TRIBUTE…

Francesco del Cossa. TRIONFO DI VENERE

E’ passata, è passata la sera del tedio …

E’ passata, lasciando le sue tracce negli occhi pesanti e nelle gambe pigre. E nel cuore. Rigonfio di desiderio e di voglia. E nel respiro, aggressivo, affamato   …

Si, ho dovuto accontentarli, oggi, il mio cuore ed il mio respiro. Ho dovuto accompagnarli in giro, cercavano sollievo, poverini, volevano essere rassicurati, bramavano una carezza, facevano le fusa, si strusciavano alle gambe come un gatto romantico, annusavano la porta e lanciavano sguardi di saetta verso la finestra …

Tutto, in me, chiedeva perdono, per aver offeso la bellezza dell’essere.

Tutto, stamattina, si è prostrato ai miei piedi, e durante il giorno, e nel pomeriggio, e adesso, anche adesso, che sento il desiderio traboccante di raccontare il trionfo che mi ha fatto la vita, anche adesso, tutto s’inchina davanti a me, mi fa festa, mi celebra, mi onora….

Il mondo intero.

L’azzurro del cielo.

Ed il giallo dei raggi del sole.

Ed il verde delle foglie degli alberi.

E le scintillanti gocce d’acqua delle fontanelle per strada.

E persino gli antichi sassi delle eterne strade romane.

Ed i cittadini in toga candida e porpora si sono inchinati al mio passaggio, e, vedendomi passare, cantavano, e sorridevano, e mi accarezzavano stendendo la mano serena verso di me, come se fossi un dio che entra dalle porte del tempio.

Oggi ho dovuto accompagnare il mio essere nelle verdi aiuole della vita.

Era tutto speciale, da stamattina, pronto, parato a festa.

Dal sole, che aveva scacciato, con una smorfia feroce, le tristi nubi nere che ieri avevano preso prigionieri il cielo e il mio spirito. All’aria frizzante, ancora umida, ma vestita del tremito di un fresco venticello di maggio, che accarezzava la pelle, come un tenero bacio, un soffio di tenerezza che asciugava le prime gocce di sudore che bagnavano il collo, o le salle, sotto la camicia …

Tutto si era preparato per farmi felice, stamattina.

Anche il guidatore del treno azzurro mi ha salutato dal finestrino. E l’innumerevole folla che ogni mattina mi imprigiona sulla banchina della metropolitana, stamattina, si è aperta, facendomi ala, tributandomi il suo trionfo, al mio passaggio.

Fazzoletti colorati, tratti dai taschini degli uomini più eleganti, mi salutavano dal balcone, mentre passavo sulla via, o si sporgevano dalle saracinesche appena sollevate dei negozi del viale.

E gli schiocchi, gli schiocchi dei  baci di tutte le ragazze più belle di Roma, che si avvicinavano e, con la punta delle dita affusolate, mi donavano il loro primo sospiro di questa speciale giornata di festa.


Eh, si. E’ stato davvero speciale, un’emozione come poche. Il dono di un giorno.

Il poeta, oggi, mi ha parlato, dalle pagine del libro che stava scrivendo apposta per me.

Io portavo a spasso il mio io sorpreso per tanta bellezza e generosa bontà del mondo, e lui, appollaiato sul bordo delle pagine, in equilibrio davvero precario, quasi in posizione di pericolo sul davanzale del dorso in brossura, lui, il poeta, il Poeta, il famoso, invidiato Poeta, si è voltato verso di me, mi ha fatto un cenno affettuoso, complice, e mi ha dedicato le sue parole più belle.

Così, mi ha detto: “In questo giorno speciale, la Musa mi ha pregato di farti il dono della mia opera più eccelsa”.

E si è inchinato così tanto sulla pagina bianca, stringendo le dita rattrappite sulla punta di una matitina che sembrava ormai solo un mozzicone mangiucchiato, ha strizzato gli occhietti miopi dietro le spesse lenti un pò unte, proprio le lenti che proteggono lo guardo sognatore di un vero Poeta, e, così, insomma, si messo a scrivere, per me, il testo che voglio regalare anche a voi.


“… Il tedio è, piuttosto, la noia del mondo, il male di vivere, la stanchezza di aver vissuto; il tedio è, veramente, la sensazione carnale della vacuità prolissa delle cose. Ma il tedio è, più che questo, la noia di altri mondi, che esistano o meno; il male di dover vivere, sebbene “altro”, sebbene in altro modo, sebbene in altro mondo; la stanchezza non solo dell’ieri e dell’oggi, ma anche del domani, dell’eternità, se essa esiste, del nulla, se esso è l’eternità. Né è solo la vacuità delle cose e degli esseri che duole nell’anima quando essa è in tedio: è anche la vacuità di un qualcos’altro diverso dalle cose e dagli esseri, la vacuità della stessa anima che sente il vuoto, che sente di essere il vuoto, e che in esso di se stessa si nausea e si ripudia.II tedio è la sensazione fisica del caos, che il caos sia tutto. Colui che è stanco, che ha malessere, che è annoiato, si sente prigioniero in un’angusta cella. Colui che è disgustato dalla strettezza della vita si sente ammanettato in una grande cella. Ma colui che ha tedio si sente prigioniero in libertà in una cella infinita. Sopra colui che si annoia o ha malessere, o è affaticato, possono crollare i muri della cella e sotterrarlo. A colui che si affligge della piccolezza del mondo possono cadere le manette, ed egli può fuggire; o addolorandosi senza potersele togliere, egli, sentendo il dolore, può riviversi senza pena. Ma i muri della cella infinita non possono sotterrarci, perché non esistono; ne può provarci che siamo vivi il dolore di manette che nessuno ci ha messo ai polsi.

