MAGGESE

Pretto (Marco Petrucci) - PAUSA CAFFE'

Riflessione a voce alta.

Necessaria.

Si.

Questo blog non è più ciò che voleva essere quando è nato.

Oggi è qualcosa di confuso, è contorto, contraddittorio.

E sta ancora cambiando, sta diventando una specie di vetrina dove vengono messe in mostra la vanità di parole troppo vuote e l’estetica di sentimenti troppo vaghi.

Cercherò di essere chiaro.

Stasera devo farlo.

La confusione.

Se mi chiedo quale sia lo scopo, la linea di queste pagine non so più rispondere. Non era così all’inizio.

La dichiarazione di copertina dice: “Questo è uno spazio virtuale aperto a tutti. Questa è una repubblica veramente libera civile e democratica. Il suo territorio è vasto quanto il mondo delle idee. La repubblica indipendente è una vera città. Per diventare cittadino della “repubblica indipendente” basta condividere lo spirito di virtuosa indipendenza civile del blog. La vita dei cittadini è moderata dalla legge del buon senso. E’ bandita qualsiasi forma di violenza, che sopprime ogni libertà. I valori a cui si ispira la “repubblica” sono alti e nobili.”

Quella dichiarazione era anche un progetto: parlare con molti, dare spazio a voci differenti, essere aperti…

Niente di questo si è davvero realizzato.

La repubblica indipendente è una città solitaria, un luogo di silenzi, uno spazio vuoto dove si aggira talvolta qualche anima amica, dove quasi più nessuno prova il piacere di lasciare un commento.

Quando mi sono reso conto di questo fatto ho cambiate rotta, toruosamente, in modo contorto.

Ho pensato, ho creduto che per soddisfare la mia voglia di “idealità civile” poteva bastare lo sforzo/il piacere di testimoniare il mio “sentire” attraverso la scrittura sulle pagine del blog .Ho pensato che  servisse a qualcosa dire qualcosa che me sembrava “Alto”,  ho creduto che fosse “una missione” utile a qualcosa lasciare una traccia, seppure umile, minima, a qualcuno, al domani, una traccia di quello in cui io credo.

Ho provato il desiderio di dire, almeno di dire, dire qualcosa, comunque di non restare in silenzio.

Ma cosa significa tutto questo, se non avere un’idea confusa di quello che si vuole fare o dire davvero?

E non è contorto questo percorso? Non è contraddittorio?

Le belle parole (dove pure ci siano state belle parole) non cercano di mettere in vetrina qualcosa? Non cercano di agghindare discorsi per rendere appetibile – ammesso che ci sia mai riuscito – un soliloquio di scarsa coerenza? Non sono, queste parole (belle o brutte, non è molto importante), solo una confezione che nasconde un contenuto poco significativo?

Ma c’è di più.

Ho cercato di mettere in linea (in coerenza, in sintonia), in qualche modo, queste pagine, con il mondo, con il presente, con la vita.

Ho cercato di far entrare in queste pagine il sangue delle rivolte africane, lo sgomento per i sentimenti di razzismo e di vuota brama del possesso che stanno annientando le coscienze di questa grama epoca.

Ho cercato, per essere anche più preciso, di dire, di raccontare, di far vedere, il bello che c’è… nel contrario di quelle butture che ci stanno accecando.

Ho cercato di raccontare l’amore per gli altri, per il prossimo. La solidarietà, il legame che unisce l’uomo all’uomo.

Ho cercato anche di fare qualche riflessione.

Ho cercato di riflettere – dando alle riflessioni la forma di racconti, per lo più – intorno ad alcune domande che ognuno di noi,come essere umano, si fa. Il rapporto con il divino, ma visto dal lato dell’uomo. Almeno dal lato mio, del mio essere un uomo. Il rappporto con la rappresentazione della realtà, del mondo;eccetera.

Un tentativo di riflessione filosofica, se si vuole.

Tentativi, appunto.

Tentativi solitari.

Alcune volte espressi in forme di racconto originali. Alcune volte anche belli, forse.

C’è stato pure un periodo, o pagine, di carattere “intimista”.

Il racconto di sentimenti più personali, più miei.

Tramonti, rovine e ruderi, amore per le vecchie pietre della storia, colori, emozioni …

Insomma un grande quaderno, riempito in un paio d’anni,  con le pagine ormai in balìa del vento.

Una testimonianza della mia vita (interiore) disordinata, scoordinata.

Ma più di tutto c’è una domanda che mi urge dentro, che mi preme, mi brucia. E non posso reprimerla o scacciarla.

Essa prende le mosse da un silenzio, da un vuoto, da una paralisi.

