MEMORIA DEL 26/1/2011

RENE' MAGRITTE

Si celebra domani la Giornata della Memoria.

Memoria dell’Olocausto, della persecuzione contro gli Ebrei da parte dei regimi nazi-fascisti d’Europa.

Sembra facile ricordare.

Sembra facile.

Ricordare.

Ricordare vuol dire, testualmente, riportare al cuore, ai suoi sentimenti, ai suoi palpiti, cose, fatti, persone.

E quando quelle cose, quei fatti, quelle persone agirono sul cuore, quando furono cose vive, fatti accaduti persone in carne e ossa, produssero effetti, palpiti, sentimenti.

Ecco, ri-cordare, significa riportare nel cuore quei sussulti, quei palpiti, quelle passioni.

Questo vuol dire “ri-cordare”.

 E come posso tenere a bada il cuore, io, in questi giorni, impedirgli di battere furiosamente, di martellare rabbiosamente ?

  

Si è guardato intorno, lui, dalla finestra aperta sul mio petto fiero, si è guardato in giro senza più riconoscere più i luoghi in cui nacque, i volti che lo accolsero, i compagni che marciarono con lui, che invocarono e pretesero giustizia, libertà, fratellanza, progresso !

Dalla voragine che si è spalancata lì sul mio davanti, da quella finestra che getta luce nel profondo del mio animo, non si sporge più, lui, sorridente, orgoglioso, a rivendicare il futuro più radioso per sè, e per me, con lui, e per i miei mille e mille fratelli, per i miei figli di oggi e di domani, per tutti gli uomini del mondo !

Ha marciato da solo sotto bandiere illuminate dai sentimenti civili più alti !

Ha marciato in solitudine, testardo, abbracciato stretto dalle mie costole e legato da fili d’oro al mio sterno, mi ha fatto coraggio, mi ha indicato la strada, ha infuso calore alle mie mani, forza al mio pugno chiuso, stretto, al mio bisogno di bene per tutti !

E adesso, da quella finestra, lui non si affaccia più !

E come posso più tenerlo a bada, ora ?

 

Adesso che sono vuoto min sento invaso. Ora che lui non si affaccia più alla mia finestra, che non illumina più la mia strada, mi accorgo di essere diventato una terra di conquista.

E dentro di me, i barbari, gli invasori, stanno già costruendo trincee, stanno innalzando forche, stanno chiudendo i cancelli di nuovi lager.

Procedono, efficienti, stanno rastrellando gay e lesbiche e zingari e comunisti e …

Non finirà mai la loro caccia !

Sono diventato così grande, il mio spazio è così smisuratamente esteso, che ormai debbono mobilitarsi in massa.

E quelli, per ritorsione, hanno ormai deciso di conquistare la mia anima !

Mentre io, adesso, sono solo.

 

Sono loro, sono sempre loro.

Sono sempre gli stessi !

Li vedo.

Li ri-cordo.

Ieri portavano divise ed elmetti, mascherati come mostri assetati di sangue,  ed usavano fucili, mitraglie e bombe.

Oggi usano parole come fucili, mitraglie e bombe.

Parole che esplodono come colpi di cannone.

Esplodono e strappano, come rami secchi, braccia e gambe.

Squarciano toraci e seni.

Lasciano dietro di sè scie di sangue e gemiti, urla e singhiozzi, disperati e lugubri.

E lui, il mio povero cuore, è spaventato.

Ha cercato riparo.

Un rifugio nel più profondo delle mie viscere, ma lì ha trovato solo paura.

E nausea.

E disgusto.

Non posso offrirgli il riparo che lui desidera, non so.ù

Non ho più il fegato, la milza, i polmoni.

Il coraggio che mi sgorgava fino a ieri dal fegato è diventato fiele amaro, secrèto dalla milza come fiotti di vomito nel quale annegano i polmoni, come in un un mare fetido e putrido.

 

Ma lui, il mio cuore sbigottito, il mio povero compagno, non sa cedere.

Non vuole.

Non può abbandonarsi allo sconforto, alla disperazione. Menchemmeno alla paura.

E disperato, nascosto, osa battere ancora.

Si guarda intorno, cieco, nel suo andìto fragile e buio, ancora una volta sussulta, quando ode il boato di quelle bombarde assordanti.

