NELLE VISCERE DELLA FABBRICA

NELLE VISCERE DELLA FABBRICA

Sprofondo nelle viscere della fabbrica ed è come sprofondare nelle viscere molli della terra.

Eppure, lì, nella fabbrica, tutto è duro e niente attutisce quella sensazione tagliente di spigoli vivi, neanche le curve degli scarichi o le forme morbide delle valvole o le nubi vaporine dei getti roventi delle valvole di sicurezza compresse allo spasimo.

A passi lenti, mentre avanzo, lentamente, è come se dovessi salire la ripida costa di un monte.

E invece io vado giù, sempre più giù.

Sempre più in fondo, vado, come al centro di un inferno.

E come in un inferno, torrido, così, il calore della pancia del mostro d’acciaio e tubi e plastica e gomma mi avviluppa, m’imprigiona, mi lega. E poi, infine, mi liquefa.

Non è un giorno qualunque.

E non è un percorso qualunque.

Inseguo le tracce del mito, della forza, della potenza dell’uomo che ha insidiato l’onnipotenza degli dei.

  

.

  

Incedo a fatica.

Incespico nei cavi tesi che si attorcigliano come serpi al bulbo delle caviglie.

Tutto ha un acre odore di grasso e di polvere di carbone.

Le mani, accarezzando le lisce pareti di gelido acciaio rugginoso, ruvide le mie mani come quelle immense volte annerite che giungono fino al cielo, le mie mani, bruciano mentre prendono il colore del putridume della morte dei metalli.

Ferite.

Le mie mani sanguinano.

Dolenti.

Le mie mani non tengono più la presa.

E cado.

Ora sprofondo nelle viscere della fabbrica, rotolando come una valanga mentre la velocità mi toglie il respiro.

Non vedo più.

E nel buio, i miei occhi vengono sferzati dalla durezza della polvere nera.

Ho percorso solo mille chilometri.

Ho trascorso anni.

Sono andato sempre più avanti.

Cadendo.

Rotolare ! 

Rotolare ancora. Sempre più giù, più in fondo, in quell’infinita vescica umida di pus pulviscolare.

Nelle profondità dell’abisso, ora, meccaniche mani mi risollevano.

Stantuffi, pulegge, bracci metallici, dita d’acciaio.

Abbracciano e stringono la mia carne livida, arsa, incartapecorita.

Sono lucidi arti meccanici che riflettono i lampi di mille fiamme, accecano, feriscono gli occhi come mille lame affilate.

“Dove sono ?”

Urlo.

E l’eco sbatte lontano, rimbomba, schiaffeggia le mura verticali che si innanlzano verso immense lontananze che sembrano affondare nelle tenebre, penetrare nel regno degli incubi.

Improvviso si sveglia il ricordo.

Inseguivo gli uomini del futuro, le loro potenti armature d’acciaio, i loro perfetti ingranaggi sofisticati, la loro spudorata, sfacciata irridenza al potere della Grande Madre.

Ed avevo varcato la soglia, il gran portone della grande fabbrica.

Ero entrato nel regno della forza, dell’energia, dell’oscuro dominio dell’uomo sulla Natura.

Ogni speranza doveva essere stata accantonata da chi, all’alba dei tempi, aveva scavato quella discesa agli inferi senza fine.

Ogni legame col passato, sciolto.

Ogni ponte con la vita, spezzato.

Solo meccanismi, ora.

Ingranaggi.

Complessi sistemi di leggi meccaniche irrefutabili

Inestricabili condotti di impianti progettati da ingegneri più potenti degli dei.

I frutti della più pura creazione dell’intelletto razionale.

Il cristallino distillato della scienza pratica.

La fineMorte.

La fine della Vita.

La fine della Natura.

 

 

“Sono io il dio di queste profondità !”

“Benvenuto al cospetto della Macchina !”

Ancora stordito, mi accorgo delle braccia dolermi, delle gambe malcerte.

La rovinosa caduta millenaria mi ha fiaccato.

E’ il lungo viaggio a folle velocità, o i secoli di secoli rotolati via senza alcuna pausa, che forse hanno consumato, scorticato via, a viva forza, ogni mia energia.

Eppure, ora, sono lì. E vedo.

A poco a poco gli occhi si abituano.

Accecanti bagliori uniformi che incendiano le profondità della fabbrica.

Bagliori al fosforo.

Alle improvvise vampe abbaglianti si succedono, a raffica, frazioni di buio assoluto, di totale mancanza di luminosità.

Bianco e nero.

Solo bianco.

Poi, solo nero.

