Regina della Notte


Dama Nera. Io canto il tuo Nome.

Dama che t’avanzi nell’Oscurità!

Eccoti davanti ai miei occhi.

Suona di sfida il mio sguardo.

Alzo gli occhi ai tuoi cristalli di ghiaccio.

Alzo le mie lame e incrocio le tue!


Dama Nera. Muoio al tuo cospetto!

Dama Nera. Nella Notte risuona il tuo incedere.

Lenta eco che rimbalza di muro in muro

lungo i secoli senza  tempo di Roma.

I mattoni rossi sanguinano anni

e sgocciola il tempo come sangue.


Dama Nera. I tuoi passi tuonan d’intorno!

Demonio vestito di Nero. Madonna impietosa.

Mietitrice di verdi spighe secche.  E d’implumi fior!

Natura senza germoglio. Regina del Deserto.

Voltati! Ti sfido! Madonna delle Tenebre.

Madonna  immonda! Maddalena ingorda!


S’alza il mio urlo. T’avvolge. T’atterra!

Cagna infelice. Piangi, a terra, lì, morta creatura.

Geme alfine il tuo fiato. Lacrima il tuo occhio!

Tu che lacrime, e gemiti e pianto hai colto

ognor, messe ai tuoi giorni permale.

Immonda bestia in veste d’Angela di Nera beltà.


Nera Dama di Morte. Di Tenebra guardia notturna.

I poveri vermi striscianti io vendico, E duello,

io, eroico martire, in quest’ultimo istante di sole,

col tuo ghiaccio che spegne la Luce. E l’Amore. E la Vita.

Sfidarti io voglio. A gran voce. E stenderti. E violare

il tuo virgineo corpo. E trarne e gioia e piacere!


A Te. Nera Dama di frigido immobile inverno

io voglio rubare un palpito d’amor! A te! A te,

Demonio di Morte! Con te la mia spada combatte!

Nel tuo cuore penetra il mio ferro di fiamma!

In te conquista il mio sospiro infiammato

l’odorosa goccia rossa della Vergine Nera!


Nera Dama della Notte! Sento il tuo sangue

urlare, crudele,  come la rapida del fiume!

La Fame rintocca in tuo petto. Fame infinita.

Che si nutre di Vita, di pargoli, d’innocenti!

Qual mostro combatto! Invitto deo del Nulla!

Col Paladino combatti! Butto via spada e corazza!


Ti getto il mio guanto di sfida! Nera Dama d’Oscuro!

Ecco! Ma cosa odo, laggiù? S’abbatte un rintocco lontano,

un tremolìo d’acciaio. Campane a morto! Lento tramonto.

Si spegne il corso del fiume. Si ferma la marea. Il Sole,

dio infuocato,anche lui,  si spegne, ormai, in silenzio,

immerso nel mare di  nero sangue rappreso che s’alza.


Nera Dama del Male prendi il tuo pasto anche oggi!

Si apre il tuo ghigno calando il tuo morso al mio collo…

Il mio urlo ancora rintrona d’attorno e tu già vittoriosa

t’accingi a riscuoter il tuo premio! Immonda bestia Nera!

Peccato travestito da innocente Vergine dea!

Falce di Morte travestita da spicchio di Luna!


Ai tuoi piedi m’inchino. Non domo. Sconfitto!

Al tuo famelico appetito m’immolo. Perduto.

Ma s’inarca in freccia il mio Essere. E s’infigge,

estremo fulmineo lampo, nel gelido tuo cuore

stagnante e fetido. E l’essere tuo ne strappa,

e in terra lo secca!

Estremo orgoglioso sussulto.

Rivincita del sogno…



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6 pensieri riguardo “Regina della Notte

  1. Bel componimento, per unpo’ avevo sperato nella sconfitta della dama nera, anche se era impossibile…comunque almeno in sogno ci sei riuscito.
    Ciao e buona settimana lavorativa.

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  2. A proposito di notte e di morte,ma anche di violenza della vita e del giorno,ti mando il testo più “pesante”e sensuale della mia raccolta(è molto diverso da tutti gli altri,tanto che mi sembra stridente con tutto il resto)

    SERA D’ESTATE – Roma, 27 giugno 2003

    Cammino di sera,
    a tratti lenta o veloce,
    in queste strade buie e bollenti
    di una città da giorni percossa dal sole
    e gocciolante di afa.
    I miei sensi, storditi, non fanno più resistenza:
    alla puzza, nauseabonda,
    della spazzatura che marcisce nei cassonetti,
    al profumo pungente, aggressivo
    dei pollini bruciati dal sole,
    a quell’odore acido di carni sudate
    che mi è rimasto nelle narici
    era di chi mi stava vicino? era mio?
    o era mischiato, in un’intimità
    non voluta, violenta?
    Fasci di luce, musiche, voci,
    sbuffi di aria calda e fredda
    mi raggiungono, provenienti
    dai locali notturni, dai bar e dai ristoranti,
    urtando la mia pelle e i miei sensi.
    Corpi lucidi e abbronzati, facce sorridenti,
    saluti e vociare di uomini e donne
    che si affaticano a divertirsi.
    Non mi soffermo, accelero,
    il mio sguardo trascorre,
    non voglio stancarmi:
    me li immagino già, fra poco, quei corpi,
    collassati, sudati, provati.
    In una strada che puzza di smog
    e che ci regala zaffate più intense
    ad ogni veicolo che passa,
    aspetto ad una fermata l’autobus
    insieme ad altri pellegrini
    di questo girone infernale:
    mi porterà in salvo a casa mia
    e lì potrò finalmente
    denudarmi lavarmi bere
    stendermi sotto il ventilatore
    e forse finalmente dormire.

