INESISTENZA

Alberto GIACOMETTI - GRAND NU (1962)

Lo sapeva.

Si, dentro di lei sapeva che sarebbe accaduto.

Era sempre stata solo un questione di tempo.

Nessuno avrebbe mai potuto avvisarla, avvertirla, salvarla.

E quel momento, ormai, era giunto.

Lo aveva atteso a lungo, per tutta la vita.

Per tutta la sua lunga vita, una vita da povera donna, trascorsa per le strade del mondo, alla ricerca di chissà cosa.

Una ricerca affannata, tragica, forse, rassegnata.

Una infinita ricerca che forse era stata una fuga perpetua.

Una fuga.

Ma fuggire, si, fuggire, fuggire, da cosa?

Cosa mai la vita le aveva potuto dare per metterla in condizione di diver fuggire ?!

Non aveva mai avuto nulla.

Non aveva posseduto nient’altro che stracci, qualche cartone, qualche boccone di cibo stantìo nelle tasche.

Stracci che si portava sempre addosso.

Qualche cartone rimediato per strada, da usare come riparo precario contro il freddo assassino della notte.

Bocconi di cibo recuperato nei cassoni dell’immondizia, qualche tozzo di pane, davanti al negozio di un fornaio o di un panettiere, uno o due frutti mezzi marci, presi da una cassetta avanzata dai banchi del mercato rionale, e quando era stata aiutata dalla fortuna, qualche biscotto, o un dolce non ancora del tutto irrancidito.

Nulla di tutto ciò avrebbe mai potuto attirare l’attenzione di un malfattore, un ladro, un rapinatore.

Gente di classe, quella.

Delinquenti di rango.

“Io non sono neanche una barbona.

Meno di una cimice.

Una bestia senza padrone.”

Aveva provato i morsi della fame e quelli dei pidocchi. Quelli del gelo e quelli dei topi di fogna.

Aveva provato le catene degli sbirri e quelle della miseria.

Ma era sempre fuggita, come se fosse stata inseguita dalle migliori polizie del mondo.

“E perchè mai, avrebbero dovuto inseguire una come me, quei segugi ben nutriti e profumati, ben vestiti nelle loro toelette da investigatori di classe?”

I flick aveva imparato ad evitarli per strada.

Bastava buttarsi in un cespuglio, o annegare nell’ombra di qualche vico maleodorante.

I flick non hanno naso, nè occhi, nè voglia di cercare.

Sono pigri.

Si nascondono sotto i loro manganelli, così lunghi e larghi da coprire ogni sprazzo di umanità che traboccava dalle divise tronfie e sudate.

Con quei cazzi di legno l’avevano trattata come una cagna, le avevano fatto sentire la vergogna, il peso di essere viva.

Sapeva di essere una donna solo perchè quelle belve glielo avevano fatto patire più di una volta.

E poi, tutti gli uomini sono belve feroci, assetati solo di sangue e di piacere.

Lei non aveva mai ricevuto un gesto umano da un cristiano benvestito, e neanche dai relitti inumani che affollavano le strade di notte come lei, le aiuole e le panchine gelate e bagnate.

Forse per questo aveva vissuto i suoi lunghi, infiniti, giorni fuggendo, sempre fuggendo, nascondendosi, avvolgendosi nel nulla.

Un nulla che si confondeva con il nulla.

Era stato il nascondiglio perfetto.

Era sfuggita a tutti.

Era riuscita a seminare perfettamente ogni inseguitore.

Era scampata anche a sè stessa.

Ma alla fine era il momento era giunto.

La fine.

La fine della fuga.

  

La città era stata rapita da una nube di nebbia densa, bianca, fluttuante, spinta dal lento viscido vento del primo mattino.

I lampioni erano ormai spenti da ore.

Candele morte.

Cadaveri che non ne volevano sapere di cadere.

Ormai non servivano neanche a rischiarare il buio.

Erano scheletri inutili.

Come lei.

Adesso che la fine era arrivata doveva fare i conti.

Tirare il suo bilancio.

Il risultato della sua pertita.

“Hai vissuto?”

Le chiese la Morte.

“Hai vissuto, puoi dire di essere stata viva?

Bada alla tua risposta.

Se tu non avessi vissuto io non potrei portarti via.

La mia opera è possibile solo a questa condizione.

