STORIA DELLA BELVA DISPERATA

Z. BEKSINSKI (24 Febbraio 1929 – 21 febbraio 2005)

Nella notte, la belva si sente come in gabbia.

Oh, si, è una perfida belva notturna. Lo sa. Si muove a suo agio nel buio, ha il passo ovattato e lo dguardo di brace che perfora la coltre della notte come una lma entra nel burro.

Ma stavolta, nella selva più fitta, la belva è preda di un’inquietudine mai provata prima.

Nero, lucido pelo selavatico, il suo manto si confonde con la selvaggia notte che si è rovesciata sul mondo.

Qualcosa fa fremere l’agile muscolatura ferina.

La bocca, spalncandosi nella sbadiglio dell’ansia famelica dell’assalto, trema.

Brividi percorrono tutta la lunghezza degli arti altrimenti ben piantati a terra.

Vacilla.

Esita.

Nella mente di una bestia non si formulano pensieri.

La coscienza, la parola che si distacca e si staglia come l’immagine oggettiva di una razionalità intellettiva, non appartengono al mondo di puro istinto animale di una fiera della macchia.

Solo istinto.

Solo scosse che corrono dai terminali dei baffi, irti come antenne, alla turgida coda che tasta l’odore di muschio della boscaglia come una narice ben istruita.

E’ l’eccitazione.

L’assoluto possesso dell’animalità che si impadronisce di quella massa di muscoli e tendini tesi come armi pronte a colpire.

Qualcosa, nell’aria, ha reso ipersensibile l’istinto animale che non si può sbagliare.

Qualcosa che viene da lontano.

Qualcosa di nascosto, di inaudito, di impercettibile.

Una vibrazione, forse una tenue sfumatura di temperatura, o una imprevista svolta del vento che porta un odore inaspettato. Inatteso.

Il pericolo è l’imprevisto, l’inaspettato, l’inatteso.

Nelle stanze dorate in cui vive, la belva si trova a suo agio.

Io le chiamo stanze doratee.

Vedo le porte di legno scuro.

Sento il rumore del vecchio legno del pavimento che scricchiola sotto i passi felpati della nobiltà che si reca a porgere il saluto alla maesta della belva.

Percepisco gli odori, gli effluvi, le scie di costosi profumi che le schiere di questuanti industriali, capitani, lacchè, lasciano in giro, dappertutto, negli aurei saloni della dimora dell’animale.

Armi odorose, con cui  un esercito grandame, la cui dignità è affidata all’estro di organi sessuali sempre pronti e ben in vista,  si vantano di combattere la loro battaglia contro le schiere di maschi che abitano la foresta.

Una battaglia di afrore e di spermatici assalti.

Ansimi e convulsioni.

E’ questa la vita della foresta.

Solo così potremmo capire cosa anima la vita della corte, laggiù, nella selva.

Sotterranei dove le femmine attendono, piene di voglia, che si ponga fine al combattimento all’ultimo sangue dei maschi.

Giardini, siepi, aiuole ben ordinate, in cui si rotolano coppie di bestie che copulano mentre il respiro gli strozza la gola.

Lunghe cosce.

Seni.

Mammelle prosperose.

Natiche pronte ad accogliere l’assalto voluttuoso.

Prominenti organi protesi come braccia verso il cielo.

Urla.

Gemiti.

Nel cuore della belva queste immagini si trasformano in sussulti, aritmie, palpiti.

Ormoni che eccitano ghiandole.

Singulti.

Eppure, nell’aria, qualcosa ha sconvolto i sensi bestiali della creatura.

Le sue narici, avvezze ad ogni pericoloso segno di morte, stavolta fremono, percependo qualcosa che la piccola massa cerebrale, posta nel basso centro del cranio della bestia, non riesce a decifrare.

Il momento del giudizio finale è arrivato.

Questo dicono i sensi attizzati allo spasimo.

L’ultimo combattimento è alle porte.

La lotta per la sopravvivenza rende più acuminate le affilate unghie retrattili.

L’alito pesante, puzzolente della decomposizione del sangue dei bocconi delle vittime, si fa rancido.

Acquista l’amaro fetore del fiele che la sua milza secerne senza sosta.

Sono lampi, i suoi occhi.

Braci.

Le porte dell’inferno.

Ecco.

Un inferno.

E’ un inferno quello che arde nel sangue della bestiale creatura.

Il suo ghigno, il suo sorriso di iena, ormai è acuto come una smorfia.

La sua carezza è temibile come il taglio di una scimitarra.

La sua zampata, devastante come un colpo di Stato.

Ogni sua energia è rivolta alla difesa.

Ogni suo vigore alla resistenza.

Ogni suo palpito alla sopravvivenza.

Ogni bestia della selva è un potenziale nemico.

Da giorni, da mesi, forse anni, ormai, il suo istinto ferito, il terrore che abita nel fondo dei suoi sensi, gli ha fatto sopprimere ogni senso di lealtà, ogni sentimento di amicizia, ogni rapporto di reciproca tolleranza.

Tutti i suoi vicini, le altre belve del branco, gli alleati della caccia, sono,  nel suo istinto malato, ormai, soltanto dei nemici pericolosi.

