La caduta

Salvador DALI’  Metamorfosi di Narciso

La piana delle acque era ferma.

Immobile.

Piatta come una lastra di freddo cristallo trasparente.

Sulla superficie calma scorreva e scivolava il soffio dell’aria rarefatta e leggera come il cielo degli spazi più profondi. Ma il suo lento movimento era più lieve di una carezza, guardingo e felpato come il passo silenzioso di una belva, esitante come l’incedere incerto di un cieco. E non lasciava, questo passaggio del nulla sul nulla, alcuna traccia del tempo.

Non un segno.

Non un’incrinatura.

Non uno spiraglio, una fessura, una scalfitura a dare il senso che qualcosa mutava.

E il mutamento non era.

Anche la luce degli astri era come una striscia di colore tracciata una volta per sempre sulle pareti del creato.

Un disegno, una traccia, una linea sottile e senza spessore.

Un punto dove l’infinita luminosità delle stelle ardenti si perdeva confondendosi con il buio senza tono della tenebra.

Il di qua e l’al di là, in quel punto, si toccavano, come il bagliore aurorale del primo raggio di sole entra nel buio della notte.

Si accarezzavano.

Si penetravano.

Era l’aplesso del Maschio e della Femmina.

L’atto di nascita del Tempo.

L’Eternità e l’Istante.

Un fremito infinitesimale.

Una vibrazione perenne.

In quel punto, da quell’abbraccio, nacque la Vita !

Niente che avesse a che fare con la fecondazione, lo sperma gli ovuli, i gameti e le cellule.

Nalle acque immobili si incistò un grumo di cielo senza colore.

Un attrito. Uno sfregamento impercettibile.

Lentamente si cominciò a riscaldare il punto senza spessore dove la notte si rivoltava nel giorno.

Una sensazione di tepore cominciò a pervadere l’universo immobile, perduto nell’estasi gelida dell’Assoluto, ipnotizzato  dalla mirabile bellezza del Nulla.

Una leggera condensa si generò, in quel mondo senza calore, e s’insinuò fino a separare le due superfici speculari e terse.

Poi divenne nebbia leggera, traslucescenza. 

Uno spessore d’atmosfera penetrò in quello spazio, rubando l’innocenza di quelle labbra ancora acerbe che cominciavano, ora, per la prima volta, a dischiudersi.

Da quella variazione di calore, di densità, di luminescenza scaturì la scintilla … che diede inizio all’ardere della fiamma !

Quello fu il primo, se si potesse contare il tempo dall’inizio, battito d’orologio, il primo granello di sabbia caduto dal collo della clessidra universale.

 

Quella cisti era infetta.

L’infezione era la vita.

Si propagava con lentezza incommensurabile.

Era l’immoblità che cedeva.

Lentamente.

Si consumava.

Veniva erosa.

Così, di soqquatto, l’infezione progrediva.

Senza insinuare alcuna colpa nella virginale purezza originaria della Creazione.

Senza inoculare alcuna stilla di peccato nella devota sacralità del Movimento ancora inerte.

Era, la Vita, il peccato stesso, la colpa, l’impudicizia, l’infezione, il pus.

Era il consumarsi, il corrompersi, il procrescere, il patìre, il dolere.

Era una vita rigogliosa, vigorosa, tumescente.

Voluttuosa.

Si compenetrava in tutte le forme, provocandone la contagiosa corruzione.

E dalle forme nascevano altre forme.

E dalle piccole le grandi.

E dalle regolari le più deformi e curiose.

Ma era ancora il regno del silenzio !

Nulla, nessuna vibrazione, aveva ancora percosso quello spazio che concresceva su se stesso.

Lo spazio più leggero, più vuoto, ancora non aveva conosciuto la bramosìa del brivido.

Il suono e la melodia dovevano ancora copulare, dando il via alla sinfonia infinita del Suono.

E Suono e Rumore erano ancora un indistinto nulla inconosciuto.

Un universo aereo senza lacerazioni e senza strappi.

Un regno senza colori.

E senza sapori, senza impressioni, senza caldo e senza freddo.

Senza stagioni e senza piogge, senza sole e senza costellazioni.

Non che, ormai, non fossero tutte al loro posto le cose che la vita aveva generato e separato.

Tutto era ormai in ordine !

Ma non c’era ordine che appartenesse ad una descrizione, obbedisse ad un comando, si sottomettesse ad una regola.

Era un mondo nel quale il confine fra la vita e la morte non era ancora stato tracciato.

Si poteva andare di qua e di là.

Passeggiare sul confine sottile fra ciò che era e quello che non sarebbe stato mai più.

Correre su quel filo così sottile !

Non si poteva cadere.

Nessuno conosceva ancora quella sensazione.

Lo sconvolgimento della caduta !

Nessun nome era ancora stato dato a quel viaggio senza ritorno.

Nè a quell’infinita successione di lune e di soli e di orbite stellari.

Non esisteva ancora la coscienza del sè !

 

Cadere.

Volare.

Un sottile confine.

Una linea senza spessore.

In quello spazio umido di vita s’insinuò il desiderio.

La voglia.

Il bisogno.

La necessità.

Cadendo, ormai, si spiccava il volo.

E volando si poteva ammirare il mondo.

Vedere la propria immagine riflessa nello specchio cristallino sulla superficie dell’acqua o impressa nel velo morbido dell’aria.

L’immagine dell’uomo era il riflesso dell’immagine del dio.

Il rispecchiarsi della solitudine di un Io nell’altra solitudine dell’Io !

Un doppio di sè che dà vita alla materia e vivifica il divino.

Una differenza di genere, più che di natura. Di forma, più che di materia. Di effetto, più che di causa.

Figli, entrambi, della vita.

Creature, entrambe, della caduta.

Germogliati nell’esilissimo interstizio frapposto  fra l’acqua primordiale e l’eterna volta celeste.

Eredi del Nulla, generoso grembo materno in cui fu covato il seme dell’Esistenza.

Il seme dell’uomo e del dio.

 

Fratelli.

Germani.

Cadendo si guarda il mondo e si fanno domande.

Volando si cercano risposte e si guarda il cielo.

Andare.

Comunque andare.

Conoscere.

Scoprire.

Esplorare spazi incogniti.

Estorcerli al segreto del tempo.

E farne dono.

Dono prezioso.

Farne dono ai fratelli.

Stretti nel volo.

Abbracciati.

Avvitati nella caduta finale.

La caduta nella conoscenza integrale.

E’ questo il destino.

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