GLORIA IN EXCELSIS

“Finito il patimento, la sua essenza si separò dall’orrido

Corpo del suo patire. In alto. Lo lasciò.

E la tenebra, sola, ebbe spavento

E scagliò pipistrelli contro la spoglia livida –

Nel loro sciame svolazzante a sera

Freme ancora l’orrore di cozzare

Contro il tormento raggelato. Cupa aria senza pace

Si avvilì sul cadavere e una torpida inerzia

Colse i forti animali veglianti nella notte.

Libero dalla spoglia pensò forse il suo spirito librarsi

Sul paesaggio, senza agire. Chè ancora gli bastava

L’evento del suo patire. Mite gli appariva

La presenza notturna delle cose e su di esse

Si espandeva come uno spettro triste.

Ma la terra, essiccata e assetata nelle sue piaghe,

ma la terra si fendè e ruppero voci dall’abisso.

Egli, conoscitore dei martìri, udì l’inferno urlare

Verso di lui, bramando prendere coscienza del suo patire

Ormai compiuto, perché dalla fine della sua pena (infinita)

Traesse presagio e terrore la pena perenne degli inferi.

E nell’abisso precipitò lo Spirito con tutto

Il peso del suo sfinimento, procedè in fretta

Seguito dagli sguardi stupefatti di ombre erranti,

levò lo sguardo verso Adamo, un attimo,

rapido si calò, sparve e si perse nel ripido

di più selvagge voragini. D’un tratto (più alto, più alto)

sopra il centro dei loro urli schiumanti, sulla lunga torre

del suo soffrire si sporse: senza fiato,

in piedi, senza balaustrata, proprietario dei dolori. Tacque.”


Rainer Maria RILKE . La discesa di Cristo agli Inferi.



Non ci sono parole a sufficienza per l’emozione che Rainer Maria Rilke ha infuso alla mia vita con questi versi.

Sono i suoi versi a parlare per me, per noi, per tutti gli uomini. Versi che disegnano il profilo unico dell’Uomo. Il profilo dell’uomo che ha fatto innamorare gli dei.

Sono versi dolenti e tragici. Versi di dolore e morte. Versi feriti, squarciati, dalla crudele mano dell’uomo.

Versi che versano sangue.

Sangue che fiotta dalle ferite dei chiodi della Crece.

Sangue che sgorga dalla ferita al Costato che ogni punta di lancia infligge alle carni dell’Uomo.

Versi scritti col sacro sangue versato dal Dio incarnatosi per amore.

Versi che denunciano la morte ed il deicidio, l’impietà e l’empietà della mano che usò il martello come un’arma.

Versi che propagano l’urlo della natura verso il nostro essere, oltre la frontiera del tempo ed il limite dello spazio.

Ma sono versi speciali, davvero versi speciali sgorgati dal cuore buono di un Uomo che doveva essere speciale, che doveva avere dentro il suo cuore uno spazio abitato da un Dio ancora più grande del vuoto provocato dalla morte del Figlio.

Sono versi che non sono parole, ma vita reale. Vita reale che va oltre la vita reale.

Vita reale che oltrepassa la frontiera della vita e della morte.

Vita reale che spalanca le porte degli inferi e spezza le catene di chi era rinchiuso in un ergastolo senza fine a marcire in eterno fra le fiamme.

Vita reale che contagia la morte reale.

Morte sconfitta una volta per tutte in quel cuore che è stato invitato ad assistere al Volo dello Spirito.

Spirito della Rivoluzione.

Spirito ribelle contro la condanna del peccato.

Spirito divino che, ammaestrato dalla tragedia umana, si immedesima nel dolore, si arma di commiserazione, si converte alla pietà.

Spirito divino che ripudia la Colpa e si affratella col Dolore.

Dolore che diventa fratello del Dolore.

Morte che diventa sorella della Vita.

Peccato che si trasforma in Redenzione.

… … Fiamme che si spengono …

… … Piaghe che si rimarginano …

… … Vita … Vita … Vita che trionfa!

Che trionfo del Bene!

Che trionfo dell’Uomo!

Che Onore, per l’Uomo, accogliere tra le sue braccia il figlio del Dio e consolare il dolore del Padre!

Versi di meravigliosa profondità.

Versi nei quali l’Abisso si ribalta nel Sublime.

Il Divino nell’Umano!



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