EDDY

August RODIN - THE KISS

Eddy.

Eddy lo chiamavano sempre così.

Lo chiamavano così perchè era figlio di chissà chi, di un padre un poco nero.

 

Un filo di ferro, Eddy, messo al mondo da una bambina di poco più di tredici anni, che aveva conosciuto la vita troppo presto, quando ancora avrebbe dovuto andar a letto con mammà.

Eddy.

Eddy giocava ancora, la sera, con mammà.

Sembravano fratellini.

Lei era nera  nera di capelli.

 

Lunghi, lisci lisci, morbidi, una cascata di seta corvina.  

Una nuvola lucida.

Doklcezza da accarezzare.

 

Angiolina, si chiamava.

Bella come un angelo.

 

Bruna e carnosa.

Un demonio, forse, non un angelo.

 

Un demonio.

Perciò Angiolina era guardata dagli uomini del vico come si guarda una creatura degli inferi.

La carne del peccato.

 

 

Faceva girare la testa a tutti.

Nessuno aveva un pò di pudore.

Una bambina, ancora.

Aveva perso le sue virtù innocenti ancora dentro al letto di casa.

Una triste notte, buia e fredda.

Che ancora si ricordava.

Piangeva.

Piangeva quando se la ricodava, Angiolina, quella sera.

Piangeva.

Piangeva mentre l’uomo di mammà si riscaldava nel suo nido, che non aveva mai ricevuto visite prima.

E si nascondeva.

Nascondeva la faccia, le lacrime. La vergogna.

Angiolina.

Era freddo. Quella sera.

Era il gelo.

E Angiolina diventò di ghiaccio.

Mentre la notte, fuori, la notte livida, si allungava e non voleva aver fine.

Maschi volgari, padri, mariti, sbavavano quando passavano davanti alla sua porta.

I soldati fischiavano sempre.

Erano sempre eccitati e gridavano pure.

Ma loro, almeno erano giovani, magri magri, e ridevano sempre, ridevano e scappavano.

Angiolina li guardava e sognava di partire con uno di loro, una volta.

Con uno di loro.

Ci provò tante volte.

Sapeva come mettere allegria al loro cuore.

 

Anche se s’intristiva sempre, quando le loro mani correvano rapaci, dappertutto, addosso a lei.

E dopo, lo sapeva, Angiolina lo sapeva, correvano sempre via anche loro.

Uno sputo, le lascivano addosso.

Una razione di cioccolata.

Un pacchetto di sigarette.

Ed un pacco che cresceva ogni giorno di più.

Chissà chi se l’era dimenticato, lì, dentro di lei.

 

Angiolina era ancora nell’età dei fiori quando Eddy incominciò a piangere.

Poi giunse l’estate.

E d’estate quel fiore dovette farsi forza.

Doveva trovare il modo di dar da mangiare a quel piccolo regalino. Quel piccolo dono che era uscito dal pacco, da quel fagotto che qualcuno aveva messo e lasciato, lì, dentro di lei.

Ma sapeva come fare.

Sapeva dove mettere le mani, la bocca.

Sapeva come muovere le anche e i fianchi, sapeva come impostare la voce.

Sapeva come far ammutolire i maschi più affamati del quartiere.

 

Le macerie dei palazzi del vico puzzavano ancora di fumo ed immondizia.

E quando pioveva l’acre fetore della polvere si mischiava a quello della muffa che consumava i ruderi ammassati al bordo strada.

 

In un angolo d’un cantone c’era una stanza miracolosamente sopravvissuta ai bombardamenti.

Sembrava un vero miracolo.

I fischi delle bombe lo avevano risparmiato, le granate, le esplosioni, i boati avevano avuto pietà.

In quel canto c’erano un letto, un tavolo, una sedia, un bacile.

Lì Angelina, il demonio che faceva bollire il sanguue degli uomini, faceva tutte le sue cose.

