L’ORDINE

  

Parigi. Maggio, 1968.

 Com’è triste l’ordine che regna questa mattina e il silenzio del viale vuoto e desolato.

Dov’è finita tutta quella gran folla vociante e sorridente che animava la strada un minuto fa ?

L’urto con ognuno di quei corpi già accaldati dal sole di primavera era come una sferzata di energica allegria.

Certo, scartavo da una parte, ogni tanto. Ma era soprattutto per poter guardare meglio negli occhi quelli che stavano dietro.

Ci scambiavamo anche tanti saluti e qualche sguardo cordiale.

Ci facevamo compagnia, anche se poi non ci conoscevamo davvero.

Si, sapevamo di appartenere tutti alla stessa famiglia. 

Un solo clan di amici. 

La stessa pasta di uomini.

Una razza.

La razza dei rossi.

Rossi e negri.

Si, eravamo tutti negri.

E anche tutti comunisti.

Tutti rossi, negri comunisti ed ebrei.

E tutti zingari, anche.

Tutti poveri.

Si, sì, tutti barboni.

Clochard.

Clochard, abbiamo cominciato, ad un certo punto, a chiamare la nostra condizione di senza tetto. Così, per darci un tono, un pò di classe.

Eravamo tutti rossi negri comunisti ebrei zingari poveri barboni.

Clochard.

E anche gay !

Si, anche gay.

Tutti così, eravamo tutti così. Tutti così. Tutti uguali.

Tutti rossi negri comunisti ebrei zingari poveri barboni, o clochard, e anche gay !

 

Ognuno di noi parlava una lingua diversa.

Tutti insieme, però, parlavamo la stessa lingua, la lingua del cuore.

Ognuno di noi aveva la pelle di un colore diverso.

Ma tutti avevamo addosso i colori dell’arcobaleno.

Camminavamo mano nella mano, anche quando tra di noi correvano distanze di chilometri.

Eravamo uniti da un flusso, una tensione, una corrente che ci attraeva e ci teneva legati, stretti stretti.

Così, i nostri passi cadevano ritmicamente, cadenzati come una marcia trionfale. Calcavano il suolo e percuotevano la terra con orgoglio, fierezza, ardimentosa baldanza, si potrebbe dire, se non si cadesse nel rischio di un pizzico di retorica nostalgia. O di nostalgica retorica. Come si vuole.

Si, portavamo la stessa cadenza ed la stessa divisa e la stessa medesima espressione felice di estasiata vittoria sul volto.

Eravamo come danzatori di un unico corpo di ballo e partecipavamo alla più bella coreagrafia mai allestita a memoria d’uomo !

Guardavamo dritti davanti a noi, eppure conservavamo la consapevolezza di avere gli occhi piantati dritti nello sguardo di tutti.

Puntavamo tutti in un’unica direzione, ma ognuno percorreva la sua strada, nella direzione che lo rendeva più felice nel profondo del cuore.

E i cuori, i nostri cuori, oh, come battevano !

Battevano all’impazzata, battevano lo stesso ritmo che animava la nostra danza e la nostra marcia.

Ogni cuore risuonava come fosse il pacoscenico di un’orchestra intera.

E tutti insieme, con i nostri cuori ed i nostri palpiti, partecipavamo allo stesso unico grande concerto, allestito per il pubblico del mondo intero.

E quel pubblico immenso stava lì, davanti a noi, ansioso di partecipare alla nostra felicità e di sbandierare i nostri stessi vessilli.

E noi, noi stessi eravamo spettatori, spersi nella moltitudine di quell’immenso pubblico in estasi.

Eravamo spettatori di un unico immenso spettacolo nel quale svolgevamo tutte le parti ed avevamo assegnati tutti i ruoli.

Agitavamo bandiere, stendardi, gonfaloni, drappi, insegne, pavesi e orifiamma.

Innalzavamo tutti gli emblemi delle nostre mille fedi.

Emblemi tutti eguali perchè eravamo tutti paladini delle stesse fedi.

Fedi diverse, ma uguali.

