MIRACOLO

Matteo 5, 1-12

[1]Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
[2]Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
[3]”Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
[4]Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
[5]Beati i miti, perché erediteranno la terra.
[6]Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
[7]Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
[8]Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
[9]Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
[10]Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
[11]Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
[12]Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

 

Si guardò intorno, un pò a disagio, sudato, stanco.

La folla, dietro di lui rumoreggiava, mescolando mormorii di pesante attesa e parole ingrossate dalla fame e dall’ansia per quello che stava per succedere.

Si era diffusa la voce fra la gente che le guardie del vicerè di Roma sarebbero venute a catturalo dopo la denuncia che il sinedrio aveva presentato a seguito delle manifestazioni che si erano verificate qualche giorno prima nei pressi del tempio.

Erano accaduti fatti incresciosi. Era stato turbata la pace dei rabbini ed era stato insultato l’ordine sacro del Tempio.

Ormai, venivano aizzate le folle, venivano spinte le masse a marciare sempre, a  minacciare la città, a  portare lo scompiglio e la protesta  tra quegli uomini pacifici, timorati di dio, lavoratori, onesti, costumati, onore del paese.

Erano i tumulti, le sommosse, che si volevano ?

Bene ! Avrebbero avuto i soldati !

Il governo dei rabbini aveva deliberato di mandare immediatamente le truppe scelte più fedeli per riportare l’ordine in città.

E con loro, i soldati, le centurie di Roma.

Erano già pronti a mettere al suo posto quel facinoroso provocatore barbuto con i capelli sporchi che sediziosamente si aggirava per le contrade  popolose dove viveva concentrato quel popolo lavoratore.

Cosa mai aveva osato fare, quel sobillatore, quell’arruffapopolo  ?

Una mattina aveva apostrofato a malo modo i sacerdoti, offendendo la loro sacra dedizione al dio. Aveva osato mettere in discussione i millenari precetti della Legge. Aveva chiamato blasfema la parola di quegli uomini onesti, saggi  e timorati.

Si era permesso di mettere alla berlina gli operosi mercanti al lavoro nel tempio.

Aveva urlato contro di loro, li aveva attaccati, li aveva scacciati imponendo con la forza l’ordine sovversivo della prepotenza!

Ma chi era mai, quell’Uomo, figlio dell’Uomo, per minacciare, per ordinare, per profetizzare la distruzione del Tempio ?

Cosa mai bisognava ancora aspettare ?

Bisogna che accadessero fatti di sangue?

Era necessario che l’ordine fosse sovvertito con la  viva forza di una massa di cialtroni aizzati da un facinoroso attaccabrighe ?

 

La folla ai piedi della montagna era pronta ad un suo gesto.

La tensione si era accumulata.

Era molti giorni che marciavano sotto al sole.

Erano passate diverse notti ed il gelo aveva intorpidito quei corpi costretti a stare all’addiaccio.

Erano inseguiti, braccati da lontano.

I battaglioni di celerini in centuria li sospingevano per togliere loro i rifornimenti, per fiaccare la loro resistenza, per addomesticarli con la pressione della paura e della fame.

Ormai sulle bocche di quei poveri pellegrini si mormoravano soltanto parole di odio.

Nei cuori albergavano i più neri  sentimenti di giustificazione per qualsiasi azione forte fosse stata chiesta loro.

Sarebbe bastata una sola parola.

Se solo lui avesse chiesto un’azione estrema a quella massa di diseredati senza speranza, di miserabili, di poveracci senza patria e senza niente da perdere, loro si sarebbero immolati per lui !

Le mani si richiudevano nervose stringendo i  pugni duri come pigne.

Nelle tasche, nelle gerle di cuoio, cominciavano ad accumulare i sassi, le pietre ed ogni altro oggetto adatto a ferire, a fare del male.

Qualcuno mostrava la fionda.

Qualcun altro il coltello.

I reparti della milizia presidavano da lontano la pianura ai piedi del monte.

Ben protetti dentro le armature di cuoio robusto e ben stagionato, dietro gli scudi antisommossa, rassicurati dalle fredde daghe ben strette al fianco,  i militi delle forze dell’ordine se ne stavano nella piazza d’armi dell’accampamento bramando solo il momento di sferrare la carica restauratrice dell’ordine.

