Lettera ad un CARAMBA

CARABINIERI IN DIVISA

Devo scriverti,

perchè i legami di sangue non si possono spezzare.

Tu sei andato via, tanti anni fa, quando io ero ancora troppo acerbo. Tu, invece, non eri ancora pronto e, per me, non lo saresti stato mai.

Sei andato via senza che potessimo salutarci. Ma nessuno di noi voleva che ci lasciassimo così. La vita, se possiamo chiamare così questa ragione, ha deciso per noi.

Volevo scriverti qualche parola, anche se certo non potrai leggerla. E poi, parole virtuali, pochi byte immateriali, sarebbero troppo leggeri per arrivare lassù.

Mi capita di vedere spesso i “Caramba”, come te, per strada. E, per semplicità, chiamerò così, i “Caramba”, anche i fratelli celerini, i poliziotti, i vigili motociclisti e le altre divise che proteggono la città.

La mia città è la città di ognuno. Parlo di Roma, ma il nome è un nome … metaforico, un esempio, un nome come un altro per dire di qualsiasi altro posto.

Ma qui, a Roma, capita di vederne tante, di divise.

Io, lo sai, sono affezionato a quelle forme così … familiari. Hanno tutte qualcosa che si assomiglia e, a parte il colore che le caratterizza, grigio, azzurro, bianco, nero, con banda rossa o senza, sono tutte uguali, le avrà tagliate tute la stessa forbice.

Le vedo, le divise, la mattina, al freddo, o sotto la pioggia, o a picco cotte dal sole.

E ogni volta non posso fare a meno di pprovare un pò di pena per quei poveri giovani che ci stanno dentro quelle divise, così impassibili ed indifferenti … o, così vogliono sembrare. Ma io lo so che dentro soffrono, il caldo, il gelo, la pioggia, come me, proprio come me. E come lo soffrivi tu.

E penso che molti di loro sono già padri, o lo saranno fra breve. O saranno madri, se già non lo sono. Anche se quando tu stavi con me, loro, le donne, non potevano ancora portare quella divisa.

Io li vedo, spesso, ogni giorno, direi, e proprio non posso fare a meno di pensare a te. Almeno per un attimo. Mi ricordo tutto, anche se non ho il tempo per scorrere le immagini. Tutte. Però mi ricordo l’odore. L’odore della divisa. E quello era il tuo. E forse è il loro, di quei giovani, di quegli uomini, di quelle donne.

Li vedo, stanno per strada ed hanno la dolcezza che avevi tu.

Hanno la dolcezza di chi deve proteggerti. Di chi fa quel sacrificio per te. Cioè, per me, per noi.

Hanno la pistola al fianco, a volte. Ma quella, che per me è sempre stata un’arma fatta per uccidere, nelle tue mani era un attrezzo per difendere me, la mia vita, i tuoi beni più preziosi.

E stanno lì, sotto i palazzi di Roma, sotto i palazzi del potere, sotto le sedi delle Istituzioni.

E sono orgoglioso di sapere che tu, per mezzo loro, sei ancora lì, impettito, orgoglioso, fiero.

Ma ti scrivo, e non voglio andare troppo per le lunghe, perchè adesso provo una sensazione strana.

Scusami se lo sfogo potrà ferirti. Ed inoltre so che tu non potrai mai rispondermi. Quindi il mio sfogo finisce in silenzio, in un nulla di fatto.

Ma devo dirti quello che provo, che sento dentro, in questi giorni.

 

Ti hanno rubato la divisa, lo stanno facendo, giorno per giorno.

Ho paura che ti stiano rubando anche la pistola.

Vedo, vedo alcuni di quelli che indossano quei panni così duri, così pesanti, rigidi, ingessati, li vedo e vedo negli occhi loro qualcosa che non c’era nei tuoi occhi.

Alcuni addirittura nascondono gli occhi sotto lenti luccicanti, vitree, fredde, nere, che li fanno sembrare simili a mostri marziani, non a poveri uomini come eri tu.

Li vedo sfidare la folla. Fermi. Duri.

Non parlano. O, se lo fanno, lo fanno solo tra di loro, dandosi gesti, segni, di comprensione reciproca, ma soli, sono soli, nessuno comprende quello che dicono.

Sono freddi, come statue.

Lontani, come ornamenti barocchi, finti.

Soldatini.

Bulli.

Fragili.

Deboli.

Non eri, tu, così. Eri gentile, caldo. Affettuoso.

Loro, invece, non sembrano neanche più padroni di se stessi.

Ma ti hanno rubato la divisa, perchè si permettono di vestire proprio con gli stessi fregi che adoperavi tu.

E non mi sento più, dentro, il calore di rivolgergli la parola. L’affetto di guardarli e pensare che potevi esserci tu, lì, al loro posto.

Anzi, so che tu, lì, al loro posto, non avresti mai potuto avere l’espressione fredda e prepotente come la loro.

Sono lì. Tutori dell’ordine. Celerini. Caramba. Finanzieri. Antisommossa.

Hanno gli scudi di platica antiurto.

Hanno i manganelli lunghi e rigidi.