Uguali, perchè uguali eravamo noi, diversi, ma pur sempre tutti uguali.

Innalzavamo l’emblema che portava dipinti tutti i colori del mondo, tutti i colori, come l’arcobaleno dei nostri corpi, uguali ma dai caratteri somatici ogni volta differenti, come i riflessi di un caleidoscopio multicolore.

Avevamo tutti la pelle nera e gialla e rossa e gli occhi a mandorla e i capelli biondi e ricci e crespi.

Avevamo sulla fronte petali di fiori e sulle vesti disegni colorati con le forme di tutte le le forme della natura.

Avevamo in petto gli stessi desideri e gli stessi ideali. Anche quando nutrivamo pensieri diversi.

Ci amavamo e marciavamo insieme.

 

Com’è triste l’ordine di questa mattina e il silenzio del viale, vuoto e desolato.

C’è come una nebbia che ci ha avvolti tutti, ci ha rapiti, tutti, lasciandoci soli con noi stessi, col nostro fantasma.

Da soli, rapiti e abbandonati su un’isola deserta.

Com’è triste e com’è vuota la piazza che avevamo riempito !

E com’è silenzioso cil ielo che ci restituiva l’eco dei nostri canti, delle nostre grida gioiose, dei nostri slogan vittoriosi.

Volevamo il mondo !

Volevamo prenderci tutto subito. Subito tutto ciò che i nostri sinceri desideri volevano !

Volevamo la felicità per goderne tutti insieme, tutti, tutti felici, più degli dei a cui guardavamo senza alcun’invidia.

Ci sentivamo potenti come dei, infatti.

Dei invincibili.

E più forti, eravamo, degli stessi dei, perchè la nostra invincibile forza era nella nostra durezza, nella compattezza ed unità del nostro schieramento.

Eravamo come un’unica forza irrefrenabile.

Potevamo germogliare come il principio della vita stessa.

Avevamo davanti a noi, nelle nostre possibilità, tutta intera la gamma delle scelte immaginabili.

Tutte vincenti. Tutte insindacabili.

Nessun male.

Nessuna colpa.

Nessun peccato.

Nessun dolore.

Nessuna infelicità.


Adesso è triste l’ordine vuoto che regna per le strade.

Si ode lontana, ancora, l’eco delle sirene, degli spari, dei colpi di frusta e di manganello con cui hanno creduto di disperdere la nostra marea.

Eppure non sono stati loro a piegarci. Mai ci sono riusciti !

Nemmeno quando hannos chierato i carri armati e sparato con gli idranti e scaricato i colpi delle pistole elettriche.

Ci avevano, invece, inaspettatamente – inaspettatamente per loro, è ovvio – compattati ancora di più.

Ci avevano fatto diventare solidi e massicci come una montagna di granito.

E le altre montagne, dai più lontani recessi del mondo erano venute ad ammirarci, in quella nostra assoluta resistenza pacifica.

No, nemmeno i colpi più violenti ci avevano piegato. E neanche i cani, nè i raid delle camionette, nè i fumogeni, nè gli idranti.

Ridevamo, quando ci intimavano di sciogliere la nostra massa.

Eravamo incoscienti, ma fieri e felici.

Un unico solo corpo indivisibile !


Adesso è triste, è triste il vuoto nel quale annega questa mattina sul viale.

Noi siamo diventati adulti, borghesi, possidenti, ricchi.

Siamo diventati numero, misura, misera quantità.

Siamo diventati sottrazione, divisione, frazione, infinitesimo, limite.

Oggi tutti siamo diventati qualcosa e ci vogliamo difendere.

Non ci sentiamo più neanche dei clochard.

Certo, abbiamo tutti una casa, almeno una casa, e una famiglia, e figli e conti in banca e carte di credito.

Ma non abbiamo più sogni, non più desideri, non più voglie.

Come hanno fatto a dividerci non lo so.

Forse abbiamo riso così felici che siamo volati via, leggeri, fluttuanti come una bolla d’aria.

