L’ATTESA

 

13 FEBBRAIO 2011 - PIAZZA DEL POPOLO

13 FEBBRAIO 2011.

Piazza piena piena.

Chi dirà il contrario dirà una bugia.

Aria … sospesa.

Mancava qualcosa.

Loro, noi, tutti in perfetta sintonia, tutti con lo stesso desiderio , tutti con la stessa determinazione, tutti offesi allo stesso modo, tutti, tutti pronti a …

Ma …

Già.

Ma … qualcosa mancava.

Qualcosa manca ancora.

 

Si sentono le sirene che miagolano.

Stanno dietro le porte , davanti alle finestre, riempiono le piazze, sciamano per i viali.

Si odono le sirene che ululano.

Strazianti.

Lacerano l’aria.

Sono grida che fendono l’aria come lame.

Sirene, urla, grida, bandiere, fumo …

 

La televisione sfarfalla ancora.

Nessuna immagine viene più vomitata.

E’ strano, perchè ormai avviene solo nei film, quelli vecchi.

Non esiste più una televisione che si dimette, che si spegne.

Ma non esiste neanche l’apparecchio si mette a parlare, a vociare.

Tutto un mondo è finito.

 

I fogli del discorso del ministro dell’Ordine sono sparsi per terra.

Milioni e milioni.

L’ultimo gesto eloquente del Ministro, quel lancio violento del pacchettino di fogli di mezza misura addosso alla telecamera, alla fine del discorso, al momento della parola fatidica : “coprifuoco. Ordine”, quell’ultimo gesto aveva compiuto un miracolo.

Anzi, due.

Insieme.

Davanti ad ogni apparecchio, non importa se vecchio o nuovo, in bianco e nero, veri reperti di modernariato, o ultrapiatti a led e chissà quali altre diavolerie, davanti ad ogni telvisore s’era sparso il disrodine di quel mucchio di foglietti.

E poi, improvviso, il silenzio, lo sfarfallio, allucinatorio, ipnotico.

Due miracoli.

In contemporanea.

In diretta, se si può dire così, televisiva, a reti unificate.

 

Il discorso era stato breve.

Poche frasi.

Dichiarate con un volto austero, scavato, esausto.

In sintesi.

Il governo è caduto.

Ripristineremo l’Ordine.

Dichiaro il corpifuoco.

Ecco.

Questi i fatti.

O le parole.

O meglio.

I fatti che coincidono con le parole.

 

Tutto questo è solo l’inizio.

Un inizio che però non si trova.

Si è perso il copione.

Nessuno più sa come andare avanti.

La Storia adesso viaggia senza filo conduttore, senza una velina a fare da canovaccio.

Una velina.

Minogonna puberale, lessico da scuola media, un sorriso di plastica indossato come una maschera da Carnevale.

No.

Nessuna velina, nè di silicone, nè di carta sottile.

La Storia ormai è orfana.

Sola.

Costretta ad andarsene in giro a cercare un pò di elemosina.

 

Tutto questo è un inizio, una continuazione ed una fine.

In quella sfarfallante dimensione del tempo anche il ministro dell’Ordine si è perso.

Lo cercano gli uomini della scorta.

Lo cerca il il Piemme, il Giudice delle Indagini Preliminari, il Boia.

Il dicastero intero è in subbuglio.

Tutti gli uffici brulicano di personale indaffarato che si sta dando da fare senza sosta.

E senza alcun risultato.

 

Ecco.

Il caposcorta dice che quando i televisori si sono inceppati, lui ha visto il ministro scappare.

Di corsa, come un lampo, una folgore.

Il cameraman invece non è d’accordo.

Lui l’ha visto, il ministro, che teneva le mani sotto le gonne di una velina, cercando disperatamente di recuperare il messaggio che aveva lanciato.

Ma tutti lo prendevano in giro.

Il cameraman.

Prendevano in giro il cameraman, non il ministro.

Il Boia bestemmiava e malediceva.

Il Giudice imprecava.

La cerimonia delle esecuzioni non poteva cominciare.

Erano stati fermati apposta dei giovani facinorosi.

Per renderli più aderenti al clichè gli avevano fatto indossare delle parrucche con i capelli lunghi e degli orecchini e dei piercing.

Ed erano stati contattati anche degli anrchici, dei più riottosi.

Che, però non volevano saperne di stare fermi lì ad aspettare.

Temevano che le loro bombe anarcoinsurrezionaliste potessero scadere, e diventare inutili o addirittura inoffensive.

Anche il presentatore del Tiggì si era spazientito.

Come dare la notizia?

Un rapimento?

“Il ministro dell’Ordine è stato oggi rapito”.

O un attentato?

E quante vittime, di grazia, si divevano piangere ?

 

Nella villa del capo del governo si stava celebrando la cerimonia della consacrazione degli ultimi vescovi della religione di stato.

Il papa era seduto sulla sua sedia gestatoria e gli pendeva il mantello imperlato dietro alle spalle curve di povero vecchio annoiato.

La lunga fila dei chierici in tunica virginale bianca era schierata in parata.

I rossi cappelloni arricchivano la scena.

Gli invitati del premier erano affamati.

Qualcuno si toccava sotto i pantaloni.

Era davvero sconcertante, quello che stava accadendo.

“E allora, presidente, cosa è accaduto?”

Chiese un generale, con un sorrisetto incomprensibile sotto i baffetti.

Fu arrestato immediatamente.

Si tenne anche un’imprevista riunione dei colonnelli del partito del premier.