Hanno le granate dei fumogeni innestate in cima alle lunghe canne pronte ad esplodere.

Hanno la camionetta, il furgone blindato in moto.

E li ho visti inseguire giovani come me, come ero io quando stavamo insieme.

Si lo so, tu non mi hai mai consentito di partecipare ad una manifestazione.

Perchè, lo sapevi, non avrei capito la cattiveria che trasforma il sorriso sulle labbra in smorfia rabbiosa.

Non avrei capito cosa può trasformare un uomo in una belva.

E forse avevi anche paura.

E forse provavi anche un pò vergogna, per me, e per te. Per me, se fossi mai finito in un imbuto così stretto da dover passare attraverso il tuo controllo. E per, se mai avessi dovuto confrontarti con una realtà così vera di un tuo figlio trasformato in una preda da assaltare.

Ma tu eri buono.

So che dentro il tuo cuore nessuna cattiveria avrebbe mai potuto inquinare i tuoi retti sentimenti.

Quelli, a me, hai trasmesso come testimone.

Me li hai lasciati tra le mani, lasciandomi all’improvviso.

E volevi, lo so, che io li trasmettessi a chi veniva dopo di me.

A chi sarebbe venuto dopo di te.

Adesso, negi occhi di quelli che ti hanno rubato la divisa, io non percepisco più gli stessi sentimenti.

Adesso li vedo e tremo.

Adesso, quando mio figlio vuole andare a manifestare perchè a lui hanno rubato la patria, il futuro, la dignità di cittadino, io mi accorgo di avere paura.

Paura di una belva assetata di sangue, con addosso una divisa che non è la sua, ma la tua, che ti è stata rubata senza che tu potessi difenderti.

Paura che una belva con gli occhiali da sole ed il cuore leggero, possa fare del male a lui, a mio figlio, figlio del figlio tuo.

Non è l’unica paura.

Ma questa paura mi ferisce più delle altre.

Mi fa male, mi fa sanguinare perchè chi ha rubato il futuro a mio figlio sta facendo anche in modo che sia tradito il rapporto fra te e me.

 

Oggi andare a manifestare è il dovere che tu mi hai insegnato.

Oggi difendere la dignità civile è necessario perchè la fame di chi sta divorando la nazione è senza più alcun limite.

I barbari si sono impossessati della nazione.

Barbari in doppiopetto.

E domani mio figlio non avrà le stesse speranze che io tu hai messo nel mio cuore.

Io non posso metterle nel suo.

Io devo insegnargli a fuggire, a lasciare la casa, gli amici, le radici, la nazione, la patria, per andare a cercarsi un frammento di sogno da qualche altra parte, in qualche lontano paese dove si parlano lingue sconosciute, fra persone più umane e sorrisi più cordiali.

Qui, da noi, ormai, si latra, si ringhia, ci si sbrana per strada.

Chi compie atti d’amore viene additato come uno stupido, in questo regno di stupide volpi inseguite da torme di cani famelici.

Faranno la fine di ogni volpe inseguita dai cani dei cacciatori, saranno pelliccia al collo di profumate dame ingioiellate, presto o tardi.

Ma intanto, a te hanno rubato la divisa, a lui, a mio figlio, il futuro e la speranza.

E si deve protestare.

Perchè questo furto non può restare impunito.

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6 Replies to “Lettera ad un CARAMBA”

  1. mio marito dice sempre che non aspetta neanche il comando….. appena mi vede mi “carica” subito…

    Naturalmente non è vero, sai nei ricordi di te bambino il papà con la divisa andava mitizzato, si sapeva sempre da che parte stare, la certezza che era dei buoni….. e ora? Mio figlio che vede suo padre tutti i giorni che esce con la divisa e la pistola, un giorno anche con gli armamentari per l’antisommossa……anche lui vuol fare il carabiniere, non sia mai scegliesse un altro lavoro!!!! Ha 8 anni e come potrebbe non adorare le divise! Poi sente sua madre parlare di rivoluzione, di diritti degli studenti, di scuola che va allo sbando, (una madre maestra rivoluzionaria con un “glorioso” passato…. è un gran peso in questa famiglia!!!) di lottare per i propri diritti……. questa si che è una strada scomoda…. ma i due genitori si amano…. hanno condiviso delle scelte e vedono il futuro dei propri figli con gli stessi occhi, nella stessa direzione…. Qualcuno recentemente mi ha detto ma come hai potuto sposare un caramba! Ah,ah,ah,…. io gli ho risposto che mi ha conquistato con le barzellette suil’arma….. lui sa quelle più esileranti! Io non mi schiero, io amo e basta….. lo so che prima o poi ci incontreremo su due barricate opposte…. e li decidermo cosa fare…. io sicuramente griderò insieme agli studenti <<All we are saying is give peace a chance»

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  2. Se non ti dispiace ci scriverò un post con questo commento….. un bacione stracarico di auguri…. ti voglio bene Pietro, passa un Natale strepitoso con la tua famiglia….. un saluto particolare a tuo figlio… il futuro è nelle loro mani, con il nostro aiuto Piè….
    Ciao

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  3. Per gli auguri farò messaggi speciali e personali. Flò, non posso rendere pubblico il mio affetto per te che è … te lo dirò, stai treanquilla, a costo di essere … ripetitivo.
    Poi, certo che … aspetto davvero col cuore il tuo post di risposta.