Ed è questo che io sento davanti alla bellezza placida di questa sera che imperescibilmente muore. Guardo il cielo alto e chiaro, dove cose vaghe, rosee, come ombre di nuvole, sona una peluria impalpabile di una vita alata e remota. Abbasso lo sguardo sul fiume dove l’acqua, appena leggermente increspata, è di un azzurro che pare specchiato in un cielo più profondo. Alzo di nuovo gli occhi al cielo, e c’è già, fra i vaghi colori che si sfilacciano, senza stracciarsi, nell’aria diafana, un tono algido di bianco opaco, come se anche qualcosa delle cose, là dove esse sono più alte e incorporee, avesse un proprio tedio materiale, una impossibilita di essere ciò che è, un corpo imponderabile di angustia e desolazione.

Ma che cosa? Che cosa c’e nell’aria alta se non l’aria alta, che non è niente? Che c’e nel cielo se non un colore che non e suo? Che cosa c’è in quegli stracci men che nuvole, di cui pur dubito, se non l’incisione di riflessi di luce di un sole gia tramontato? Che cosa c’è in tutto questo se non io? Ah, ma il tedio è questo, è solo questo. In tutto questo – cielo, terra, mondo – ciò che c’è in tutto questo non è se non io!”

da : Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, Fernando Pessoa

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5 Replies to “TRIBUTE…”

  1. Stavo leggendo e pensavo Piero sta scrivendo un post euforico così il tedio mi ha colpito ancora di più, il contrasto fra la festa, gli schiocchi dei baci delle ragazze , l’ aria frizzante di maggio e….la stanchezza non solo dell’ieri e dell’oggi, ma anche del domani,… mi ha “tramortito”…davvero un gran bel post …molto bello il contrasto anche se il tedio vince sulla festa.
    Buonanotte.

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  2. Grazie, cara Paola.
    Mi sembrava proprio bene creare un contrasto così forte.
    Poi, le parole del “tedio” di Pessoa, sono davvero vive, al contrario dell’idea di tedio che ci portiamo appresso.
    Il tedio siamo noi, non le cose, non la vita.
    Noi, che con il nostro pensare snaturiamo la natura. Questo dice Pessoa. E ci invita a non concentrarci sul nostro ombelico mentale, esistenziale, ma sul mondo, sulle cose, sul mondo…

    Per questo motivo lui mi ha regalato quelle parole, l’altro giorno, per farmi un vero dono, non per puro esibizionismo estetico.

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  3. il libro dell’inquietudine…
    (un’altra affinità)
    quello che mi colpisce è il contrasto tra una vita apparentemente “vuota” e abitudinaria e la profondità del pensiero, che vaga, che sente, che scandaglia le emozioni più sottili, dando un senso e un equilibrio ad ogni attimo, pur se all’apparenza insignificante
    (il vasto mondo interiore)

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  4. Grazie per le visite, Rebi (sopranome in mancanza di altri riferimenti) e cara Centa (anche per te il solito insoddisfacente sopranome).
    Sono felice di condividere con voi i miei sentimenti, le mie pagine.

    Rebi, si il contrasto nasce da quello che siamo, che a volte sembra poco, a volte molto, e qullo che ci circonda, ed il contrasto ulteriore fra tutto ciò e il mondo che gli artisti sanno creare, Pessoa, per esempio.

    Mi da emozione la conclusione di Pessoa: cosa c’è al di là delle cose, se non noi stessi?
    Siamo poca cosa, tediosa, in fondo, se non ci mettiamo in relazione con l’universo che è fuori di noi.
    Quel metterci in relazione è un contrasto, netto stridente, fra ciò che esiste, la realtà fuori di noi (che pur esistendo lì fuori dipende dai nostri sensi per essere percepita e alla fin fine esistere davvero) e la realtà di noi stessi.
    Questo contrasto crea la vita, le dà pienezza, sapore, profumo, colori…

    La primavera, si cara Centa. La primavera è questo momento di incontro fra due mondi che si incontrano: il freddo tedio che si trasforma in gioia esplosiva. La nostra solitudine che diventa compagnia gioiosa. Il nostro passaggio sulla terra che diventa eterno esistere…
    Tu, Centa, lo hai detto con pochissime parole: un pregio miracoloso che ti riconosco e del quale ti invidio un pò.

    Messo in parole la primavera …

    Grazie.

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