    Di notte, scarafaggi e topi
    invaderanno le strade della città,
    per nutrirsi degli avanzi del giorno,
    che odorano di morte.
    Dormire, non vedere, non sentire….
    Domani i miei sensi
    cercheranno ancora invano di resistere
    alla violenza della vita e del giorno
    in questa città percossa dal sole.

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  3. Di notte, scarafaggi e topi
    invaderanno le strade della città,
    per nutrirsi degli avanzi del giorno,
    che odorano di morte.
    Dormire, non vedere, non sentire….

    Mi piacciono questi versi… scarafaggi e topi che diventano padroni della città e prendono il posto dei poveri uomini, nudi simulacri del consumismo, vuoti ed inutili… sporchi, puzzolenti, acidi, sudati, collassati… gli uomini.
    Invece, topi e scarafaggi? Lucidi nelle loro livree grige o nere. Tirati a lucido. Coi baffini tirati col sego, come i nostri vecchi nonni, e le scarpette ben lucidate alla fine delle zampine agili e scattanti… come l’eroico Gregor Samsa, della Metamorfosi di Franz…
    Ecco, forse mi hanno colpito quei versi perchè mi richiamano alla mente Franz…

    Consentimi, però, una considerazione: versi duri, si lo sono. Ma “sensuali”, dici?
    Possono essere sensuali le orde di turisti stravaccate e disfatte che vedi in un pomeriggio di sole? O sensuale la violenza della vita che batte come il maglio del sole a mezzogiorno?
    Versi che mostrano una verità molto evidente a chi conosce la nostra città, piena di ombre puzzolenti che si aggirano nei dintorni delle vestigia romane.
    Versi che immergono anche te/noi in quella realtà, anche se distanti, come da dietro i vetri di una finestra…
    Ma è così che mi sento, spesso, andando in giro per Roma: come dietro una finestra.
    E’ una città stranissima, questa. Passeggi dietro una finestra, per ore, magari giorni, mesi.
    Poi, all’improvviso, in un attimo, la bellezza assoluta di questa eterna vergine dell’amore sensuale ti rapisce, ti prende per mano e ti porta in Paradiso…
    Si meravigliosa forza, quella di questa città. Che consente a te di scrivere versi così… americani, o praghesi, per altri versi… Oppure di cercar riparo dal rapimento della bellezza… Sindrome di Stoccolma inguaribile…

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  4. Ho usato l’aggettivo sensuale insieme all’aggettivo pesante per dire che in quella sera d’estate ho sentito che Roma mi colpiva attraverso il corpo,attaccava i miei sensi.
    Credo che tu non abbia inteso o che tu abbia frainteso,perché
    forse riferisci il sensuale solo all’amore,al sesso, al piacere.E’
    chiaro che in questo testo si riferisce ad altro.

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  5. No, davvero. Non ho usato un concetto del genere.
    Ho capito bene che intendevi, tu, per sensuale, l’esperienza dei sensi attraverso cui hai vissuto l’esperienza della città.

    Io intendevo, invece, settolineare la distanza che resta, in termini di “sensualità”, fra chi sta dietro ad una finestra e la realtà che c’è davanti al vetro.

    Non metto in dubbio il tuo rapporto “fisico” con la città, quella sera.
    Capita, è capitato anche a me.
    A te hanno toccato i sensi le immagini … disfatte … che hai messo nei tuoi versi.
    A me, le stesse tue immagini, creano una barriera, una distanza incolmabile.
    Ma si tratta delle mie sensazioni.
    Che tra l’altro credo che seppure possano sembrare così distanti/separate dalle tue, probabilmente sono molto più simili di quanto possa sembrare a prima vista.
    Perchè credo che in quel tuo “essere colpita fisicamente” sia restata intatta la distanza fra “il fetore” che emanavano quei corpi, quelle immagini, e la tua “purezza”. Tanto è vero che tu concludi la poesia parlando di “resistenza” alla vita. Resistere, quindi, conservare la distanza. Restare dietro una barriera.
    Quella distanza, quella barriera, sono le mie stesse, difese dal vetro della finestra.

    Sensualità?
    Può dire molte più cose di quanto sembri, no?
    (scusami comunque. Forse il tono l’ho sbagliato. Forse le parole.)

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