L’ESPLORATORE

 Victor Vasnecov IL TAPPETO VOLANTE 1880. Museo d’Arte di Nižnij Novgorod, Russia. Non si tratta di una fiaba araba, anche se molte tradizioni persiane sono confluite nei miti slavi. Il giovane sul tappeto volante è lo carevič Ivan, e nella gabbia sta l’Uccello di Fuoco.

Quando ho spiccato il volo sono stato colto dal panico.

No, non si trattava mica della volgare paura del vuoto. Non era un problema, diciamo così, di ordine tecnico o fisico.

Avevo già provato mille e mille volte, nei pazzi giochi d’infanzia, quel gesto fatale.

Lo avevo immaginato, sperato, sognato, mimato, scimmiottato mille e mille volte.

Eccomi, mi vedevo chiarissimamente, ormai, superallenato ed in splendida forma, raggiungere il bordo del precipizio e calcare colla zampetta rigosa il vuoto abisso dell’Orrido che si apriva davanti a me.

Me l’ero proiettata come un fila quella scena.

E me l’ero rivista con quella moviola interiore che solo noi implumi pulcini possediamo, nitida e chiara come nessuno strumento umano è riuscito mai ad essere.

Ero lì, puro come un eroe può essere.

Pronto a sfidare il Nulla che si apriva sotto di me.

Deciso ad abbracciare con la larghezza infinita delle mie ali ancora scoordinate l’immenso spazio immateriale che avvolgeva il mio corpo di volatile immaturo.

E sentivo gemere dentro di me per il dolore dell’impotenza ancora frustrata quell’imperativo interiore che avrebbe voluto catapultarmi verso la conquista degli spazi infiniti.

E percepivo la spinta folle dei miei muscoli, le frustate dei tendini tesi come corde di violino, i tricipiti e gli adduttori delle cosce duri come massi.

Tutto, in me, e dentro di me, era volto a quel fatale destino.

No, non erano queste questioni qua a generare il panico gelido che aveva attanagliato tutto il mio essere nel preciso istante in cui il mio Fato veniva a compimento.

Nessun timore, nessuna paura, nessuna esitazione legate ad un qualsiasi dubbio sulle mie capacitàdi reggere il volo, di sopravanzare con le mie ali e le mie piume l’involontaria aggressione contro di me della forza gavitazionale che ha da sempre imprigionato le cose del mondo al triste destino di restare attaccate al suolo.

No.

Io, noi, noi volatili, intendo, lo so, lo sapevo da sempre, sappiamo combattere e vincere quella codarda aggrssione.

No, non era questa la fonte del mio terrore.


Quando spiccai il gran salto sentìi un gran fremito, come quello di una lastra di gelido ghiaccio che si frantuma, si spacca, si spezza in due nette metà.

Il gelo e lo stridore.

Il dolore del cuore che si paralizza, così, in un istante, vanificando i miei sogni di sempre.

Perchè?

Cosa?

Il gelo, quella gelida sincope, di chi erano figli?

Non saprei dirlo con parole comprensibili.

Forse “cip e cip” potrebbero bastare.

Ma voi non capireste.

E, in fondo, neanche io ho capito abbastanza.

Ma ho davanti agli occhi, ancora, il lampo che si scateno nell’attimo stesso che la frustata dei nervi sparava in alto le mie velleità ancora intatte.

Un lampo dello stesso colore di quel cielo tinto di giallo e di azzurro.

Il giallo abbaccinante del sole, dei suoi raggi acuminati come punte di lancia.

E l’azzurro della volta.

Azzurra e trasparente come cristallo.

E come quello, dura e impenetrabile.

Niente avrebbe potuto scalfirla.

Anche se quei dardi la percorrevano come avesse l’incosistenza del vuoto.

E in quel lampo, sotto quell’insostenibile bagliore che urticava le mie pupille da ogni angolo, ecco scorrere le immagini del Tempo, della Memoria, della Vita stessa che correva e degli dei che tutto avevano messo in moto.

In quel lampo si aprirono dinanzi ai miei sensi disorientati mille direzioni verso cui dirigere il mio volo, mille differenti destinazioni, mille volte e altre mille vedevo chiaramente il mio Fato compiersi e disfarsi, ogni volta in modo diverso.

Ed a me toccava soltanto decidere.

Scegliere.

Adottare una linea.

Tracciare la MIA rotta.

Ed ecco che il mio sangue diventato, per un sortilegio malefico di qualche demonio crudele,  all’istante, solido e pesante come una qualche dura, alchemica, plumbea pietra, eccolo, per miracolo, d’improvviso, scosso dai brividi di quel gelido panico, liquefarsi e sperdersi come sporca acqua putrida di nera palude.

E le mie ali, più rigide di un secco legno divorato dal cocente sole dell’este di tutte le estati.

E più deboli.

Ed, alfine, immobilizzate in un immobile, morto, arco di volo.


Ma non precipitai giù per il vuoto.

E neanche altro avvenne di quel che s’immagini.

All’attimo di vuoto successero altri lunghissimi atti eterni.

Ogni direzione mi disposi a percorrere.

E ogni punto cardinale ad esplorare.

E da ogni direzione potevo vedere il mio stesso me stesso percorrere ed esplorare ogni direzione del mondo.

E agli attimi e all’eterno successero altri attimi ed altri eterni.

E in quegli attimi infiniti ed in quegli eterni istantanei, in ogni singolo attimo infinito, in ogni eterno istante dell’eterno che svaniva in una incommensurabile frazione del tempo,  riuscivo a vedere, d’intorno da me, ogni cosa del mondo, e seguirne il tragitto, e vederne consumare forme e confini, idea e materia.

E i miei progenitori ho veduto.

E tutt i fratelli.

E i figli miei più remoti.

Ho potuto vederli andar lassù, per il cielo.

E seguirne le rotte.

E desideraree d’indicarne la meta.

E il loro grido, il loro pianto, il loro riso, la gioia rotta e il felice entusiasmo.

Anche quelli ho potuto seguire fino all’ultimo remoto moto dell’animo, quando diventa quiete dei sensi.

E ho urlato.

Alto.

Finchè la mia stridula voce s’è confusa coi venti.

Ed ha perduto la forza.

E si è spenta.

Per sempre.


Ma ha visto lontano una scia, un fulmineo lampo che guizzava nel bianco più bianco del centro del sole.

E m’han gridato: Eroe!

Eroe !

Eroe, io sono, allora, per loro.

E così, ancor’ora, lassù, immobile e gelido, costellazione d’eroe, perseguo il mio destino perenne.

Io viaggio !

Esploratore dei cieli, io sono !

E niente, nessuno, potrà mai ignorare il mio fato d’eroe !

Victor Vasnecov Gamajun, uccello profetico. 1895.Museo Daghestaniano di Belle Arti, Machačkala.
Sirin e Alkonost, una canzone di gioia e tristezza .Questi curiosi uccelli profetici dal volto umano non appartengono al patrimonio delle leggende russe, ma più alla tradizione poetico-esoterica. Tuttavia si può ipotizzare alla base della loro immagine una figura mitica come Sěmarĭglŭ o Divŭ.

 

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