Nel suo istinto senza ragione, i disegni degli agguati, la diffidenza della belva gli incutono il terrore che può essere lenito soltanto con una vita di solitudine assoluta.

E il dolore insopportabile di quella vita di solitudine ascetica, imposssibile per il re dei re, per la belva della boscaglia, può essere lenito solo nelle orge di sesso, sangue e potere nelle quali annega il suo dolore solo per qualche ora, qualche breve ora dell’interminabile, eterno, infinito giorno.

Le sue vittime sacrificali i prestano volentieri al suo gioco.

Un gioco ben organizzato, al quale sono invitati i suoi più viscidi e striscianti servi, chiamati amici per convenienza.

Gli organizzatori materiali dei suoi festini di lasciva bassezza.

E’ disperata, la belva.

Impotente.

Le manifestazioni incontrollate del suo sesso hanno l’autistica insoddisfabilità di incubi paranoici incurabili.

Senza più alcuna speranza, ormai, sente l’odore della morte.

Un odore che non aveva mai sentito prima.

E che gli procura un’eccitazione di pura libidine.

Nessuna femmina aveva acceso mai i suoi sensi con tanto bollente ardore come quell’odore insopportabile di morte.

Insopportabile ed al tempo stesso di devastante voluttà.

La morte.

Il disfacimento.

La potenza assoluta sulla vita.

Contro la vita.

Il dominio sulla creazione.

L’assoluta, vittoriosa, prestazione contro gli dei della foresta.

La morte.

L’ultimo scontro.

E’ disperata, la belva, ormai.

Sa che la sua ultima ora è venuta.

Anche se non può pensarlo con la coscienza che la sua mente ferina non possiede, sa.

Lo sente.

E’ disperata, nella sua gabbia d’oro, tra i suoi servi deferenti, davanti al suo picchetto immobile sull’attenti.

Sa che è finita la sua era.

E’ giunto il tramonto.

La notte.

L’oblio si porterà via il suo sogno di potenza.

E restarà solo la sua pelle, seccata dal sole, mangiata dai vermi, consumata dal tempo.

Nessuno si ricorderà, molto presto, del suo immenso potere di oggi.

Nessuno più declamerà il suo nome.

Sarà cancellato.

Come non fosse esistito neanche.

E’ la paura, ormai, che gli ha fatto roteare all’indietro le pupille.

Si è spento lo sguardo.

Una folle maschera, un pallido sudario, si è stampato sul suo volto, dopo che il plumbeo livore che gli serrava le mascelle si è dissolto per sempre.

La morte lo ha beffato.

“Come stai, bestia crudele, sanguinaria fiera selvatica?

“Sono arrivata.

Io.

Io, che sono la fine.

Il Nulla.

Io, la Morte.

Sono giunta, alfine, per rubarti la vita.

Tutto ciò che hai.

Sono giunta, io, che possiedo il potere immenso di rendere quelli come te uguali al nulla.

Ma non sono arrivata per portarti il sollievo della fine.

Prenderò con me solo quello che hai di più prezioso.

La tua esistenza.

La tua vita.

ma non resterò con te.

Non avrai, non ti è stato assegnato, questo gesto di clemenza.

Resterai sospesa, belva crudele.

Resterai senza niente.

Tu, che eri la più ricca creatura della foresta.

Nulla più ti resterà, nè la vita.

Nè la morte”

 

Così disse, la Terribile, la Tenebrosa.

E poichè non era stato assegnato alle Parche il compito di spezzare il filo della vita delle bestie feroci, là nella selva, il suo filo non fu reciso.

Così era arrivata e, dopo avergli portati via la vita, così se ne andò.

Lasciandola sola, disperata.

Senza più vita, nè morte.

 

Post scriptum.

Questa storia è una metafora, solo una metafora, una metafora ancora aperta.

Ognuno può decidere chi sia, in verità la belva. Ognuno può decidere quale sia la verità di questa storia. Ognuno può tagliare il filo lasciato teso dalle Parche crudeli e ridare pace alla belva. Un gesto di pietà che la belva certo non meriterebbe. Ma forse la pietà è nella verità di qualcuno.

Ma ognuno può anche decidere di lasciare la storia così com’è, senza nutrire alcun sentimento di pietà per belva senza pace. E lasciare che disperazione la divori in eterno. Lasciando, così, la metafora aperta, la storia senza la verità di Essere qualcosa.

Su ognuno grava la responsabilità della decisione.

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2 Replies to “STORIA DELLA BELVA DISPERATA”

  1. Come hai scritto tu…una metafora ancora aperta, per parte mia preferisco fare lo struzzo: sono senza parole e non dico altro perchè altrimenti esplodo.
    Piuttosto la tua metafora, lo sai che mi ha messo timore, sì, con la cantilena ripetitiva mi hai spaventato… chissà se avesse possibilità di leggerlo, il post, la belva…si redimerebbe?
    Ciao Piero, a voi romani farà ancora più male, praticamente l’ avete in casa, bè almeno questa volta il palazzo è a Milano.

    Mi piace

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