Lavorava di notte, con il sangue dei maschi infoiati.

 

Si lavava, per ritornare innocente come una Ninfa delle pure sorgenti, intingendo il suo corpo acerbo nell’acqua gelata che faceva da specchio sul piano del bacile. Mangiava quel poco o quel molto che quei poveri angeli di passaggio le lasciavano, ogni volta che desideravano bere alla sua fonte.

E giocava con Eddy.

Scuro di pelle.

Ricciolino.

E sguaiato.

Paffuto e allegro.

E scontroso, sensibile e fragile.

Sembrava una femminuccia, acconciata nei vestitini di Angelina.

Il figlio di un demonio non può aspirare a nessun Paradiso.

E cresceva così, senza sapere di essere asperso, non dell’acqua santa del battesimo, ma della putrida unzione del peccato.

E il peccato lascia ferite sanguinanti.

Ferite profonde.

Sanguinanti e profonde, ma pure invisibili.

Ferite che fanno male, ma non si possono curare.

Infette.

 

Malate.

Così nascoste, che nessun linimento, nessun disinfettante, può dargli sollievo.

Ed Eddy nascondeva quelle ferite nel suo cuore.

Nel suo intimo più profondo quelle ferite diventavano piaghe.

Dolevano.

Le nascondeva così bene che nessuno si era mai accorto di quel lento e continuo avvelenamento.

Nemmeno lui, se ne era mai accorto.

E così i suoi giorni passavano giocando assieme adAngelina.

Accarezzando le sue braccia e le sue gambe, succhiando la linfa dai turgidi capezzoli di bambina, mamma inconsapevole di alimentare il peccato più innocente.

Eddy conservava in bocca il sapore di quel corpo, il sapore della vita, come solo i bambini sanno fare.

Si saziava dell’odore degli anfratti più privati di quel corpo di femmina bambina, di demonio provocante.

Intingeva la punta delle dita negli umori più dolci di quella fonte di dolcezza. Se le infilava in bocca, nel naso, le assaporava, le gustava, le annusava, se ne nurtriva.

Ed imprimeva  dentro di sè il marchio incancellabile della devozione per il demonio.

 

Crescevano insieme così.

Diventarono, una, l’Estate e, l’altro, la Primavera.

L’Estate era il caldo madido e sudato delle viscere della terra, il calore sotterraneo ed impietoso che prendeva le sembianze della una bellezza più pura, l’innocenza di un demonio col corpo di Afrodite.

La Primavera era l’oscura filiforme tensione di una saetta di Zeus, un dio leggiadro, con le ali ai piedi, leggero, volubile, con la pelle sensibile di una gazella.

Erano madre e figlio.

Il tempo più caldo della stagione presente e di quella che deve ancora maturare.

L’Amante insaziabile e il potere della Natura da cui non ci spuò sottrarre.

Le stagioni non lasciavano segni sul loro corpo.

La Bellezza li avvolgeva come creature immortali.

Dei destinati a vivere nel dolore e tra le macerie.

Intanto, con gli anni le macerie del vico erano diventate case di poco valore.

Altre macerie, di scarso decoro.

La stanza di Angelina si era arricchita di poche suppellettili dorate, volgari, pesanti.

Facevano contrasto col suo collo sottile, coi suoi seni acerbi, con le sue lunghe gambe nervose.

La candida pelle di marmo restava pura come il latte di una divinità del cielo.

Il suo monte di piacere era una sorgente di ambrosia che inebrava il Panteon affamato dell’Olimpo.

 

Anche Eddy si faceva, crescendo.

Bello come la mamma, non sapeva decidersi.

Di diventare uomo vero, con la barba, le ruvidezze spigolose dei maschi, non ne voleva sapere.

C’era qualcosa, nella sua natura, che non sapeva sbocciare.

La pelle rimaneva levigata come quella di un Angelo.

Il suo incedere, elastico come quello di una cavalla.

