Poesia muta

Poesia d’America – SALVADOR DALÌ 1943

Silenzio.

Shh!

Il silenzio.

Si stende nel piano, sotto il cielo, trapuntato di stelle.

Nel buio il silenzio di alza maestoso.

Entra dentro di me come la possessione di un demone furioso.

Ma dopo il primo sussulto epilettico, che fa stridere i denti e accapponare la pelle delle mani rattrappite, il corpo si poggia adagio su quel tappeto senza parole, senza suoni, senza soffi, senza sussurri, senza respiri…

E’ un mantello siderale, come la luce orfana delle stelle, come l’ombra della luce lunare, vaga e serrata allo stesso tempo, dietro il passo malcerto del viandante stanco.

Shh!

Lo sento, posso sentirlo, se tendo l’orecchio…

E’ la voce del nulla, del grande Nulla, del Nulla eterno, del Nulla prima della creazione, del Nulla che conquisterà l’Universo alla fine dei tempi.

E’ una voce suadente, dolce, una vibrazione appena accennata, una increspatura degli spazi intersiderali, un’onda impercettibile, una variazione infinitamente quieta e profonda dello stato delle cose che sono nascoste fuori dal raggio del nostro sguardo.

Shh. Il Silenzio cammina, guadagna spazio e tempo, si avvicina per conquistare anche il mio essere.

No, il Silenzio non è la morte. La Morte. Il regno delle Tenebre.

No, il Silenzio non è la Morte. Il Silenzio è vivo. Corre, ormai, a velocità supersonica, e morde la terra e l’etere e inghiotte colori, suoni e profumi.

La Morte è inerte, immobile, gelida.

La Morte è disfacimento, trasformazione della materia, chimica che si decompone, regole immutabili che si infrangono per sempre.

La Morte è cancellazione, fine, assoluta perdizione.

No, il Silenzio è vicino. Lo posso toccare, posso tenergli la mano, sentire il suo passo battere al mio fianco…

Shh.

Shh!!

Eccolo.

E’ entrato dentro di me.

O sono entrato io nel suo Regno.

E’ come essere diventato parte della roccia di una montagna, immobile, compatta, pesante. Pesante. Pesante come l’infinita materia del creato.

E’ come essere goccia del mare. Ma di un mare immobile, fatto di acqua ferma, obbediente, tiepida, cristallina. Acqua che si oppone al raggio di luce, che gli impedisce di affondare la sua pugnalata, che non si può scalfire neanche col bagliore dei milioni di gradi  nei quali arde la stella più alta nel cielo.

Silenzio.

Silenzio.

E’ come vivere sotto un sole spento, sotto un cielo nero, sotto un manto di immota quiete.

Qui dentro, mentre esploro questo territorio mai calpestato da altri, sento tutto il peso dell’essere Uomo.

C’è uno specchio, laggiù, in fondo, all’angolo. Riflette senza luce un’immagine oscura, un’ombra, piatta, levigata, sfibrata, strisciante, informe…

E si muove, pare implori attenzione, sembra voglia guadagnare l’angolo più nero e mimetizzarsi nel nulla.

E prova ad urlare, storcendo paurosamente la cavità che voleva essere una bocca.

Ma nessun alito fuoriesce da quel buco sfinito. Nessun movimento modifica la quiete immota che circonda ed avviluppa il mio essere.

E più avanti, anche se non capisco come possa avvenire il mio movimento in quel territorio senza spazio, nè luce, nè alcuna altra dimensione, più avanti percepisco la presenza dell’Essere degli altri uomini, a me uguali, ombre senza forma identiche ad ombre senza forma e consistenza…

E’ una presenza intangibile. Forse un’immaginazione. Un sogno.

Forse solo un incubo nel quale annega il mio passo stanco.

Shh.

Silenzio.

Silenzio, ho detto.

Ho detto basta.

Silenzio, ordina l’Essere assoluto, l’Unica verità di quel mondo senza presenza.

Silenzio.

Si.

Solo muto, immobile, impercettibile, fragoroso silenzio che invade le mie cavità auricolari e penetra nella mia gola sfinita, e si impossessa delle mie membra abbandonate.

E dopo quella resa alla Potenza illimitata del silenzio resto senza forze, affranto, abbarbicato al mio Nulla irripetibile.

E resto lì, immobile, senza respirare, in attesa.

Teso.

Attento.

Concentrato.

Minuti. Ore. Giorni. Anni. Secoli. Ere.

Una, due, tre, volte fa il suo giro l’eternità, dal Nulla al Tutto, e poi così, di nuovo, al Nulla, e poi ancora al Tutto ed al Nulla e al Tutto, come un pendolo instancabile, regolare, preciso come l’oscillazione degli atomi di materia inerte.

In questo tempo senza misura resto così, a bocca spalancata, senza respiro, senza neanche più voce, nè desiderio di emettere suono. Sena respiro. Immobile e vivo. Senza respiro. Attento. Teso. Indurito come una gomena durante una tempesta. Immobile e teso come la canna di un fucile. Senza respiro e vivo. Senza respiro. Senza respiro…

Sono così, prigioniero e libero in quell’attesa che spasmodica e irrefrenabile.

E in quell’essere sospeso fra Essere e Nulla, seduto su quella giostra che fa andare avanti e indietro il ticchettio del mio tempo infinito, mi trovo nel mio territorio, nella mia città, nella mia dimensione, nella mia eterna patria metafisica.

E al mio fianco si stringono i miei compagni, tutti gli esseri che hanno camminato e strisciato e volato e respirato e anche solo sospirato nell’Universo sconfinato.

La Vita si stringe attorno a me, mi attanaglia, mi abbraccia e  mi riscalda.

E il Silenzio si unisce alla Vita stessa.

Nè lotta nè amplesso.

Metamorfosi.

Trasmutazione.

O lotta e amplesso che trasforma e modifica e trasmuta e ingenera e cogenera…

Silenzio. E Vita

E Vita e Silenzio…

E Luce e Tenebra e Nulla e Tutto e Caos e Ordine e… eterno eterno e… infinitesimo scorrere dell’Essere…


Queste cose vedeva Iperione dal suo carro rubato al Padre Onnipotente. E ad Icaro imprudente le raccontava, nel regno dell’Inframondo, cinrcondato dal fiume Oceano fonte di tutta la forza vitale del creato.

Iperione, sconsolato, scuoteva il capo del giovane greco con le ali accartocciate gocciolanti ancora d’acqua e di liquida cera sciolta.

Ed il suo bacio era silenzioso e infondeva la vita, prendendo dai piedi immersi nel vivifico pantano del fiume della creazione.

E il sorriso da dio greco del ragazzo fuggito nel sole si riflesse nel sorriso d’Iperione.

Giovani figli, ladri di vita, avidi d’ebrezza.

Si presero per mano.

E s’incamminarono.

Nel regno oscuro dove regna il Silenzio.

E nessuna voce interruppe il loro muto incamminarsi.

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