CONFINE DELLA NOTTE (c 3)


Mentre fa giorno mi affaccio alla finestra.

Le ombre sfilano sui marciapiedi, lunghe e scure, le ombre di pochi passanti, radi, uno qua, davanti al bar ancora chiuso, con l’insegna a mezz’asta, un altro di là, verso la sua automobile, qualcuno più  affrettato ma ancora un pò insonnolito che se ne va da qualche parte a prendere il suo posto nella giornata.

Le sagome delle auto, invece, quelle sono accompagnate dalla saetta dei fari che viene sparata sulle finestre di fronte e s’infila come un colpo di fionda, come una pallottola impazzita, nel corpo morbido della penombra della cucina.

Sono dardi dalla punta infuocata, quei raggi allo xeno. Provengono da un’altra dimensione del tempo. Trapassano la trasparente innocenza dei vetri lasciati indifesi  senza la protezione di quelle  palpebre di plastica che, fino al primo mattino, proteggono le finestre dal buio. Le affilate lame di quelle spade di luce  attraverso la cristallina limpidezza delle vitree lastre di ghiaccio poste a protezione del  silenzio solitario nel quale sono ancora immerso e sprofondano nello spazio della semioscurità che ancora avvolge la nostra esistenza.

Le palpebre si sollevano, al mattino e lasciano le finestre sotto l’attacco del giorno, che avanza inesorabile e consuma la resitenza della tenebra notturna come una carica di cavalleria.

Sono le mie palpebre, che di notte dirottano lo sguardo verso il mondo dell’anima, verso i colori e le forme che sfuggono ad ogni raggione e si rifugiano sotto la protezioone del dio del sogno.

Sono quelle membrane ad oscurare le finestre della mia coscienza, che vaga nella notte alla ricerca di un lume che dia luce alla mia strada e che , finalmente, paga del suo peregrinare nel deserto senza luce, torna, ogni mattina,  ad illuminare le lande della coscienza, quando, finalmente, quelle porte che conducono al mondo della radiazione luminosa, vengono lentamente aperte.

Ma pare che pesino come montagne, quei pesanti battenti, che restino troppo a lungo indecisi, così, tra l’oscurità e il chiarore, l’incoscienza e la coscienza, il sogno e la ragione.

Si spalancano sul mondo della vita che chiamiano reale con estrema svogliatezza, tentennano sui cardini, cigolano, restano a lungo semisocchiusi.

Sembrano ancora stanchi, intorpiditi da una sfinitezza intima e profonda, stridono stremati come gemessero per la gran fatica, la lotta, l’impegno fatale di sostenere  da soli il peso di tutta la luce del mondo, la carica insostenibile della percezione delle cose perennemente confuse che aggredisce l’innocenza della notte con la peccaminosa promiscuità delle immagini del giorno.

Poco a poco, poi, quelle pesanti ante si spalancano sul vorticoso affannarsi, inutile e vano, del vivere quotidiano e lasciano passare i lampi prepotenti della realtà razionale, consentendo che si possa giarare il folle film senza trama della nostra vita.

Una voragine, alla fine.

Ecco cosa si cela dietro quelle porte così robuste.

Un’immenso abisso nel quale si ammira la profondità dell’oceano in tumulto e la spaziosità dell’orizzonte attraversato dalle correnti dei nostri pensieri.

E che spettacolo, quando quell’oceano volge alla tempesta ed inghiotte i naviri con la stessa indifferenza con cui noi schiacciamo le innocenti minuscole formiche !

O quando la radiosità dell’aurora colora d’oro e d’arcobaleno lo sterminato cristallo della volta infinita nel quale si riflette il nostro animo !

In quella voragine si scorgono gorghi e maree.

Vi abitano dei e creature mostruose.

Si celano desideri inesaudibili e ferree volontà.

Ecco, le finestre ancora nella semioscirità del primo mattino, sono come i nostri occhi nella semincoscienza dell’ultimo sonno.

Si vorrebbe guardare di fuori, ma si resta aggrappati alla densità del buio che si fa più morbida, alla prima ora,  e resta a proteggere la nostra povera anima, che prima di volarsene alta per un altro giorno, se ne sta ancora per un pò confusa e sconsolata a cercare di cancellarsi il sonno dagli occhi.

E in quel primo bagliore di vita, torniamo a nascere, ogni mattina, strappando il nostro destino all’illusione della libertà della notte, all’incoscienza liberatoria del sogno, all’indecenza del corpo rassegnato.

Ecco, cosa si vede sul confine del giorno.

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