Le parole, i sentimenti, le dita sulla tastiera, non mi bastano più per dire le cose che provo ogni giorno.

Oggi la Storia trabocca dal televisiore, dalle pagine dei giornali, dai fatti, dalla realtà… e supera ogni immaginazione, ogni fantasia, ogni metafora.

Storia che sta rompendo ogni ordine, sta mettendo in subbuglio Paesi, Popoli, Nazioni.

Storia che sta invertendo i valori a cui io avevo improntato la mia vita.

Il nero in bianco ed il bianco in nero.

Come in un incubo, tutto si rivolta e niente sta più al suo posto, nel suo ordine, in quell’ordine che mi sembrava essere Naturale.

Questa rivoluzione, questa rottura degli equilibri io la vivo come (a me sembra, la percepisco come) una fibrillazione continua, costante.

E, a fronte di questa corrente che non può stare ferma, imobile, allora come faccio io a fermare le parole, i pensieri, a condensarli in qualcosa che deve restare attaccato alla pagina per sempre?

I fatti che stanno accadendo intorno a me mi sommergono.

E io annego.

O almeno, annego nel silenzio.

Non ho più parole per esprimere i sentimenti che mi agitano.

E mi pesa anche l’essere solo.

Solo a recitare questa parte del blogger fiducioso del mondo virtuale che tutto assorbe, tutto trasforma in bit, tutto smaterializza, tutto attenua, tutto sfuma, tutto liquefa, tutto indebolisce …

Volevo parlare a molti.

E non sarei mai stato capace di farlo.

Io non so parlare a molti.

Volevo dare una manifestazione visibile del mio mondo interiore, dei miei valori, delle mie buone letture, della fede nella cultura, dell’amore per l’uomo.

E non sono nessuno per pormi un compito così arduo, non ne ho gli strumenti.

Dopo un pò che ci ho provato, adesso mi sento svuotato.

Ho dato tutto quello che avevo dentro.

E ora non ho più niente.

Devo riempire il serbatoio. Ho impiegato 50 anni a riempire, ma ne sono bastati un paio per svuotare tutto.

Mi sono arricchito, anche in questi due anni, scoprendo il tesoro che stava nascosto dentro, da qualche parte, in me, prezioso, di “sentire”, “vedere”, “viaggiare”, “ricordare”…

Ma è stato molto faticoso.

Mi ha lasciato … come un terreno inaridito.

Ho bisogno del maggese.

Mi è piaciuto usare belle formule.

Sono anche orgoglioso di alcune pagine della mia/nostra “repubblica” .

Ma … il conto finale non mi torna.

Adesso mi manca la forza.

Ho finito i colori per dipingere.

E, come se tutto ciò non bastasse, il mondo da ritrarre si sta sommovendo tutto, non sta più fermo, scappa, fugge, si mimetizza.

Come posso io darne più un’immagine?

4 pensieri riguardo “MAGGESE

  1. Mi piace questa riflessione a voce alta. Ci sono delle cose che voglio comunicarti, su alcuni passaggi di quanto scrivi. Aspetto un momento di calma.
    Un saluto affettuoso
    Laura

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  2. Questa tua riflessione è la mia riflessione, io mi chiedo spesso quando finirà la mia avventura, non lo so, finirà domani o fra due anni non lo so, finirà quando mi sentirò svuotata come te ora…ma perchè non considerarla una bella avventura, con sè stessi e gli altri, anche quelli futuri, perchè le pagine rimangono, il dialogo è difficile, chi va chi viene, i commenti o i non commenti, ciò che conta è quello che hai scritto e che hai reso pubblico. In fb si hanno tanti amici e commenti ma quanto sono schiocchi per la maggioranza e poi sai cosa è capitato a me : mi sono scontrata con amiche o amici di fb e si è fatto finta di non conoscerci…bah Piero io non credo che tu abbia già svuotato quello che hai raccolto in cinquanta anni, non lo credo proprio…non tu che hai l’ animo dello scrittore e dello scriba.
    Un abbraccio.

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  3. Grazie anche a te Paolè.
    Condivido quello chedici di fb; anche se poi alcuni contatti sono sinceri e profondi. Ma pochi.
    La repubblica indipendente è, o è stata, una bella avventura, un sogno, un’utopia. Ma eravamo davvero troppo pochi per una repubblica.

    Può darsi che prima o poi mi torni … la parola, chissà. Per adesso ho voglia di silenzio.

    Comunque, la mia “repubblica indipendente” personale, lo “Stato del Perrone”, è ancora ben vivo e vegeto dentro di me, e sono Io il Primo cittadino, sono Io il suo Popolo sovrano, Io il suo Re.

    Un abbraccio, Paolè.

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