Message in a bottle

http://www.mondimedievali.net/Immaginario/image/delfino03.jpg

Per questo viaggio ho preso un mezzo davvero speciale. Sono salito sul dorso di un delfino, lucido, sorridente, allegro, giocoso come un bambino dispettoso e mi sono fatto spingere dalla sua voglia di vivere e conoscere il mondo.

Ero un pò impaurito, mi sentivo insicuro, a bordo di quel “cavallo” davvero speciale. E sentivo anche una certa ansia, l’incertezza per una partenza così, senza una destinazione precisa.

Non mi ero chiesto perchè, nè come mai ero pronto ad un’esperienza tanto insolita, io, così prevedibile, altrimenti, così “normale”, così poco fantasioso in questo campo che m’ero sempre immaginato tanto pericoloso e pieno di incertezze.

Allora, mi sentivo sorpreso per tanto imprevedibile coraggio. Ero finalmente diventato “adulto”? Era improvvisamente fiorita la malapianta dell’incoscienza? Ero impazzito? O addirittura non ero neanche io, quello che con una valigia in mano aveva saltato il fosso e si era messo a cavalcioni di quel magnifico fratello animale dei mari?

Nessuna risposta. Ma neanche le domande avevano lo spessore di una grande voglia di sapere. Ve l’ho già detto. Ero sorpreso, anche orgoglioso per quel gesto tanto insolito e provocatorio.

La sua voce mi colpì all’improvviso, come una frustata.

Il musetto allungato del delfino si era voltato verso di me ed aveva spruzzato un getto d’acqua salata calda e schiumosa. E con una vocina, o un vocione, non capivo bene, ero come ubriaco mentre guardavo dentro i suoi occhioni neri,  mi diceva qualcosa come: “bene, fratello, eccoti, finalmente. Era tanto che ti aspettavo, qui sulla riva, accanto al molo, fra gli scogli. I pescatori si erano ormai abituati a me, ma io avevo sempre paura di restare impigliato nei loro ami, o in qualche rete e, comunque, mi sentivo  a disagio così vicino agli assassini dei miei fratelli d’acqua”.

“Ti ho aspettato davvero troppo. E se non fossi arrivato, stasera me ne sarei ritornato nelle mie profondità, in compagnia dei miei fedeli compagni, a giocare e correre con loro. Non sarei rimasto un solo momento oltre il tramonto. Non avrei neanche salutato la luna bianca che come un pallone ogni sera si affacciava a farmi compagnia. Ero troppo impaziente. E lei se ne sarebbe dispiaciuta, lo capisco, ma non avrebbe certo pianto, lei che non si commuove neanche quando due innamorati si separano per una partenza improvvisa, un viaggio da emigranti, con quattro stracci nel sacco puzzolente e un pezzo di pane per sfamarsi per i primi giorni. Lei non piange, fratello. Perchè non ce l’ha un cuore. Ma è simpatica, allegra, luminosa, pacioccona, e giocare con lei, prenderla in giro o farle la corte, ogni sera, quando il buio cala sulla baia e annerisce la superficie del mare, sentirsela amica, è davvero una sensazione speciale”.

Una frustata in pieno viso. Proprio una frustata.

Il delfino, mio fratello d’acqua, parlava, pensava e parlava, proprio inaspettatamente.

“Dai, sdraiati e mettiti comodo. Si parte”. Mi distrasse dal mio stupore. Ed io mi strinsi forte con le gambe alla fresca e morbida carne dei suoi fianchi e mi aggrappai con le mani alla sua pinna alata, sul dorso. Non sapevo che c’era, quella pinna. Era comoda, ma tagliava sulle palme la mia pelle delicata, che non era abituata a stringere così disperatamente un attrezzo così.

E cominciammo a volare sul pelo dell’acqua. Meglio di un’acquascooter. Un vero cavallo imbizzarrito. Un pò pazzo, a dire il vero, mentre affiancavamo qualche imbarcazione che sfidava le acque fiera del proprio guscio di legno, vetroresina e fasciame inaffondabile.

Ed io, sul mio mezzo così impareggiabile, salutavo, senza sapere se sorridere o che fare.

Non succedeva niente, in quel viaggio verso non so dove.