Niente a che vedere con la marziale orma di forza che rilascia il passo dei soldati in divisa.

E nel cuore di Eddy non c’era neppure l’ombra di un amore, un volto d’angelo per cui sognare.

Solo il demonio.

Solo Angelina sapeva consolare la solitudine in cui si vedeva perduta con quel figlio visionario.

Solo tra le sue braccia, il bambino, quel bambimo, diventava adulto.

Un uomo.

Il maschio.

E una donna.

Una femmina.

 

Tutto si confondeva, in quelle malinconiche serate di carezze al chiaro di luna che entrava dalla finestra del vico.

Le loro ombre, sul muro, la notte, si muovevano piano, come fossero un solo, unico, corpo che ballava, voluttuosamente.

Eddy.

Lo chiamavano così.

Perchè era un poco nero.

Femminiello.

Senza una storia.

Senza un padre.

Figlio del demonio.

E di una colpa senza volontà.

Una colpa che brucia in eterno, anche se è solo frutto del caso, o del peccato di un altro.

Una colpa da espiare con la condanna dell’amore.

Una tortura da infliggere, la notte, a quei corpi che si stringevano ansimando.

Eddy piangeva quando nel vico lo prendevano.

Non gli serviva quel denaro. Non voleva regalare la sua vita a chi voleva soltanto buttare via la sua.

Era sempre profumato.

Sempre triste.

Aveva addosso l’odore dell’amore.

L’odore degli angeli dell’amore, angeli e demoni.

Come Angelina.

Nera.

Mora.

Un frutto da masticare.

Si portava a spasso una malinconia inconsolabile, la solitudine di chi sa di non avere scampo, sulla terra.

Angeli e demoni.

O Dei.

Dei perdutisi nel corpo mortale di quei due poveri Cristi, nati per sbaglio, nel vico schiaffeggiato dalla vita e dalla morte.

Eddy.

Lo chiamavano.

I sicari del quartiere lo cercavano per regolare i conti, una volta per sempre.

Aveva tradito.

Non si sa perchè.

Droga.

Amore.

Sesso.

 

Angelina era disperata.

Quando abbracciò il corpo freddo e pallido non ce la fece ad urlare.

Non pianse.

Solo ricordò quella volta.

Il letto di mammà.

Quella notte.

Quando il buio nascose la sua colpa, la sua vergogna, il suo miserabile destino di demonio cui era stato rubato il fiore più delicato.

Due lacrime sole.

Dense.

Concentrate.

Pesanti.

Piene di tutta la sofferenza di quella vita buttata a gambe all’aria in un vico puzzolente.

Non ce la fece neanche ad asciugarle.

E le lasciò scivolare.

Giù.

Tra i seni.

Sul ventre.

Liscio come pelle di pesca.

Sulla sua ferita sanguinante, aperta tra le gambe di bimba innocente.

Si alzò, faticava.

Si trascinò sotto il peso del corpo di Eddy, massacrato da due coltellate, lunghe e profonde.

Era come se portasse in braccia il cadavere del suo destino.

E si allontanò nel buio. Piano.

Nella notte.

 

A Napoli c’è il mare.

Un mare azzurro e tiepido, d’estate.

Un mare che le ferite degli uomini stanno contaminando come una cloaca.

E quel mare può diventare bollente, quando, nelle sue viscere, si aprono le porte dell’Inferno.

Le porte dell’inferno che circonda Napoli.

Un inferno da cui trasudano i fumi sulfurei della bocca dei vulcani, delle fumarole, delle solfatare.

Il mare è pietoso.

Le porte dell’inferno si aprirono, quella notte.

E la regina dei Demoni le oltrepassò.

Col suo passo flessuoso.

Solo appesantito da una pena inconsolabile.

Poi, piano, quelle porte immense si richiusero.

Nascondendosi dietro, per sempre, il dolore di una madre.

La sofferenza di un’amante.

Anche l’Inferno può avere pietà.

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