, unico, presuntuoso, tentativo di esistere.

Informe che prende forma per l aprima volta.

Forma che per sempre s’imprime in ciò che mai, prima, conobbe il peccato di conoscere il peccato di prendere forma.

Il mio volto è il figlio del peccato.

Figlio dell’atto d’amore.

Figlio dell’atto di piacere.

Figlio.

Figlio di tutti quei figli che annegano tra le onde di piacere che scuotono il ventre materno prima che accolga la superstite vita dell’unico naufrago che si perde nel lago della vita.

Il mio volto è l’impronta incancellabile che per la prima volta s’impresse nella materia che diede l’avvio ai cicli dell’universo.

Il volto non è ancora mai stato del tutto.

E’ incompleto, incompituto, è puro atto, potenza inespressa.

Forza.

Vita.

Vita e morte ancora indistinte.

Morte e vita che nessuno mai, prima, ha ancora separato.

E’ ciò che venne prima unito a ciò che ancora ha da essere concepito.

Il mio volto è il mio.

Unico.

Unica maschera.

Unica apparenza di vita.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. lordbad ha detto:

    siamo tutti ladri di vite

    Poiché la vita è anche malinconia…

    Penso che la malinconia sia dare voce a un silenzio, affermare il proprio diritto di essere umano ad essere umani!

    Non un semplice stato dell’essere, ma la sua sostanza, o, quantomeno, la sua materia…

    Domande, domande…!

    Comunque mi è piaciuto, ti invito a ricambiare la visita sul nostro blog Vongole & Merluzzi

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/03/25/malinconia/

    Mi piace

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