Se hai vissuto, io posso mietere il tuo stelo”.

Il silenzio fu breve.

Più dovuto alla fatica di respirare nel freddo della notte, che altro.

“Si.

“Io ho vissuto”.

La Morte, io la chiamo con il suo nome proprio anche se sono molti i modi per evocarne la presenza, lei, la Morte, aveva lo sguardo profondo, freddo, si freddo, ma intenso.

Neri occhi senza fondo.

E un volto da madonna, bello e dolce.

Non tenero, no, spaventoso, anzi, nella sua bellezza candida, quasi virginale.

Mai era stata profanata la sua purezza. La Morte era vergine e nel suo candore affondava la ragione dell’innocenza con cui svolgeva la sua missione di mietitrice di vite.

Donne, uomini, vecchi, bambini, ragazzine.

Poveri, ricchi, potenti, relitti umani.

Tutti diventavano suoi schiavi.

 

La Morte era rimasta in silenzio.

Buio che si stagliava sul buio della notte, sul viale senza luci.

Le stelle si erano spente.

La luna era andata dormire.

Il sole viaggiava lungo la linea di un orizzonte posizionato, forse, dall’altra parte del pianeta. Forse, per una volta, aveva sbagliato rotta.

Il braccio destro si allargò.

Come a splancare un’ala.

Un abbraccio, il gesto caldo di un abbraccio, mosse quel braccio, il destro, si, lo ricordo bene, così lungo che sembrava quasi deforme.

Un’immensa ala nera, secca, magra, quasi filiforme.

Forse si trattava solo dell’impressione del buio, che avvolgeva le forme e rendeva ogni cosa più irreale.

Lei si fece sotto.

Si accostò a quell’abbraccio sorridendo.

Mai aveva sorriso in vita sua.

Mai quella smorfia aveva solcato il suo volto.

Poteva essere il taglio di una falce.

Ma adesso si, sorrideva.

Per la prima volta si sentiva protetta.

L’ala della Morte era un caldo riparo, un angolo protetto dietro cui non potevano più penetrare le intemperie della vita.

Ma non era ancora giunto quel momento.

Doveva ancora attendere.

Quello che era il centro dei suoi desideri era ancora al di là da arrivare.

Dopo !

Quello sarebbe stato il riposo, il sollievo che le avrebbe cancellato dal volto l’ultima fatica.

 

Il momento che aveva atteso per ogni minuto dei suoi lunghi anni doveva ancora trascorrere.

Infinito. E terribile !

La sua ferita doveva essere ancora incisa.

E se era fuggita per tutta una vita, era fuggita per non presentarsi a questo appuntamento, per nascondersi dinanzi a questa tortura, così spaventosa.

Era un macigno.

Un enorme peso che le gravava sull’anima.

Un groppo che le aveva tolto il respiro in ogni istante di quella sommaria esistenza.

Ma ora non poteva più fuggire.

Mentre guardava vogliosa la Morte negli occhi, golosa del riposo eterno, della quiete perpetua, l’ultimo spasimo le spaccava il cuore.

Affrontare la sua ultima pena.

Era l’amaro calice che non poteva più rifiutare.

E così si decise.

 

Con un respiro più forte si rialzò in piedi, si fece più alta.

Si ravviò i capelli sporchi, spessi come stoppa ingrassata.

Si fece coraggio.

E decise di guardare.

Aprì gli occhi dinanzi alla notte.

Affondò lo sguardo nel suo spaurito cuore.

Era sempre stato così, proprio spaurito, come il cuore di un uccellino timoroso per il fremito di ogni fronda, per ogni vibrazione dell’aria.

Era stato sempre così.

Quel terrore panico che l’aveva fatta fuggire e nascondersi e scappare le aveva stretto violentemente il petto ogni volta che qualcosa richiamava la vita alla sua mente.

E aveva tenuto serrati gli occhi nel buio, nel vuoto, senza guardare, senza capire, senza sentire.

Così.

Così per tutta una vita.

E ora, invece, doveva superare l’ultima prova prima di potersi finalmente addormentare nell’abbraccio caldo della più amata sorella.

E così, con gli occhi spalancati, così aguzzi, piantati come due chiodi negli infiniti attimi dei suoi giorni trascorsi sulla terra, così cominciò a guardare.