Nessuna sfumatura, nel mezzo, può esistere in quel mondo calcoli perfetti.

Nessuna incertezza fra l’essere e il non essere.

Nessuna via intermedia fra uno stato e l’altro, fra una condizione ed un’altra.

Esistere, quaggiù, vuol dire essere in assoluto, in ogni istante.

Ed esistere, in questo mondo senza pietà, pretende una consapevolezza di sè ed una sicurezza dei propri gesti che solo la tecnica più sopraffina riesce ad assicurare ad una creatura così debole come l’uomo.

Esistere, qui, non ammette riposo, nutrimento, malattia.

Non ammette imperfezione.

Non è amessa, quaggiù, l’imperfezione umana.

Nel saettare dei bagliori che colano, precipitando, vomitati da immensi recipienti ricolmi di luce, questo c’è, questa lezione di vita.

E’ questo il risultato della ribellione dell’uomo agli dei del cielo, che avevano imposto l’ordine alla Natura !

Nel regno della fabbrica solo questa è la legge.

La Luce !

Eppure, ancora, si cade.

Oh, si.

Si precipita.

E cadendo, precipitando, ci si solleva dalla pena delle lampe che risultano più affilate di una lama.

Si sprofonda nel buio denso, compatto, senza riflessi.

Così si fugge via.

Ci si ripara.

Questo accade ogni volta che si interrompe la colata barbagliante, mentre il buio, minaccioso, ancora si appresta a vomitare il successivo, stracolmo,bicchiere di luce.

E in quella notte senza riverbero, che giunge senza alcun crepuscolo a dare un’avvisaglia, in quella notte che si rompe, che si spezza, improvvisa, dinanzi al bagliore dell’astro fiammante dell’altoforno, in quella notte che si spegne con uno scatto, senza un’alba che ne attitisca il colpo, in una notte così, la possibilità di riparo per gli occhi è una prigione per l’anima, una prigione di tenebra. E in quella prigione, in quel buio senza fondo, si resta raggelati davanti allo spettacolo del Nulla, della Fine, del Mai.

E tutto è così.

Una successione di infinite, abbaccinanti, rinascite che fanno seguito a raggelate, lugubri, paralisi di morte. Morti monotone nel loro ripetitivo succedersi regolare, che altro non sono se non inciampi dell’infinito divenire della scala dei giorni.

 

 

Al cospetto del dio della profondità della Fabbrica.

Dinanzi al farsi corpo della vitalità instancabile della Macchina.

Braccia.

Piedi.

Corpi mozzati, incompleti, mangiati, divorati, dilaniati messi al servizio della forza produttiva.

Ferite da cui fiottano residui di sangue vaporizzato per impedire il sovraccarico della pressione negli organi impegnati nella produzione.

Cenere che, evaporata ogni linfa vitale, si disperde per ogniddove attutendo i rumori assordanti degli impianti.

Polvere da cui è svanita ogni forma di resistenza.

Grasso che lubrifica i movimenti organici di ogni corpo della macchina.

Calore che liquefa il puro metallo per farlo circolare nelle arterie piombate del colatoio.

Dinanzi al cospetto del dio della fabbrica resto affascinato dallo splendore delle forme perfette.

Circolarità assolute.

Coni.

Rettangoli e spirali.

Spazi regolarmente occupati da masse perfette.

E movimenti, scatti, rotazioni, torsioni.

Ogni atto prodotto per realizzare solo i suoi effetti studiati.

 

 

Prometheus, la sua immensa figura titanica, roccia abbracciata alla rupe di roccia, creatura divina invidiosa della forza creativa dell’uomo, Prometheus, era il direttore di quell’immensa fucina nelle viscere della fabbrica.

La sua voce rimbombante prorompeva dalla gola profonda come canyon fra montagne ciclopiche.

“Sono il dio di queste profondità.”

“Benvenuto alla macchina.”

“Ecco le viscere della fabbrica”.

“Uomo !”.

“Tu hai la forza di creare dal nulla !”

“Uomo !”

Urla.

“Le tue mani scavano le viscere della roccia più dura, estraggono dalla terra il sangue nero che accende la fiamma che accende il cuore della vita sotto al sole !”

“Ero un dio, dio fra gli dei.”

Mormora, ora.

“Agli dei rubai il fuoco e loro ingannai per donarlo a te.”

“Uomo, le tue catene hai sciolto, grazie a quel fuoco.”

“E con le tue mani nuove catene hai saputo costruire !”.

“Catene che tintinnano ritmando il suono dell’acciaio che non si può spezzare, la durezza del metallo che non si può rompere !”

