MARIAH

Decisero di fuggire.

Il pericolo era diventato troppo grande.

Il soldato con la spada li aveva avvertiti per tempo, seminando una grande ansia nei loro cuori.

I capelli neri corti di quel soldato e la sua barba incolta, la sua puzza di sudore, i piedi sporchi, la tunica che una volta era stata candida, ma ora cadeva sdrucita e macchiata tutta da una parte, dove erano caduti i colpi di daga, il braccio ferito propriò là dove fino a poco tempo prima era stato ttaccato uno scudo luccicante, tutto, in quel milite dagli occhi terribilmente dolci incuteva una paura sottile, un’inquietudine intrattenibile.

Fuori i bambini stavano ancora lanciando i sassi contri i terribili carri che assaltavano la città.

Qualche carro finiva rivesciato sotto l’impeto di qull’intifada fitta e infuocata. Qualcuno finiva sotto le ruote dei carri lanciati all’impazzata contro la folla armata di sole fionde. Qualche ombattente s’immolava: bambino, lanciatore di sassi, o soldato con le briglie ancora in mano, poca importanza.

Il sangue, quello, era sempre rubino liquefatto, denso e luccicante ancora al riflesso del sole.

Il sangue innaffuava la terra, a chiunque appartenesse.

Questo era lo spettacolo che era passato negli occhi del soldato che era accorso ad avvisarli di fuggire.

E c’era l’editto del re, che aveva lanciato il più doloroso dei linciaggi: colpite tutti i lanciatori di sassi, tutti, tutti i bambini, qualunque età abbiano, che vogliono essere i re dei re!

Dovevano fuggire.

E così decisero.

Raccolsero le poche cose e passarono a salutare i pochi parenti che ancora erano rimasti in città.

Maria piangeva.

Era ancora una bambina.

Era innocente.

Non conosceva il dolore, ancora.

Era pura.

Era candida.

Immacolata.

Le lagrime rigavano la docezza di quel volto di bimba senza peccato.

Era paura, dolore, strazio.

Lasciare il villaggio, la terra, le poche cose care e andare a dorso di un carretto verso l’ignoto in qualche paese lontano, in cerca di scampo!

Lasciare i fratelli, la madre cara, il padre onorato, le compagne di gioco.

Il cuore di Maria era un tumulto impetuoso.

Le sue lagrime erano sangue scolorito.

Le mani di Maria strigevano quelle di Giuseppe.

Dure, callose, rudi. Le mani di un artigiano che intagliava legno duro come la pietra per ricavarne sgabelli, mensole, tavoli, assi, o qualche volta pali per le alte impalcature che servivano per tirare su le mura della città.

Le mani di Giuseppe erano le mani di un povero falegname.

Le ferite rimarginate erano piaghe secche.

Il pollice della destra, ormai si moveva a fatica, intaccato mille e mille volte dalla lama della sgorbia fuggita dal solco che cercava di ricavare forme nel duro ciocco che si ribellava.

Anche il cuore di Giuseppe batteva all’impazzata.

Il profumo del tenero corpo della sua bimba era coperto dall’acido puzzo della paura.

Il tanfo del sangue si spargeva dappertutto nel villaggio, sembrava già di sentirlo, mischiato alle urla disperate, mentre i soldati del re cercavano di eseguire l’editto che ordinava la strage.

Tutto, nell’animo di Giuseppe ormai ribolliva.

Tutti i dubbi, tutte le incertezze, tutte le paure, tutto il suo amore, tutta la sua fede, tutto, tutto ora vacillava.

Che uomini abitavano quella terra?

Che terra era mai quella nella quale non c’era più amore ma soltanto sangue ed odio?

Quale dio poteva mai ordinare una strage così odiosa?

Quale fede poteva giustificare un dio così sanguinario ?

Quale patria poteva mai abbracciare figlio così sporchi di sangue ?

La fuga era l’unica strada.

La fuga.

La strada correva verso il deserto.

Oltre il deserto c’era un paese diverso, la salvezza.

Quel paese forse era oltre le montagne e al di là del mare.

Qualcuno prometteva e offriva e assicurava un asino, un mulo, un cavallo, un carretto, una barca, un trasporto sicuro.

La fuga dalla propria casa e dal proprio villaggio.

La fuga dai propri fratelli.

La fuga dalla bottega.

La fuga dal tempio.

La fuga.

La fuga da tutto.

Piangeva, Giuseppe.

E piangeva, con lui, Maria.

…………………..

Il resto è cronaca, storia, mito, religione.

La verità resterà impressa nei cuori di Jussuf e Mariah.

Si sa, oramai, non esiste, tra gli uomini, pietà, nè consolazione, ne ravvedimento, o perdono.

I cuori sono pieni di sangue e gli occhi sono iniettati di odio.