E vide il mondo muoversi all’indietro.

Rivide l’attimo in cui era nata.

La morte della madre.

Il sangue che l’ostetrica non seppe fermare.

L’emorragia che consumava le energie di quel corpo che si spegneva nell’attimo di compiere il miracolo di donare la vita.

La Morte che accorreva di corsa a quel capezzale.

Urlava.

Urlando parole crudeli, la Morte inflisse il suyo colpo :

“Sei colpevole!

Sei tu colpevole!

Prendendo tu la vita, l’hai tolta alla madre tua!

Tu, tu, hai aperto la via alla Colpa!

Tua compagna di strada sarà, la Colpa.

E mai, nessuno, potrà togliere dalle tue spalle un fardello così pesante, quel peso ti sovrasterà in ogni attimo, annienterà la tua esistenza.

La tua sarà una morte da scontare per tutta la vita.

Non hai speranza !

A te è negata l’illusoria attesa che il Fato si compia in un’altra direzione, designi un’altra vittima, sacrifichi un altro capro al posto tuo !

E quando io giungerò, sarà solo alla fine.

E il sollievo ti farà chiudere gli occhi.

E riposare.

E morire ti farà felice!”

 

La Colpa era stata la sua compagna.

Compagna da cui aveva voluto fuggire in ogni attimo.

Cercando di nascondersi.

Di perdersi nel nulla.

“Forse, avevo sperato che annientando la mia esistenza, che anche lei, la mia compagna indissolubile, la mia stessa Colpa, anche lei si sarebbe fatta Nulla, alla fine,  per scomparire. Per avere, così, il modo di morire libera, come qualsiasi altra creatura.

Ma tu, mia compagna, tu lo sai!

Non mi eri così vicina e fedele per quell’anatema, per quella condanna.

Le parole della Morte per me nulla avevano mai pesato.

Io, che dell’essere Nulla avevo fatto la mia consistenza, come potevo tremare, e fuggire, e sentirmi colpevole se era la Morte che mi aveva messo al mondo ?

Io, figlia sua più che delle carni di mia madre, disseccata sul letto del parto, avevo un altrom peccato.

Il desiderio.

Un desiderio insensato,folle ireeprimibile.

Io volevo esser viva.

Volevo, anche se solo per un attimo, provare l’ebberezza della Vita.

E per tutti i miei giorni ho coltivato ciecamente il mio desiderio.

La mia Colpa!”.

Questo aveva pensato.

E aveva vissuto di illusione.

Di Niente.

Neanche l’aria aveva respirato.

Neanche al cuore aveva comandato di  battere.

Neanche al sangue di intiepidire le vene.

Così.

Così era trascorsa la sua inesistenza.

4 thoughts on “INESISTENZA

  1. Che triste racconto, velato di nebbia dalla nascita alla morte, che poi la morte la prende o la lascia ancora nella sua inesistenza?
    Sai mi ha fatto tornare in mente la Storia Infinita ( almeno credo di ricordare che sia questo libro) dove il vuoto si mangia tutto, come un mostro che avanza inesorabile, ebbene nel tuo racconto sento ruggire il vuoto, ma forse come dice una poesia nel blog di Pulvigiù è il vuoto d’ amore, cosumiamo, adoriamo ma siamo ancora capaci d’ amare?
    Io non ne sono sicura, mi ritrovo sempre più egoista e non mi consola osservare che sono nella media.
    Ciao Piero

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    • Si, Paolè, è un racconto nella nebbia.
      C’è un tema che mi interessa, che voglio scavare.
      La colpa.
      Qui è preso di striscio, da lontano.
      Ci riproverò.
      Non c’è alternativa al nostro destino, tutto finisce prima o poi.
      Quindi la fine è ovvia.
      La morte si prende la sua moneta.
      Ma se rileggi bene, viene anche ingannata, perchè la sua profezia sicura, la su Verità ineludibile, è stata aggirata, raggirata dal pensiero segreto che per tutta la vita lei, la povera donna, si è tenua dentro.
      Ma è anche la Colpa, quel pensiero.
      Una colpa.
      Il desiderio di essere, di restare vivi, attaccati alla vita nonostante tutto, è anche una colpa.

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  2. Ciao, sapete consigliarmi dei cosmetici che non fanno test su animali? Grazie mille per l’eventuale risposta.

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