Si sentiva l’odore acre dell’olio per ungere i muscoli e lo sbattere delle lame affilate delle armi.

Odore e ritmo buoni come quelle armi per sconfiggere una volta per sempre la ciurmaglia derelitta che seguiva quel pezzente sul fianco del monte che si stagliava laggiù, appena sopra la linea dell’orizzonte.

C’era desiderio di sangue.

C’era dappertutto puzzo di morte, tra le tende.

C’era solo la voglia di lottare e dare scacco per sempre a quella sommossa non autorizzata che ormai da troppo tempo offendeva le regole e metteva a soqquadro il paese.


Davide, s’era schierato da una parte.

E Golia, dall’altra.

Si tramandavano storie sovversive sul duello fra quei due contendenti.

Molti secoli addietro, quando i padri dovevano ancora conoscere le madri e dare origine alla stirpe del popolo eletto, tanti e tanti secoli prima, Davide e Golia si erano scontrati.

Fu un duello che entrò nella storia del popolo i quel paese timorato di dio.

E, con la violenza dello scontro, l’ordine aveva trionfato !

La violenza del giusto aveva vinto.

Così era stato accaduto.

Ma nelle fila più deboli, tra le masse più ignoranti di quel popolo di povere anime laboriiose, si era subito propagata una falsa notizia, messa in giro dalla propaganda sovversiva.

Il giovane Davide aveva steso con un colpo solo il gigante della difesa della patria, il grande, l’eroico, Golia !

Propaganda.

Falsità sovversive.

Fole che solo gli ubriaconi potevano bere.

Barzellette da bettola.

La verità, la storia era andata in tutt’altro modo.

Il piccolo, il giovanissimo Davide, facinoroso e violento, un figlio di madre incerta,  aveva disobbedito alle intimazioni delle forze dell’ordine e si era armato di fionda per sfidare il campione dell’esercito.

Ma, debole ed impreparato com’era, era stato schiacciato immediatamente, in un colpo solo.

Ma non era stato ucciso subito.

Catturato, imprigionato e poi processato.

Condannato alla pena dello squartamento, la giusta pena per chi osava sfidare l’ordine pubblico.

Dopo l’esecuzione della condanna, i resti erano stati dispersi nel deserto.

I cani della notte avevano mangiato quelle carni immonde, alla fine, belve affamate e fameliche.

 

Guardando quella folla che rumoreggiava, sul suo volto angelico nascosto sotto la folta capigliatura scomposta era scivolata un’ombra.

Era sovrappensiero.

Sembrava preoccupato.

La paura non era un sentimento che albergava nel suo cuore.

Ma egli teneva molto alla sua gente.

Ormai da tanto tempo condivideva con loro quel destino di rivendicazione e di scandalo che li aveva messi contro l’intero popolo del paese.

Ormai non si poteva più rimandare.

Il momento era diventato decisivo.

Doveva parlare ai loro cuori.

Doveva infondere calore, coraggio, forza in quelle membra stanche.

Doveva nutrire i loro stomaci ed i loro cuori.

Saziare le loro pance come le loro menti.

Loro da lui pretendevano l’assoluto.

La vittoria.

La redenzione.

Il riscatto.

Lui voleva per loro  l’eternità.

Loro volevano il regno su questa terra.

E lui poteva dare loro addirittura  il regno che era nei cieli, il regno del domani, il regno della speranza e del coraggio !

Lui, solo grazie a lui, avrebbero potuto conquistare la terra della coscienza e diventare padroni della libertà di spezzare tutte le catene su questa terra.

Certo, quel regno era una conquista difficile.

Ancora più difficile di quanto non fosse la presa del  regno difeso da quelle guardie assetate di sangue che si addestravano nell’accampamento laggiù.

Era il regno di tutti i giusti.

Il regno di chi voleva essere libero per sempre.

Il regno dove gli uomini potevano sedere liberamente al fianco del dio, loro padre e fratello.


Le parole, ormai sobollivano irruenti nel suo cuore.

Si fermavano solo, in attesa della definitiva liberazione, dietro la barriera delle labbra strette, serrate, che caparbiamente fornivano un’ultima estrema resistenza alla  corrente torrenziale che avrebbe sommerso per sempre quella folla ondeggiante e brulicante di vermi sporchi ed affamati.