    Laura, si bisognerebbe conoscere bene ognuno per giudicare cosa ha nel cuore e nell’anima. Specie quando si tratta di divise animate, che nascondono bene ciò che circola dentro.

    Ma non è con loro, con le divise, che me la prendo. Non è con i ragazzini finanzieri, celerini, poliziotti, carambra, non me la prendo con loro.
    Ieri sera, quando sono andato a letto mi è venuto il dubbio atroce che avessi scaricato addosso a loro la colpa di ciò sta avvenendo.
    E stamattina una delle prime cose che volevo fare, anche se sono qui al lavoro, era di correggere quello sbaglio, se c’era.
    Poi ho trovato le vostre risposte.
    Ho riletto quello che è … venuto fuori ieri sera.
    E penso di essere stato dentro le cose che provo: l’ho detto:
    “I barbari si sono impossessati della nazione.
    Barbari in doppiopetto.”

    Non barbari in divisa. Le divise restano strumenti nelle mani dei barbari. Questo potrei aggiungerlo per chiarirlo meglio.

    Ma volevo far uscire quello che ho dentro vedendo quelle divise, quei ragazzi in mimetica antisommossa. E volevo dirlo forte e chiaro. E lo volevo dire senza offrire la possibilità di essere accusato di … stare dall’altra parte.
    Il mio sangue sta da quella parte!
    E se tradiscono il richiamo del mio sangue io devo dirlo!
    Chi tradisce?
    I barbari, i barbari in doppiopetto, naturalmente !
    Le povere divise sono solo soldatini nelle loro mani !

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  4. Bello il post e belli i commenti, c’è già tutto quello che volevo dire in Floriana, basta amare l’ altro e non ci sono più steccati, i giovani caramba o studenti sono solo spaventati da quest’ epoca piena di cambiamenti, quest’ epoca che corre così veloce che neppure i giovani hanno l’ animo per tenerne il ritmo, ma non dimenticate mai che noi in Italia siamo dei privilegiati in confronto alla maggior parte di mondo e per chi emigra in un altro paese, anche se oggi è in colletto bianco, è dura, molto dura, in primis perchè si vive divisi in due, lacerati.
    PS in altre nazioni, come USA , Inghilterra e Canada i caramba non sono così gentili come i nostri.

    NB Ed ora un mondo di auguri di feste luminose a te , caro Piero e a tutti quelli che frequentano il tuo blog.

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  5. Hai ragione, Tea, a dire che pur con tutti i problemi che hanno, i giovani nostri sono comu nque dei privilegiati. Ci sono altri, in altre parti del mondo, ed anche qui da noi, però, che non hanno la stessa loro fortuna, la fortuna che hanno i nostri figli.

    Ma ciò non toglie che sta accadendo qualcosa di malvagio, qui.
    Stanno trasformando, stiamo – intesi come generazione col timone in mano – trasformando la loro fortuna in una zavorra, la loro ricchezza in una condanna.
    Senza futuro, loro, proprio i nostri figli, stanno restando.
    E, per paradosso, accade che invece quei poveri sfortunati senza niente, un futuro davanti, forse, continuano ad avercelo.
    La SPERANZA.
    Così si chiama quella fortuna.
    La speranza dobbiamo dargliela, ai nostri ragazzi. Rendergliela.
    Anzi.
    Meglio.
    Loro devono prendersela!
    Devono guadagnrsela.

    I caramba: io non amo la violenza. Le armi servono per ammazzare. I manganelli per far male. I pugni per ferire…
    Io resto uno che crede ancora che i pugni possono diventare mani aperte che fanno carezze, i manganelli, stuzzicadenti per chi ne ha bisogno, e le armi si possono sempre caricare di fiori!

    Ma la violenza che sento nell’aria, quella non la posso trasformare in nient’altro.
    C’è voglia di morte, nel mondo, si sente voglia di guerra, di violenza.
    E qui da noi, si percepisce chiaramente quella voglia. E’ come un ormone che eccita gli animi dei deboli, degli ignoranti, di chi non ha niente da perdere, degli illusi, dei pigri, dei rassegnati, dei disperati.
    Per questo, vedo la poesia come un antidoto a quella violenza che pervade la società. La poesia dello slgan dei ragazzi di ieri l’altro:
    “VOI SOLI NELLA ZONA ROSSA – NOI LIBERI PER LA CITTA’.
    E’ poesia, mia cara Tea. POesia come lo era a suo tempo “METTETE DEI FIORI NEI VOSTRI CANNONI”.
    Lo so che la poesia non combatte ad armi pari contro armi e manganelli.
    Ma io penso che la poesia sia l’unica arma possibile.
    Quella poesia lì.
    Perchè fa esplodere i cuori e può trasformare le persone.
    Io ci credo.
    Domani, o domani l’altro si avvererà la mia profezia.

    Ma intanto, lo so, adesso è la puzza nell’aria che si sente. Puzza di violenza.

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