MUSA NOTTURNA

Constantin BRANCUSI - MUSA DORMIENTE

Pietre, case, strade, vento, gelo.

Questo c’era nella mia vita ieri sera.

Pietre, belle, levigate e calde.

Le pietre della storia, baciate dagli anni, dai secoli.

Le pietre accarezzate dal genio, dall’arte, dalla forza degli uomini che le hanno tirate su e le hanno fatte diventare case, chiese, palazzi, castelli, città.

Pietre che trasudano ancora oggi la bellezza come il mare trasuda la candida schiuma sulla cresta delle onde.

Pietre.

Carezze e ferite.

Le carezze del tempo, che consumano anche la più dura delle pietre preziose. 

E le ferite, che il tempo incide nel molle intimo della pietra, come un innesto di vita, per infondere al freddo materiale inerte il calore che le rende preziose.

Le case.

Il guscio duro di ogni uomo. Il rifugio. La corazza.

E le strade, che portanogli uomini alla meta, al rifugio.

Strade, che danno ordine e sensoall’uomo una dimensione, una gravità, una base, un ordine, un andamento, uno spartito, una musica.

Il vento che soffiava tagliava la faccia, ieri sera.

Erano schiaffi inferti con mano gelida, premeditati, lame sferzanti, frustate.

Il gelo ed il fuoco.

La stesse piaghe che consumano le carni.

Il gelo che brucia le mani, irrigidisce le giunture.

Il gelo che addormenta nel sonno perenne.

Il fuoco che consuma, arde, eleva al cielo più profondo.

C’era questo, ieri sera, nei miei occhi, nel mio cuore.

Fotografie di radi passanti.

Ombre schiacciate sul lastricato consunto della città vecchia.

E c’erano le colline, che si intravedevano appena, nella fioca penombra del giorno che si fa notte. Coperte di alberi e case. Puntini di luce, qualche faro che correva affaccendato e le file dei fanali che mostravano la strada che puntava decisa verso il cielo.

Stelle non ce n’erano, in cielo. Il territorio era stato conquistato dall’immenso esercito delle nuvole che dilagava come una marea selvaggia.

Nuvole spinte dal vento.

vento di libertà.

Oppure vento come un padrone inesorabile che spingeva rabbiosamente il suo gregge grigiofumo dei cumulinembi nei pascoli senza erba della volta notturna.

Qualche zaffiro.

Qualche brillante.

Qualche diamante.

Neanche Selene si è vista.

O Iside, come amava farsi chiamare nella terra dell’oceano rosso di sabbia.

O Inanna, quando si pavoneggiava, nuda e acerba, davanti alle porte dei leoni alati di Babilonia.

Ieri sera non c’era.

Chissà.

Amoreggiava in qualche letto. Dispensava la sua gioia. Il suo amore diretto al cuore. Stlettate senza pietà.

Tutti conosciamo i suoi occhi.

Il suo sguardo.

Il desiderio che arde nel cuore di ognuno, il più forte, il più irresistibile.

E’ comandato dal suo fascino.

Il suo portamento.

La sua persona.

I suoi attributi divini.

D’argento.

Tutto questo ieri sera non c’era.

Ma non era vuoto quel cielo.

Era pieno di fantasmi, forme leggere, spiriti, geni.

Era affollato.

Percorso da mille energie.

Energie che prendevano vita dalle facciate di pietra nuda, dai mostri bronzei che vigilavano a guardia delle vecchie mura cittadine.

Vampe, fiamme, saette, lampi, fulmini, baleni, bagliori, riflessi, faville.

Tutto era vita.

Vite.

Vite che si tenevano per mano e abbracciavano la notte ed il mondo.

E che mutavano a rovescio la direzione del tempo.

Vite che tornavano dal cielo alla terra.

Dalla terra alla carne.

Dalla carne al caldo ventre materno.

E da quello al seme del padre.

E all’amore che li avvinse.

Allo spirito che compie il miracolo.

Allo sputo del dio che, la prima volta, per fare la carne, fu impastato alla polvere della terra.

Alla carne del dio e al suo seme.

Alla fecondità che coprì di peccato tutto il creato.

Al peccato che si fece piacere.

Al piacre che si fece vita.

Questo c’era. ieri sera.

Trasudava dalle pietre.

Era olio, miele, vino dolce e forte.

Grano e pane.

Sale e mani sudate.

Fronti segnate dalle rughe.

Paure e dolore.

Amore.

Nostalgia.

E poi, crudeltà, anche, e assassinio e turpe, invereconda, empia violenza.

Era il Fato.

Era la strada percorsa dagli uomini.

Quella strada già percorsa dai secoli, quella strada che si è fatta storia.

Quella strada che diventa una prigione, una cella, una condanna.

Era il Destino che scava le viscere della terra, smuove le montagne.

La Sorte, che stabilisce quale torre deve restare in piedi a dare prova di sè, testimone della propria vana fortezza e quale altra, invece, condanna al disfacimento, alla consunzione, alla corruzione.