Forse abbiamo deciso noi stessi di finire così, di mettere la parola FINE alla fine della nostra storia.

Forse la nostra storia non merita un finale.

O forse un finale per la nostra storia non può essere stato mai scritto da nessun altro.

O, forse, il finale, chissà, dev’essere ancora scritto, il finale della nostra storia, perchè alla STORIA non si può mai mettere la parola fine.

 


A chi vuole ancora scrivere il FUTURO.

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4 Replies to “L’ORDINE”

  1. Tutti rossi negri comunisti ebrei zingari poveri barboni, o clochard, e anche gay !
    Ognuno di noi è molti ed uno, ma la realtà, il momento è uno solo e si cerca benevolmente di tenere l’ ordine attuale…la strada per l’ inferno è lastricata di buone azioni…poi si sbaglia ma si procede a tentoni…è tutto molto complicato si ama l’ ordine ed il disordine, ma se ad esempio un mio caro amico iniziasse a fare il barbone farei di tutto per toglierlo dalla strada, anche con la coercizione…questa specie di libertà di poter fare tutto siamo certi che la vorremmo per noi e i nostri cari?Io parto sempre da ciò che vorrei per me ed i miei cari, uso questo metro anche per gli altri.
    Un beso.

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  2. Carissima Paola, niente “scusa”, la catena l’ho lasciata cadere prima di leggere … il sortilegio. Però ti dico sinceramente che il “precetto cinese” – a parte il messaggio della “catena” – mi è piaciuto, saggio e alto nel denuciare la debolezza del dio denaro.

    Per quanto riguarda le catene ed i malefici connessi, ovviamente non è stata la prima nè sarà l’ultima. Ma ho sempre una sola reazione: da me muoiono.

    La “libertà”, invece.
    Mi dispaice, non mi mette nessuna paura.
    O, meglio.
    Paura si, la paura che mette la conquista di ogni spazio nel regno dell’ignoto.
    Perchè la libertà è questo: la conquista di uno spazio del regno dell’ignoto.
    E un pò di paura l’ignoto lo incute sempre, perchè implica il rischio, la possibilità di errore, la sfida, la scelta, la responsabilità personale.
    Ma ogni giorno è così, vissuto accanto a questa compagna un pò oscura e un pò familiare.
    Paura, di primo nome, prudenza, di secondo, istinto, poi …

    Ma si tratta di riflessi naturali.

    Mi terroriza, invece, il vuoto, il silenzio, la mancanza di ogni senso di responsabilità che abita i giorni nostri.
    La fuga, l’alibi, il nascondiglio, la vigliaccheria.
    Tutto ha preso la forma di etichette, di modo che tutto debba essere semplice.

    No.
    E’ una fuga vigliacca dalla responsabilità di essere vivi.
    La codardìa di chi ha la pancia sempre piena e teme che vengano le mosche a poggiarsi sulla … marmellata che si lascia indietro ogni mattina.

    No, Paola mia, io sono proprio così, rosso negro comunista ebreo zingaro povero barbone, o clochard, e anche gay !
    Prova a sentire anche tu come si sta bene così.
    Cosa mai ti mette paura?
    Forse che qualche mentecatto fascista con olio di ricno e manganello o gogna mediatica o blob televisivi da “striscia la notizia” vemga a mettere scritte antisemite davanti alla porta del tuo locale? O forse hai paura che mentre cammini mano nella mano con qualcun altro amore, anche il tuo fedele compagno di una vita, possa venire qualcuno a chiederti il conto di quello che tu hai sceltop per il tuo bene?
    E tu pensi che debbe essere saldato quel conto?

    Ti conosco e so che dirai di no.

    Anche io.

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  3. Caro Piero, io ho scelto di essere tutti, ho smesso di odiare il ricco.
    Questa libertà l’ ho pagata cara, molto cara, ma il prezzo non mi è sembrato alto perchè senza la libertà interiore, la vita non avrebbe senso per me.
    Buon fine settimana nella tua dolce Roma che in autunno mi dicono abbia una luce stupenda.

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