Si sollevò, lentamente, dalla pietra su cui si era appoggiato.

Abbracciò con lo sguardo quel suo popolo di eroi.

Sembrava più grande, più alto, più forte.

Era provato, teso, concentrato soltanto su quello che stava per succedere.

“Beati ipoveri in spirito, perchè di essi è il regno dei cieli.

“Beati gli afflitti, beati i miti, beati gli affamati, beati quelli che hanno sete, beati gli operatori di pace, beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno, e diranno, mentendo, ogni male contro di voi.

“Rallegratevi, esultate, perchè è grande la vostra ricompensa nei cieli”

Quelle parole spezzarono il silenzio assoluto che si era fatto quando si era alzato.

“Beati.

“Beati, siate, voi, o poveri, offesi, perseguitati, insultati, vituperati, scacciati, respinti.

“Beati, siate, voi, o poveri, affamati, assetati, spogli di ogni bene, ignudi, senza mercede e senza diritti.

“Beati, siate, o voi, per sempre, schiavi.

“Voi avrete la ricompensa che meritate!

“Nel regno dei cieli, nel regno del domani, nel regno della speranza e del coraggio.

“Nella terra della coscienza conquisterete la libertà di spezzare tutte le catene di questa terra.

“Quel regno è qui, è tra voi.

“Quel regno è ora.

“Quel regno è vostro.

“Quel regno vi appartiene.

“Qui, in questo regno potete passeggiare liberamente, ora, voi, voi che lo avete conquistato con la forza del vostro lavoro, con la purezza del vostro spirito.

“In questo regno si spezzano le catene che vi hanno tenuto stretti per i secoli ed i millenni !

“In questo regno si sbaragliano le milizie che vogliono opporsi al vostro mite passo di umili redenti !

“Qui, ora cadono le spade, si piegano le lance, vengono gettati via gli scudi e bruciate le insegne delle coorti che volevano opporsi al vostro passo trionfante !

 

La sua voce era tonante, ma pacata.

Le gote arrossate.

Le vene del collo gonfie per lo sforzo.

Migliaia di occhi lo fissavano.

Dita lo puntavano.

Increduli, centinaia e centinaia di pastori, di contadini, di artigiani senza greggi, nè terre, nè bottega, erano ipnotizzati, conquistati dalle sue parole !

Si stringevano.

Si scaldavano nella gelida notte al contatto di quelle parole di fuoco.

I rigagnoli infìdi che infettavano di timore le loro anime si tramutavano in impetuosi fiotti che alimentavano le correnti di determinazione irrefrenabile che spingevano energicamente i loro passi.

Si presero per mano.

Si ordinarono in fila regolari.

E si avviarono, lenti, sicuri, scendendo lungo il fianco del monte.

Procedevano verso valle come un torrente tranquillo, ma inarrestabile.

Quel fiume pacato, ma potente, raggiunse la valle e riempì come un lago tutta la pianura.

L’esercito di guardie che attendeva da giorni si dileguò terrorizzato, inebetito, incredulo nel vedere quella travolgente marea umana che avanzava senza sosta.

Senza alcuna esitazione !

Un miracolo !

Il miracolo era avvenuto !

“Beati i miti, perchè erediteranno la terra.”

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2 pensieri riguardo “MIRACOLO

  1. …ecco appunto, i miracoli non accadono, però sarebbe bello, almeno la speranza finchè non ci viene la depressione , possiamo averla e sperare e forse, forse può anche accadere.
    Mi piace quando mischi l’ antico col contemporaneo, ricostruisci il mito, ti piace tanto lo scriba che lo sei diventato uno scriba mistico, ai tuoi scritti dai anche la cantilena di una musica, vi dai un ritmo attuale ma anche antico.
    Ciao Piero.
    PS per quanto riguarda il lato politico, trovo la manifestazione sorpassata, non è più riconosciuta come un tempo, come ai nostri tempi, oggi è come dire : standard, ma forse i giovani romani sono più agguerriti dei nostri i quali sono un bel po’ pantofolai.
    NB per agguerriti intendo motivati

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