SUL FARE DEL GIORNO (corso 1)


Dovrei riempire queste pagine al mattino presto, appena sveglio…

E’ impossibile, cara maestra.

Al mattino presto io non sono connesso, no, non  scorre in me la linfa, non ho le linee attive, sono spento ancora, out of order, scarico…

Al mattino presto per me è presto.

Il buio è buio ancora.

La luce non passa dagli scuri.

La notte non è ancora fuoriuscita dai miei occhi e non ha ancora liberato i miei pensieri, rapiti e tenuti in ostaggio nel mondo dorato dei sogni.

Poi, si sa, la sindrome di Stoccolma li fa innamorare del loro carceriere.

E allora succede che ancora per parecchio tempo dopo che mi sono svegliato, loro, i miei pensieri, restano così, afasicamente in adorazione della bellezza severa dell’impudìca dea delle Tenebre, intristiti dalla necessità di dover tornare al loro posto, al posto di combattimento in prima fila, sotto l’attacco delle truppe nemiche, sotto la pioggia di dardi acuminati scagliati dalle barbare milizie del dio del Giorno.

E’ un tempo senza durata, quello che trascorre fra la sveglia e l’attivazione del mio servizio.

E’ scandito da gesti e movimenti ripetitivi e meccanici.

La mcchinetta del caffè da riempire.

Il latte da scaldare.

Il dolce da aggiungere alla tazza.

Il pane, o biscotti, da ingoiare mentre lentamente ronza la tivvù che irrora di sfarfallante luminosità rumorosa la nebbia notturna che avvolge ancora nel bozzolo dei sogni la mia confusa immagine mentale.

Lentamente, dunque, si erge il mio gigante Io.

Si solleva a fatica e attimo dopo attimo di srotola nel tampo.

Il mio Io è alto e ampio.

Stempiato.

Volubile.

Potrei dire che dalle Tenebre emerge un esercito di Personalità che compongono il mio Io in un mosaico instabile e colorato.

Io sono molti e molti sono in me.

E al mattino fanno fatica a trovare una cadenza uniforme ed una direzione univoca.

Sgomitano, sbadigliano, sbanandano e smadonnano.

Ci vuole del tempo perchè si accordino sul tono dell’abito da indossare, sulla sfumatura delle calze e sui colori della cravatta.

A volte litigano, strepitando e dandosi dei colpi.

E ce ne vuole di pazienza perchè si acquietino, alla fine. Addirittura, a volte, passano giorni interi senza che alcuna pace riesca a tenerli uniti ed a farli tacere.

Ma a me fanno compagnia, tutte quelle diverse personalità, quella folla che mi abita così rumorosamente.

Io sono un timido, un solitario, uno scontroso. Un orso, insomma.

E se non ci fossero loro a stare da me, a tenermi compagnia anche quando preferirei starmene rinchiuso al buio, ad ammirare la candida pelle della dea della notte, forse, se non ci fossero loro, io me ne sarei già andato da qualche altra parte, a fare l’anacoreta fuori dal mondo.

Ma mi sono affezionato a tutti loro, anche se qualcuno non meriterebbe certo tante attenzioni da parte mia.

Si, lo so, a sottilizzare, dovrei pretendere di più.

Dovrei scacciare quelli che giudico male.

Vili, pigri, viziati, molli, degenerati, alcuni di loro andrebbero messi al bando.

Ma in fondo mi piacciono anche quelli, sono lo sfondo sul quale si stagliano i pochi che sembrano coraggiosi, decisi, volitivi.

Ma sono, a guardare bene, sono così minuscoli questi poveri illusi che si dannano per farsi notare a causa delle buone qualità che, per notarli davvero, bisogna armarsi di pazienza e lente d’ingrandimento.

Ed anche del loro coraggio non sarei tanto sicuro, visto che sono sempre pronti a scappare via al minimo gesto di tutta quell’altra teppa di gaglioffi attaccabrighe che abita, e agita, il mio Io affollato.

Siamo in molti, si, ad abitare allo stesso indirizzo.

E ci teniamo comagnia. Specialmente al mattino, quando ancora, come in questi giorni, il giorno non ha ancora finito di prendere il posto della notte che impallidisce per la fatica di tenersi sveglia.

Sorbiamo il caffè riscaldando la cucina fredda, al mattino d’inverno.

Guardiamo fuori dal vetro, per incutere paura al mostro del Tempo che attraversa le strade presto al mattino.

Facciamo smorfie e boccacce per scacciare il male che vuole afferrarci mentre stiamo indifesi sulla soglia del giorno senza averte ancora montato l’armatura e inalberato gli scudi. Disarmati come vermi e nudi come l’innocenza.

Poi, sempre, accade qualcosa d’imprevisto e … fugge la folla, si dirada e scompare la moltitudine rumorosa.

E si resta da soli.

Disabitati.

Un pò malinconici.

Sul fare del giorno.


“Nella vasta colonia del nostro essere abita gente di ogni sorta, che pensa e ha sensazioni diverse. PESSOA”

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. floriana ha detto:

    Ciao Pierino,
    facciamo a chi urla più forte?

    Ah, Ah, Ah…… un bacione e buona giornata

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  2. pietroperrone ha detto:

    Urlare è raccontare, carissima Flò.
    E raccontare è urlare.
    Urlare è un modo disperato di farsi sentire, ma urlare raccontando può convogliare la disperazione in direzioni diverse dalla sconfitta di chi è disperato.
    Raccontare, dire, testimoniare…
    Vuol dire passare il testimone anche a qualcun altro, avere fiducia che qualcuno ci sia, là fuori ad ascoltarti ed a capire quello che dici.
    L’urlo può essere incomprensibile, mostruoso, autolesionista.
    Un racconto può essere il ponte fra un’anima ed un’altra.

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