L’ANATOMOPATOLOGO

Rembrandt – LEZIONE DI ANATOMIA DEL DOTTOR TULP 1632

Il dottore entrò nella camera delle autopsie, candida, asettica, un pò disfatta come la carne morta che lì dentro si mostrava ogni giorno nella sua nuda e più intima verità.

Aveva i guanti di lattice che fasciavano le dita affusolate e le mani grassocce. Aveva una mascherina macchiata da gocce rosse e striature giallastre. Tracce di un’altra autopsia appena eseguita nella sala accanto. Più piccola. Più accogliente. Strano pensiero, questo dell’accoglienza, pensò il dottore. Stano pensare all’accoglienza di fronte a cadaveri in disfacimento, pronti a farsi dissezionare in mille pezzetti di pelle o di muscolo o di osso color senape o ocra, opachi e rigidi. Accoglienza. Proprio no.

Ma scacciò il pensiero e si mise all’opera.

Ogni energia era indispensabile, quella notte. Niente poteva o doveva essere lasciato al caso.

Si avvicinò al cadavere appoggiato sul tavolo di marmo.

E scoprì il corpo. Ormai gelato. E immobile.

Un leggero tremito scosse il dottore.

Il nome che era scritto sul cartellino appuntato sul petto del dottore, Ciampa, era un inutile dettaglio.

Anche il nome sul cartellino attaccato al polso di quella massa pesante ed inutilmente ingombrante era ormai un dettaglio insignificante.

Il bisturi intaccò la pelle all’altezza del torace, sotto la gola, e tracciò il suo disegno rettilineo fino al ventre, in basso, sotto la curva dell’inguine.

Con attenzione infilò la lama sotto il lembo sottile quasi plastificato che ricopriva i muscoli irrigiditi di quel residuo di donna che aveva davanti.

Quel tessuto di protezione, una volta fabbrica di calore e di intense vibrazioni d’amore, era ormai soltanto una superficie irregolare, di colore indefinito, viola, quasi marrone, già nero sulla punta delle estremità…

Ma il suo lavoro, quel lavoro così terribile che metteva la sua coscienza e la sua resistenza nervosa a dura prova ogni giorno, era una scommessa contro il destino.

Ogni giorno, in ogni corpo, in ogni cadavere, in ogni carogna in via di decomposizione, come in uno schema di anatomia applicata, il dottore, lui, il Ciampa, il primario anatomopatologo dell’Ospedale Fatebenefratelli del Cuore immacolato di non so più che, ogni giorno, dentro la testa del dottore si apriva una ferita sanguinate, la stessa da trentacinque anni, sempre la stessa da quando aveva cominciato quel mestiere di merda.

I pensieri del Ciampa ormai erano diventati frenetici, come i suoi gesti, precisi e misurati, millimetrici, come sanno essere quelli di un chirurgo, ma ormai isterici, segno della crisi nevrastenica che anche quella sera lo stava sopraffacendo.

Nel Ciampa i pensieri ed i gesti si sopraffacevano ogni volta che era costretto a violare la perfezione del corpo umano, per cominciare, per ricominciare ogni volta, quella sua folle ricerca da cui non riusciva più ripararsi, a tirarsi indietro, a liberarsi…

La sua domanda, la sua ricerca, la sua folle curiosità ormai lo abitava come la follia abita un uomo alcolizzato.

E si che lui, il dottore poteva  vantare una mano ferma ed un taglio preciso come quello di un sarto, o di un parrucchiere di moda. Lui non aveva mai bevuto, o fumato, o provvato niente che potesse influire sulla purezza angelica della sua missione medica.

Una missione che il cielo gli aveva assegnato, il giorno in cui aveva varcato la soglia della facoltà di medicina per iscriversi per diventare medico, dottore, chirurgo. Anatomopatologo.

Autopsie, dissezioni, cadaveri, pezzi di carne e di nervi erano il suo passato ed il suo presente. Ed il suo futruro.

E mai, mai sarebbe riuscito a liberarsi di quella assurda domanda che gli cadeva al centro della testa ogni giorno maledetto che il Signore mandava per ferirlo.

Oh, si! Doveva prendere i pezzi di quella macchina perfetta.

Affiancarli gli uni agli altri, in ordine perfetto, allinearli sulla mensola di marmo.

E rimirarli, osservarli, scrutarli, interrogarli, torturarli fino a farli confessare.

Doveva conoscere la verità.

Prima o poi, una volta o l’altra, doveva trovare il modo, la via, la strada, il metodo, il sistema per strappare la verità a quegli organi molli e appiccicosi che di solito se ne restavano ben stipati e nascosti sotto la pelle degli uomini.

Aveva provato.

Ogni volta provava.

Ogni volta, con ognuno di quei nomi finiti nel certificato necroscopico, ci aveva provato.

La verità.

Solo la verità.

Solo quella verità avrebbe potuto salvare il Ciampa dalla pazzia, dalla vera follia che si traveste di lucida precisione.

Doveva cercare la verità.