Lui non mi parlava neanche più, impegnatissimo in quel volo a pelo d’acqua che lo faceva sembrare un’aquila senza ali, lucida, argentea come un fulmine. Tanto che, ad un certo punto, cominciai a sognare di essere davvero a cavallo di una saetta lanciata da Zeus Olimpo, o di essere un eroe greco, impigliato nella rete di qualche magica storia mitologica tornata a galla improvvisamente, o addirittura di essermi trasformato in qualche creatura marina obbediente agli ordini del padre Poseidone.

Come mi ero deciso ad un’impresa di tal genere?

Non saprei dirlo neanche oggi. Anche se ci ho pensato tante volte, non so rispondere neanche adesso.

Ero curioso, certo, di provare qualcosa di diverso, di novo, di strano. Certo, ma avrei potuto fare chissà cos’altro che quel viaggio così.

Avevo finito di leggere da poco un romanzo inverosimile sul viaggio di una nave negli oceani, alla ricerca folle di una balena bianca, un mostro di dimensioni indescrivibili, vorace e feroce, crudele e a modo suo luciferino. E mi ricordavo anche di un altro racconto, della storia di una sfida infinita fra un vecchio pescatore ed un tonno, o uno squalo, o un pescespada, neanche me lo ricordavo più…

Si avevo memoria anche di altri pesci, balene e mostri sottomarini, meduse giganti e branchi variopinti… ma niente a che vedere con quell’idea di viaggio.

Era scoccata all’improvviso quell’idea. Era scoppiata come una bomba. Era follia pura. Pazzia. Desiderio assoluto. Incontenibile, irrefrenabile bisogno, incolmabile, di libertà, di librarsi al di sopra della realtà, di essere, per una volta almeno, quello che faceva scoccare la scintilla di una fiamma mai accesa prima. Era noioso, in fondo, essere sempre quello che attingeva il fuoco del proprio bastoncino al focolare collettivo. Volevo essere snob, essere io, solo io, essere inimitabile, essere l’esempio a cui tutti potevano guardare.

Era un sogno, un’utopia, una visione, una favola.

Volevo essere una leggenda, da tramandare ai posteri, una storia di verità, una esperienza di sovrumana passione…

Ecco, l’avevo desiderato tanto intensamente, mentre passeggiavo con le mani nelle tasche del pantalone alzato al ginocchio, mentre saltellavo sugli scogli della baia azzurra e gialla, l’avevo voluto con tanta forza che… era arrivato il mio momento…

Stavo scrivendo!

Era il mio libro, il mio romanzo, la mia storia, il racconto del mio cuore ubriaco.

Ero impazzito.

Impazzito e felice.

La libertà può dare questa felicità, pensavo, e in quel mentre il mio fratello d’acqua si voltò, mi strizzò l’occhio e dicendomi: “adesso tieniti, si scende”, s’inabissò.

Sempre più giù.

Nel nero.

Nel buio.

Nell’abisso.

Lì vidi i mostri marini, i fantasmi dell’animo degli uomini, le idre, le gorgoni, le sirene che nuotavano sinuose come ballerine con i seni sciolti…

Lì scoprìi la paura, il terrore, lo spavento più cupo, la disperazione, annegando in quel vortice che si apriva per inghiottire il cavaliere a dorso di delfino, come su un cavallo marino dal muso affilato come una lancia, che fendeva l’acqua come un dardo lanciato da un arciere contro il cielo nero della notte.

E poi respirai il sollievo come si respira l’aria quando la corrente tira in superficie un  naufrago per risparmiargli la fine definitiva del suo viaggio senza meta.

L’aria entrò nei miei polmoni ed io non potei altro che svenire…

Il resto è pura follia.

Puro racconto. Ho provato, infatti a dirla la mia storia. Ma nessuno ha voluto sentirla e crederci e stare accanto a me ad ascoltarla fino alla fine…

Così, l’ho messa in questa bottiglia, e l’ho lanciata nella corrente.

Ciao, fratello, che leggerai questo messaggio disperato di un eroe che nessuno riconosce.

Credimi almeno tu.

Non sei tenuto ad altro che a raccontare ai tuoi fratelli la mia storia, anche se pensi che non tutto corrisponda a verità.

Ma l’idea pazza che mi ha spinto a sfidare l’ignoto della corrente, affidando a questa bottiglia un messaggio così importante, è che devo urlare al mondo che l’utopia esiste davvero.

Basta volerla davvero, desiderarla con tutta la forza della propria volontà e con tutto il calore del cuore…

Fratello, tu, almeno, credi al mio racconto…

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