Sembra spaurito, questa volta.

Ma è solo un attimo, un’esitazione che lui, poi, scaccia via con gesto deciso.

E si mette ad urlare !

E batte, strepita, martella come un animale imbizzarrito !

 

Non ha un disegno, un programma, un progetto.

No.

Smarrito, si sente abbandonato.

Soffre in silenzio, deluso.

Ma non è solo.

Nell’oscurità in cui se ne resta nascosto, non vede il deserto davanti a sè.

S’immagina palmeti, sorgenti, piccole oasi.

Il brusio di voci soffocate gli porta la certezza di altre presenze.

Nell’ombra non hanno colore le loro divise.

E intanto il brusìo diventa un confuso concerto di voci smarrite.

Sono solitari altri compagni.

Sono pellegrini che, torcendosi le mani nervosamente, s’avanzano con dolore e intanto tendono una piccola luce, una fiammella, davanti a sè.

Un lumicino.

Ognuno.

Una fiammella.

Calda.

Vivace.

Ardente.

Sono in tanti, sono in molti.

 

Io li conosco.

Li riconosco.

Li ri-cordo.

Li chiamo per nome. Tutti.

Uno ad uno.

Urlo, mi sgolo, uso tutta la forza dei muscoli fino a farmi scoppiare la gola.

Le tempie mi dolgono.

Devo smettere.

La gola brucia.

Loro non possono sentirmi.

La mia voce  si perde, si confonde, è coperta dal frastuono.

Dalle televisioni che mitragliano in ogni casa della città, fuoriescono bagliori che vedo brillare come mine nell’atto di esplodere.

Sono loro.

Le voci dei barbari mi dicono che hanno già conquistato i centri nevralgici.

L’informazione.

La polizia a cavallo .

L’esercito !

 

Sono accampati lì, da tempo.

Ogni secondo, ogni minuto di ogni giorno, la loro offensiva conquista ulteriore successo.

Stanno prendendo, ormai, l’ultimo territorio libero della nazione.

La prateria sconfinata che si apre dentro ognuno doi noi.

Sono in tanti.

I compagni che vedo vagare sono come anime perdute.

Portano i piccoli, vividi lumini di cera, come spiriti immortali che non si possono spegnere.

Sono numerosi, infiniti, non riesco a contarli.

Eppure non fanno una folla, una massa, una mare per sommergere la centuria dei conquistatori.

Ognuno per sè.

Uno per uno.

Giganti solitari, titani sovrumani, orbi ciclopi, combattono da soli un’efferata lotta interiore.

Ogni tanto ne vedo uno cedere e cadere.

Quello barcolla, come preso da un’improvvisa vertigine, un colpo a tradimento, una bastonata alla nuca.

E crolla.

Cadono così.

Uno alla volta.

Ma per ognuno che precipita in un vuoto senza limite, altre mille e mille fiammelle si vedono emergere dal buio.

Solitarie.

Spiritate.

 

Oh, povero cuore mio !

Povero compagno cui non so dare sollievo !

Nei tuoi occhi rivedo quelli di mio padre.

Ed in quelli vedo gli occhi accesi di mio figlio.

Di tutti i miei figli.

Di quelli di oggi.

E di quelli di domani.

E la luce di quegli occhi è la stessa luce che porto stretta tra le mani, mentre avanzo in quella foresta di solitari alberi iluminati.

Occhi che brillano nel buio.

Come un nugolo di lucciole nella libera aria della sera, sciamano per ogni dove ma non riescono a fermarsi in nessun luogo.

E poichè, povere ingenue, sciocche, bestiole inconsapevoli, non sanno organizzarsi in eroico esercito vittorioso, la resistenza contro i barbari conquistatori si risolve in una vana confusione.

I viscidi parassiti cha stanno colonizzando ogni spazio puro della nazione possono, così, continuare nell’assalto immondo alla nostra anima, quasi senza incontrare difficoltà.

 

Quelli, i barbari, i conquistatori, li vedo, non hanno occhi, non hanno anima.

Non hanno cuore.

Hanno venduto tutto il loro essere alla brama di potere.

Forse è questo che li spinge.

L’incontrollabile terrore di vedersi allo specchio.

Nudi.

Vuoti.