Questo c’era.

E mi parlava.

Il suo silenzio era un discorso profondo.

E io con quel silenzio avevo intavolato un dialogo profondo.

Un’assonanza intima.

Due intimità che si fondono.

Due respiri che diventano lo stesso vento.

La sferza di quelle raffiche che si portava lontano quel muto, fitto, intreccio di silenzio e pace, quiete e calma.

Di questo è fatta la notte.

Di questo.

Di questo è fatta anche la storia.

E anche noi, di questo silenzio siamo fatti.

Non possiamo sbagliarci.

No.

Non le nostre carni, non le nostre voci.

Quelle passano, si consumano, si perdono.

Finchè si annientano.

E non resta più nulla di quella vanità.

Invece in quella comunione di silenzi si condensa l’universo.

In quel bagliore che balugina attraverso gli occhi socchiusi, intaccati dalle lame dei Boréa crudele, in quella notturna luminosità che potrebbe essere sogno, o immaginazione, o desiderio, in quelle distanze,  dilatate o annullate dalla luce impastata del buio, in quell’infinito combaciare di contrasti, ecco, in tutto quello Noi siamo.

Esistiamo per quello.

Solo per quello.

Provo a domandarmi quale è il mio compito, la mia missione, la mia ragione.

Perchè vivi, Uomo?

L’eco dell’interrogativo rimbomba, risuona, rimbalza nelle caverne che si aprono profonde nel nostro cuore.

Perchè?

Nessuno risponde.

E il suono si perde.

Cosa morta, che si consuma e perisce.

E resta il silenzio.

Quella liturgia, quell’accordo di tutti i suoni che vibrano insieme, all’unisono, e producono quella sinfonia fantastica che nessun orecchio ha la forza di udire.

Ma si sente.

Si sente con quell’altro organo che portiamo dentro di noi.

Col cuore.

E dobbiamo studiare bene, approfondire accuratamente, l’anatomia nascosta di quella massa inesplorata di vita che pulsa dentro di noi.

Nessuno, non un medico, non uno scienziato ha saputo mai trovare la formula della magica sostanza di quella materia che batte dentro di noi.

Materia sensibile.

Che ode e percepisce.

E comprende.

E afferra.

E brama.

E ordina.

E comanda.

Buio che si fa colore.

Silenzio che si fa melodia.

Pietra che si fa tempo.

Uomo che si fa dio.

E nel silenzio mi sono perso.

Di fronte a me avevo le gialle pietre, gli angoli stretti delle strade remote, le vecchie case fatte di mattoni consumati.

Avevo ali e sandali veloci.

Il furore di Pegaso nei piedi.

Sandali e piaghe.

Avevo percorso tutte le strade del mondo.

Tutte le distanze del tempo.

Ero tutti gli uomini e l’intero corso della storia.

Ero il creato.

E ttu questo era dentro di me.

E potevo vederlo e sentirlo. Potevo toccarlo, tenerlo stretto fra le mie mani.

E difatti ho stretto le mani sul petto, per trattenere il mio cuore, che stava per andar via.

E potevo vedere il mio abbraccio, sentirela sua forza.

Potevo guardare tutta la scena, mentre ero lì, mentre, stretto, tenevo tra le mani il creato intero, tutto, infinito, trabocchevole, ben custodito dentro di me, nel mio profondo, al sicuro.

Ed ero dio e come dio potevo guardare dio che puntava il suo infinito sguardo nel tutto.

E potevo trasformare il nulla che era lì, davanti ai miei occhi, e dargli la vita, farlo arrivare, fargi compiere il suo viaggio infinito.

Ecco.

Ero lì.

Pietre, case, strade, vento, gelo.

Questo c’era nella mia vita ieri sera.

Pietre, belle, levigate e calde.

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2 Replies to “MUSA NOTTURNA”

  1. Non so dove trovi il tempo per scrivere racconti/poesia così lunghi ed articolati, sarai in un bel periodo di vena aurea.
    La parte che mi è piaciuta di più, non so il perchè, è quando scrivi dell’ assenza della luna, ne dichiari l’ assenza ed intanto la descrivi in tutte le dee da lei rappresentate, dimenticandoti però di Lilith.
    ciao Piero…buone giornate…smack.

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  2. Hai una pazienza infinita a leggere questi post. No, non ho una vena molto aurea. Mi manca qualcosa. Un pò … di fuoco ancora.

    Lilith. Si manca.
    Comunque ho letto recentemente alcune poesie di una giornalista/poetessa libanese, Joumana Addad, giovane e anche carina. Molto impegnata. Ed ha scritto un libro di poesie “Il ritorno di Lilith”, molto bello. Poesia accesa. Forse imperfetta stilisticamente, forse.Ma molto accesa. Una riscossa della donna che rivendica la sua femminilità.
    Molto bello.

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