“Uomo, con quelle catene ti sei legato alla macchina e ti sei reso a lei prigioniera !”.

Ora, implorante, quasi piange, volgendo le mani a mostrare quello spettacolo titanico.

“Ecco, uomo, la perfezione dell’ingranaggio che non si può fermare !”

“La bellezza delicata del morbido marmo pario e la dolcezza del profilo del seno amato hai trasformato in duro e gelido sasso pesante”.

“E qui, in questo regno di solo buio e di sola luce vieni a cercare ragione di ciò che accadde, di ciò che è, di ciò che sempre sarà !”.

“Qui, mi hai incatenato, alla dura legge di ciò che non si può rompere !”

“Io, che ho ancora l’eternità della vita immortale davanti, qui, ho trovato il mio paradiso, il mio felice fato”.

“E qui, vorrei che stessi con me, per quell’eterno che non avrà mai fine. A cercare una risposta alle tue domande. A trovare un senso per ciò che le macchine non hanno saputo dare a te, creatura più potente degli dei stessi, tuoi padri”.

Ora la sua voce riprende forza, potente rimbalza, si alza fino alla volta e ricade su di me, travolgendomi, come una dilagante massa avvolgente.

“Qui, in questo inferno senza dolore e senza fame per me, sarà il tuo destino di dominio. Il tuo potere sulla materia incorruttibile della macchina. Qui, estenuato, ammirerai la potenza dei tuoi sogni che si compie solo grazie a me. In queste viscere umide e bollenti. E avrai ai tuoi piedi, servi tuoi, Efesto, Vulcano e tutti gli dei invincibili. Essi ti obbediranno. E daranno l’energia che muoverà per sempre questa macchina perpetua !”

“Uomo. La tua schiavitù sarà dare a loro il comando. Dare a me la regola. Alla macchina il disegno !”


Ormai le sue parole stordiscono i miei timpani e mi prostrano in uno stato di indicibile debolezza.

E anche se quelle parole dicono della potenza titanica deposta ai piedi dell’uomo, un senso di spossatezza estrema mi pervade, scioglie ogni mio tendine, dilava ogni tensione dei miei muscoli.

Vertigini, panico, frenesia epilettica.

Conàti scuotono il mio stomaco. Contrazioni convulse stringono le mie membra.

Non riesco più a comprendere le parole, che prendono, d’un tratto, a colpirmi come esplosioni, mi sbattono, mi percuotono, mi dilaniano, mi riducono a poveras carne battuta.

Cosa vuole il dio che ha insidiato l’esistenza umana per farne un’immensa fucina per tecnici e ragionieri ?

Cosa si nasconde in quelle viscere nere ?

In quella mente che non ha nulla di umano ?

Quale volontà anima la macchina ?

PROMETHEUS – Johann Wolfgang GOETHE (1773/1774)

Copri il tuo cielo, Giove,
col vapor delle nubi!
E la tua forza esercita,
come il fanciullo che svetta i cardi,
sulle querce e sui monti!
Ché nulla puoi tu
contro la mia terra,
contro questa capanna,
che non costruisti,
contro il mio focolare,
per la cui fiamma tu
mi porti invidia.Io non conosco al mondo
nulla di più meschino di voi, o dèi.
Miseramente nutrite
d’oboli e preci
la vostra maestà
ed a stento vivreste,
se bimbi e mendichi
non fossero pieni
di stolta speranza.Quando ero fanciullo
e mi sentivo perduto,
volgevo al sole gli occhi smarriti,
quasi vi fosse lassù
un orecchio che udisse il mio pianto,
un cuore come il mio
che avesse pietà dell’oppressoChi mi aiutò
contro la tracotanza dei Titani?
Chi mi salvò da morte,
da schiavitù?
Non hai tutto compiuto tu,
sacro ardente cuore?
E giovane e buono, ingannato,
il tuo fervore di gratitudine
rivolgevi a colui
che dormiva lassù?

Io renderti onore? E perché?
Hai mai lenito i dolori di me ch’ero afflitto?
Hai mai calmato le lacrime
di me ch’ero in angoscia?

Non mi fecero uomo
il tempo onnipotente
e l’eterno destino,
i miei e i tuoi padroni?

Credevi tu forse
che avrei odiato la vita,
che sarei fuggito nei deserti
perché non tutti i sogni
fiorirono della mia infanzia?

Io sto qui e creo uomini
a mia immagine e somiglianza, una stirpe simile a me,
fatta per soffrire e per piangere,
per godere e gioire
e non curarsi di te,
come me.

(trad. it. di Giuliano Baioni, in Goethe, Inni, Einaudi 1967)

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