Jussuf  non è riuscito a fuggire.

E Mariah ha scelto cattive compagne.

Jussuf si è buttato nel mare, quel giorno d’inverno, per sfuggire ai controlli.

E’ annegato.

Mangiato dai pesci.

Mariah, più fortunata, è giunta in città.

E’ bella Mariah.

Una bimba ancora acerba e delicata.

Fanno la fila, per strada, la notte.

Lei piange.

Non guarda i clienti.

Ha le gambe sottili, sotto la gonna corta e  leggera.

Non ride.

Jussuf non sapeva nuotare, ma la paura l’ha spinto.

E ha perso, Jussuf.

Mariah è più fortunata.

Ora fa la puttana sul viale di notte.

Il suo bimbo, capelli coi riccioli d’oro, è il figlio d’un dio.

Il suo figlio, il figlio d’un dio spietato che gli rubato l’amore e la terra.

Suo figlio ha il destino segnato.

A scuola non va. E ruba. E impreca madonne e corani.

Povero figlio.

Un destino segnato.

Finirà sulla croce, bersagliato da tutti.

Non ha un documento, nè un nome, o un padre, o un mestiere.

E’ senza futuro.

E senza presente.

Senza passato.

E’ destinato a morire.

Fuggire.

………………………………………………………

La fuga in Egitto (Matteo 2, 13-15)
13 Dopo la loro partenza, un angelo del I Signore appare in sogno a Giuseppe e gli dice: “Levati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta lì finché io te lo dica: poiché Erode si accinge a ricercare il bambino per farlo perire”. 14 Giuseppe si levò, prese con sé, di notte, il bambino e sua madre, e si ritirò in Egitto, 15 dove stette fino alla morte di Erode; affinché si adempisse ciò che il Signore aveva detto per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”.

La strage degli innocenti (Matteo 2,16-18)
16 Erode, allora, vistosi beffato dai Magi, si infuriò e mandò ad uccidere, in Betlemme e in tutto il suo territorio, tutti i bambini di meno di due anni, secondo il tempo di cui si era accuratamente informato dai Magi. 11 Allora si adempi ciò che era stato detto dal profeta Geremia:
18 In Rama s’è udita una voce,
un pianto e lamento grande:
è Rachele che piange i suoi figli
né vuoI consolarsi, perché non sono più.

Ritorno dall’Egitto a Nazaret (Matteo 2,19-23)
19 Morto Erode, ecco che un angelo del Signore appare in sogno a Giuseppe, in Egitto, 20 e gli dice: “Levati, prendi con te il bambino e sua madre e torna nella terra d’Israele, perché sono morti quelli che attentavano alla vita del bambino”. 21 E quegli, levatosi, prese con sé il bambino e sua madre e rientrò nella terra d’Israele. 22 Ma, apprendendo che Archelao regnava in Giudea al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi; e, divinamente avvertito in sogno, si ritirò nella regione di Galilea 23 e venne a stabilirsi in una città che si chiama Nazaret, affinché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: “Sarà chiamato Nazareno”.

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2 Replies to “MARIAH”

  1. A volte mi sorge il dubbio , che i Vangeli, ed anche la Bibbia non siano altro che racconti mitici per alleggerire, in tutte le epoche, il fardello che uomini e donne devono sopprtare, solo per il luogo in cui nascono.
    A me solo la parola non basta più, vorrei i fatti per allegerire il peso di questi poveri cristi, però pare che anche dopo millenni ci siano solo le parole, anzi oggi è già molto la parola.
    Toccante, come sempre il tuo racconto.
    Ciao Piero e buona settimana.

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  2. Cara Paola, le parole possono essere vuoto soffio, se non sono sostenute da quella sostanza che le rende solide come pietre.
    Oppure possono essere pietre, e come le pietre avere consistenza e peso.

    Io non so fare molto altro. Non so disegnare, a differenza tua. Non so usare i meteriali e le cose per dare alla materia le forme e la consistenza adeguata a modificare la realtà.
    E poi penso anche che i colori, i disegni, le forme svariate che si possono dare alle cose e alla materia stanno in equlibrio precario fra la pura astrazione, il soffio vano, e la determinazione dell’arte, la gravità della vita.

    Io cerco con le mie parole di raccontare il mio mondo, quello che vedo e sento. Perchè anche raccontare è un modo per costruire il mondo. Si, il mio, certo.
    Ma il mio non gira da solo nel vuoto, deserto e isolato.
    Vicino al mio mondo, intorno a questo mondo, ci sono altri mondi, come il tuo, per esempio, e si crea uno scambio, fra i nostri mondi. Ed è questo scambio che mi interessa. Quello che il mio mondo dona al tuo ed il tuo al mio.
    Per questo cerco di raccontare.

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