Il Partito delle Lumache.

Vendute.

Al mercato.

Le lumache.

Come tutti i membri del partito.

Le escort che avevano intrattenuto gli ospiti di stato erano ormai tutte ritornate al baraccone del circo da cui erano state prelevate.

Le più fortunate, le privilegiate, le prescelte, erano state pagate con buste di banconote di grande taglio, e poi erano state alloggiate nelle stalle della villa, situate fuori dal cancello, ma a poca distanza dalla villla stessa.

Erano belle.

Le stalle.

Le escort.

Anche.

Tutte bambole di plastica.

Come delle Barbie.

Tutte rosa e nere.

O rosa e bionde.

Non portavano indumenti.

Come delle Barbie, erano bamboline di silicone.

Nelle mani degli ospiti della villa erano come marionette morte.

Non provavano sentimenti o passioni.

Erano solo oggettini d’arredamento senza valore.

Ma erano belle.

Le statuette di porcellana della collezione di Capodimente che il premier custodiva nelle bacheche del grande salone dalla festa.

Ma quelle non si potevano toccare.

Avevano tutte delle strane mutandine rosa sulla bocca.

 

Ecco.

E’ questa la situazione, oggi.

Stiamo cercando ancora.

In piazza eravamo davvero tanti.

Qualcuno dice anche più di un milione.

Il ministro non si trova.

L’Ordine è sparito.

Il premier è occupato nella sua villa a cercare di sciogliere gli ultimi nodi di quel misterioso attentato al suo governo.

Il Boia smadonna ed affila la sua lunga scimitarra.

Il giuidice cerca nella borsa un volume di leggi adatto a regolare quella situazione senza precedenti.

La televisione resta invariabilmente muta.

Sfarfalla.

Paziente.

Ipnotica.

 

Il silenzio è sovrastato dal lieve ronzìo di tutti gli apparecchi sintonizzato sul nulla.

Tutta la città è sovrastata da quel leggero ronzìo.

Anche la piazza.

Ma in piazza il ronzìo è soverchiato dal mormorìo delle migliaia di astanti.

Impazienti.

Eccitati.

Dal palco si levano discorsi che restano in aria.

Volano in alto, anzichè atterrare sulla folla.

Solo qualche parola, di tanto in tanto cade sul naso di qualcuno di quei volti che, a milioni, stanno sospesi a guardare cercando afferrare il senso di quella strana manifestazione.

Qualcuno si fa anche male, perchè qualche parola, si sa, è pesante, è come pietra.

Qualcuno schiva con prontezza.

 

Qualcuno ha deciso di fare la sua manifestazione in un teatro.

Mostrando mutande rosa.

E veline.

E si sbraccia discorrendo ed ansimando.

Grasso e sudato sembra un maiale seduto sul palco.

Ma il pubblico applaude.

Festoso.

Mangiano salsicce.

Ma nessuno beve birra.

Solo vino adulterato.

E si danno grandi pacche sulle spalle.

Con lascusa dell’affetto e della solidarietà si puliscono le mani, più che la coscienza.

Quella è sporca.

Ma nessuno la mostra.

Come il colletto della camicia.

Ben rinfoderato sotto il bavero del cappotto su cui è stata applicata una cravatta a forma di mutanda rosa.

 

Il Ministro non si trova.

I suoi occhi spiritati e la sua voce roca e volgare si sono perduti.

Il miracolo.

I miracoli.

Solo quelli restano.

Vuoti.

Inutili.

Blasfemi.

Anche le televisoni smettono di sfarfallare.

Ed ora scende il buio.

Ed il silenzio è terribile.

Sulla notte della repubblica.

Solo la piazza resta illuminata.

Sono i lampi che sprizzano da quel doppio milione di occhi piantati nelle facce delle persone assiepate in quella piazza, una folla immensa che riempie lo spazio aperto fino a farlo straboccare.

Milioni che sembrano miliardi.

Occhi che sembrano fari.

 

Fari che interrogano il buio, la notte, il vuoto dei palazzi del potere come Inquisitori impietosi.

Ma loro non si vedono.

Il premier.

Il Ministro dell’Ordine.

I vescovi.

Il papa.

Il Boia.

Spariti.

La forca è senza spettacolo.

Il palco è silenzioso.

Sembra una forca.

Quegli occhi sono come i traccianti di mille mitragliatrici.

Forse loro li temono.

Ma non lo dice nessuno.

Il silenzio ha preso possesso della repubblica.

Pietoso.

Innocente.

Rispettoso.

2 thoughts on “L’ATTESA

  1. …non so se te l’ ho già detto, comunque vada mi ripeterò: ci sai fare a scrivere.
    Hai creato un clima d’ attesa, quasi mi ci fai credere, che possa cambiare qualcosa, mi fai pensare…eppur si muove, ma no non ci credo, lui starà sul suo trono, nulla si può contro di lui. Era già tutto scritto quando si è dato il governo dell’ Italia nelle mani del più ricco e di chi detiene tutto il potere dell’ informazione: gossip, giornali, libri, tv, pubblicità ecc ecc.
    Quello non lo si toglie più.

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  2. Non lo so.
    Cambierà?
    Non cambierà?
    Non lo so.
    Io vedo che il mondo sta già cambiando, dappertutto intorno a noi. A velocità inimmaginabile.
    Già questo mi basta.
    Presto, molto presto, tutto questo ciarpame sarà spazzato via, sommerso da un’onda che non ci si aspettava.

    Mi piace

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