Ectoplasmi d’uomo fatti di sola apparenza.

Scarni manichini.

Visetti e boccucce senza espressione.

Sessi ginnici che si agitano senza passione.

Cosd’, in questo stato, non possono reggere l’urto raggelante della verità, della loro verità.

E allora, come folli mostri posseduti, si dedicano alla guerra nella speranza di una morte da eroi. Non vogliono altro, nè, altro desiderano.

E così la lotta prosegue.

Infinita.

Senza vincitori.

Questo, compagno mio, mio cuore impazzito, è l’oggi.

Questo è il fedele diario, la cronaca del 26 gennaio 2011.

3 thoughts on “MEMORIA DEL 26/1/2011

  1. Caro Piero, non ti dimentichi mai il giorno della Memoria. In questa Italia piena di scandali , dove ormai ci si fa caso se troviamo una persona correta più che se ci imbattiamo in una disonesta, dove io non ho il coraggio di mettermi fra gli onesti, perchè il terreno mi frana sotto i piedi, e sembro una moralizzatrice ( oggi il peggior difetto è essere moralisti) bè non paiono più così malvagi i nazisti, ho il sospetto che forse avremmo fatto come loro…quasi tutti.
    Quelli, i barbari, i conquistatori, li vedo, non hanno occhi, non hanno anima.
    Non hanno cuore.
    Hanno venduto tutto il loro essere alla brama di potere.
    Forse è questo che li spinge.
    L’incontrollabile terrore di vedersi allo specchio…ma Piero se si guardano allo specchio loro si vedono potenti e belli-
    Oggi vedo nero, ma le notizie del TG sono assai sconsolanti.
    Ciao Piero…ten bota.

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  2. Caro Piero,
    la verità è che non solo “loro” non hanno anima né cuore, ma hanno costruito un mondo che giustamente ti terrorizza, perché esclude il cuore, l’anima, la comunicazione, il dialogo, la poesia.
    Noi, che abbiamo cuore e anima, siamo gli esclusi, come se non esistessimo e, come dici tu, siamo sparpagliati, non riusciamo a fare massa efficace.
    Stamattina ho ripreso a leggere “Mi rivolto, dunque siamo”, una raccolta di scritti politici di Albert Camus…

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  3. Amo troppo Mnemosyne, per dimenticarmi di lei. Il 27 gennaio è il suo compleanno!

    Il presente che stiamo vivendo assorbe molto anche del nostro passato.
    I barbari di oggi si vedono belli, come i barbari di ogni epoca. Ed è vero anche – avresti potuto dirlo, Paola – che ogni straneità tradforma in barbari gli sconosciuti che abbiamo di fronte.
    Ma qui, non c’entrava, questo.

    I barbari, qui, sono solo dei briganti, dei predatori famelici. Vuoti. Che nascondono il loro vuoto interiore con delle forme di bell’aspetto, che curano molto, non volendo nè potendo curare quel vuoto che li riempie.

    Noi abbiamo cuore e anima. Comunichiamo, parliamo, con la parola, i colori, le forme. Melodie della nostra anima.
    Da quel mondo di barbari siamo esclusi, è vero Laura. Siamo strani, così dobbiamo sembrare a loro.
    Strani, eccentrici, pericolosi.
    Si.
    Dobbiamo semorare così, per quel popolo di barbari.

    Il guaio è che a me piace sembrare così, esserlo, così, con il cuore e l’anima. E con le armi della poesia, della parola, dei colori, delle forme, combattere contro quella tribù incivile di barbari.

    Non siamo massa efficace.
    E’ vero.
    Siamo divisi, sparpagliati…
    Si, anche questo è vero.
    Però io ho un dubbio.
    Noi, forse, non siamo così divisi come sembra.

    A me pare che oltre a noi, ed oltre i barbari, in mezzo, fra noi ed i barbari, ci sia un’altra massa informa di esseri.
    Non ancora barbari, ma neanche arruolati fra i nostri.
    Sono i furbi. Furbi che, in realtà, non sono altro che fessi abbagliati da un’illusione.
    Ma quando sentiranno i morsi della fame e nessuno, niente, li sfamerà, vedrai, come si incazzeranno!!!
    Manca ancora poco.
    Stiamo per vederne delle belle, credo.

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