Si, era facile, il Ciampa lo sapeva, lui il dottore, lo sapeva bene.

Si poteva benissimo distin guere la razza di un uomo dal colore della pelle.

O dal taglio degli occhi.

O dal tipo di capelli…

Ricci, lisci, rossi o bruni.

Tutti indizi per definire la razza di un uomo.

Pelle bianca, gialla, rossa.

Duro cuoio. O morbida pelle.

Candore.

Nere profondità.

No, era troppo facile così.

E troppo superficiale.

Una differenza, la differenza vera stava dentro, doveva stare dentro.

Lui, il Ciampa, l’avrebbe trovata.

E avrebbe consegnato al mondo la chiave per mettere in ordine, una volta per tutte, l’ordine degli uomini sulla Terra.

Iddio non aveva creato tutta quella massa di vita per farla crescere e moltiplicare secondo un informe appetito riproduttivo.

No, sicuramente aveva messo nel fondo del cuore di ciascuno, oppure in una circonvoluzione del cervello, o in un anfratto intestinale, o nel fondo di qualche ghiandola secretiva, il segno della razza, il marchio della qualità di ogni uomo.

Aveva aperto organi, affettato muscoli, sminuzzato cartilagini e tessuti per cercare il segno distintivo di un bianco di razza  incontaminata.

Bastava scoprire dove poteva essere nascosto, quel segno maledetto dal demonio e benedetto dal Signore.

E scoprirlo era il suo sogno.

E il suo incubo.

Un cuore bianco non batteva allo stesso modo di quello di un nero. O di un giallo.

Una mente di razza incontaminata non poteva concepire e mettere al mondo il peccato, la miseria, la violenza, la guerra, l’odio.

Erano sentimenti, quelli, che abitavano nei cuori delle razze inferiori.

Erano istinti ferini che albergavano nelle menti e nell’animo di esseri invidiosi della perfezione e della purezza.


Intanto il tempo scorreva, nella sala delle autopsie.

Il Ciampa era sudato, madido, pallido, convulso.

Neanche in quel povero moncone senza vita aveva trovato quel segno del Destino.

Le viscere buttate a terra.

Il cervello, poggiato in un bacile d’acciaio luccicante sotto la lampada fluorescente, era un frutto spappolato e marcio.

Il cuore, un boccone per cani, smozzicato, a brandelli.

Sul cuore si era accanita una muta di bestie fameliche e crudeli.

Nulla.

Nulla neanche questa volta.

Nessun segno.

Nessuna speranza.

Bisognava cercare ancora.

E continuare non era certo facile.

Ma, per dio, per la scienza, lui, il Dottore, l’Anatomopatologo, il Ciampa, ce l’avrebbe fatta, una volta!

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2 pensieri riguardo “L’ANATOMOPATOLOGO

  1. Ma se il Ciampa avesse cercato bene avrebbe trovato ciò che determina oggi la differenza di razza…..IL DENARO…io credo che le diversità diciamo così “accidentali” che danno i lineamenti ed il colore non esistano…un nero ricco è uguale ad un bianco ricco, un nero povero non è uguale ad un nero ricco.
    Ciao.

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  2. Sono d’accordo con te, cara Paola.
    Per me sotto la pelle di un uomo n on ci sono differenze. E la pelle è solo come un cappotto. Copre, ma non determina differenze nella natura di chi lo indossa.
    Invece il denaro fa la differenza vera, oggi, fra chi può vivere bene e chi è escluso dal benessere.
    Hai ragione, un nero ricco ed uno povero non son o uguali.
    Ma molti altri, oggi, non sarebbero affatto d’accordo.

    Sento il razzismo strisciare intorno a noi.
    Un mendicante, qui a Roma, stamattina, aveva questo cartello per la questua: “sono in difficoltà, aiutatemi. So’ italiano”. E se ne stava seduto, con aria studiatamente pensosa, o preoccupata, davanti ad uno dei palazzi del centro di Roma. E sta lì da giorni, sempre con lo stesso cartello.
    E si sente strisciare il razzismo anche quando i giornali, tutti, tutti, e d anche i telegiornali, annunciano la notizia del momento: “rapina in villa. presi (o fuggiti) i delinquesti. erano straieri (o italiani)”. “Stupro contro una donna. Preso il violentatore (o fuggito). Era uno straniero (o un italiano).
    Come se ai rapinati, ai violentarti, agli assassinati facesse qualche differenza la nazionalità degli aguzzini.

    Ci sono anche altri sintomi. Peggiori.
    Rosarno.
    I barboni dati alle fiamme.
    Le aggressioni di bande di picchiatori, nelle periferie e nel centro di diverse città.
    Le scritte antisemite.
    Le aggressioni ai negozi degli immigrati…

    Io sento la puzza di questi vermi.
    Anche il nazismo ha avuto una lunga incubazione durante la quale è maturata la follia.

    Ed io volevo solo dire della follia che c’è in tutto ciò.
    Perchè tutto ciò è la follia che abita tra di noi, anche più vicino di quanto sembri.

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